Agus / Castellina | Guardati dalla mia fame | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 164 Seiten

Reihe: Narrativa

Agus / Castellina Guardati dalla mia fame


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7452-515-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 164 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-515-7
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



È forse la prima volta che un avvenimento, in questo caso un efferato delitto, viene raccontato in uno stesso libro da due voci contrapposte che entrano nella pelle della vittima o dell'aggressore. Nella Puglia del dopoguerra, terra di passaggio dove si incontrano reduci, transfughi, tedeschi e alleati, in occasione di un comizio di Giuseppe Di Vittorio, politico e sindacalista, avviene un linciaggio. Milena Agus e Luciana Castellina entrano nei fatti, ciascuna con la propria passione e la propria ragione, minuziosamente documentate. Milena Agus penetra nel palazzo delle vittime, e le ricrea con la sua smagliante e amorosa immaginazione, mentre Luciana Castellina ricostruisce la storia di quegli anni, assai poco nota, e le circostanze che fecero di una folla di poveri braccianti e delle loro donne dei feroci assassini: una all'interno, l'altra all'esterno, in due superfici che si toccano senza conoscersi, il palazzo e la piazza, e che quando vengono a contatto, esplodono.

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Seconda parte


Quel 7 marzo del 1946, dopo dieci anni di quieta fissità perfino durante la guerra, lei andò e trovò tutte e quattro le sorelle Porro sedute sulle poltrone rovesciate, in mezzo a stoviglie, tovaglie, lenzuola, scarpe, indumenti, materassi per terra.

Le raccontarono che una cinquantina di inferociti, un’orda di derelitti, aveva preteso di entrare in casa per controllare se ci fossero armi nascoste.

Sconcertate, non riuscivano a capire cosa c’entrassero con loro le armi e il portavoce dell’orda di derelitti aveva spiegato che erano finiti i tempi in cui i Porro percorrevano i propri latifondi, mentre i poveretti piantavano, ripiantavano, scarriolavano, sudavano, gelavano, bestemmiavano.

Allora le sorelle avevano detto: “Prego, entrate pure, pensiamo sia un errore il vostro, ma prego, controllate,” e Angela, perfetta come sempre nonostante lo spavento, aveva fatto all’orda il solito leggero inchino.

Avevano dormito sui letti sfatti e la mattina dopo facevano colazione sedute sulle poltrone capovolte, con la tazza e il piattino in grembo.

Non sapeva spiegarsi perché, ma pensava che dovessero provare un certo godimento in tutto quello scompiglio, un certo senso di libertà gioiosa, vedendo che l’ordine della loro vita era stato distrutto. Come i bambini durante i traslochi, o quando in casa ci sono gli operai.

La servetta che, in quanto bambina, avrebbe dovuto godere dello scompiglio, invece piangeva e grossi goccioloni di lacrime le scorrevano addosso. Piangeva per le tazze e i piatti che non riusciva piú a capire a che servizio appartenessero, per le tovaglie spiegazzate, perché era quasi impossibile rimettere ogni cosa al proprio posto nelle credenze, le lenzuola con gli orli ormai non combacianti negli armadi.

Volevano che andasse via da lí, ma la bimba si era impuntata e, vista tanta decisa abnegazione, era stato il padre ad andare da loro.

Erano tutte, Angelina compresa, in perfetto ordine e non avevano approfittato di quella catastrofe per cedere alla pigrizia di non lavarsi e non pettinarsi e non avevano alcun brutto odore, ma profumavano di violetta di Parma.

Il disordine, che lei si sarebbe goduta per rivoltare almeno un giorno la propria noiosissima vita, non aveva minimamente influito sulla loro.

Se ne stavano lí, piú smorte del solito, a recitare i salmi, sedute composte sul fondo delle poltrone capovolte, con il piattino e la tazza in grembo, dignitose e commoventi, ignare del perché di tutto quello che gli stava succedendo.

I signori Ciriello, che avevano un appartamento a Palazzo Porro, le raccontarono le cose a modo loro. La sera prima, cinquanta rabbiosi avevano bussato al portone in cerca di armi e le signorine e la signora Stefania, cortesi e di buone maniere anche con la canaglia, avevano detto: “Prego, pensiamo sia un errore il vostro, ma controllate pure”. I signori Ciriello li avrebbero colpiti con quello che fosse capitato loro a tiro, ma avevano rispettato la decisione delle padrone di casa.

Le guardavano, sedute davanti a loro, e lei pure le guardava, immaginandole in equilibrio anche sui davanzali delle finestre, mentre impiegavano tutta la loro forza nel non pendere da una parte piuttosto che dall’altra.

Il loro bel palazzo sottosopra. Quelle canaglie avevano rovistato dappertutto, raccontarono i Ciriello, perfino nella cappella. Sospettavano che ci fossero nascoste delle armi, gli ignobili bestemmiatori senza timore di Dio. Non avevano trovato niente e dopo aver chiesto scusa se n’erano andati e la servetta gli aveva anche rifatto l’inchino.

“Povera gente,” disse lei, “non è che non abbia un po’ di ragione. Doveva arrivare il momento in cui non ce l’avrebbe fatta piú ad avere sempre fame, a essere sempre coperta di stracci, di mosche in estate, di geloni e di sacchi in inverno”.

“La ragione è che sono assassini sbucati dall’inferno e adesso vogliono scatenare la catastrofe,” concluse invece il signor Ciriello.

Degli agrari, i maschi erano rimasti in città, imbracciando i fucili, pronti a sparare, perché una commissione paritetica fra possidenti e braccianti per decidere le assunzioni era inaccettabile. Le ricche signore avevano lasciato Andria.

Lei e le Porro erano fra le poche rimaste.

Lei per non abbandonare il vecchio marito immobile a letto, le Porro perché avevano la coscienza a posto e trovavano disonorevole la fuga e assurda l’idea di essere il bersaglio dell’ira di qualcuno a cui non avevano mai fatto nulla di male, anzi avevano fatto del bene, dando cinquecentomila lire alla Chiesa per la costruzione della nuova parrocchia, che avrebbe impiegato tanti disoccupati.

No, non avevano dato nulla ai braccianti rivoltosi, perché era la Chiesa che sapeva cos’era bene e cos’era male, e li avrebbe impiegati santamente, quei soldi.

Loro erano povere donne che non capivano nulla di politica. A loro non poteva succedere niente. Erano in tanti nel palazzo, i portinai, la servetta con suo padre, la famiglia Ciriello.

E poi, ormai, dopo l’irruzione del giorno prima, sembrava tornata la calma e quei poveretti, visto che si erano perfino scusati, avevano di sicuro capito che loro non c’entravano niente.

Anche il nipote Giovanni, restato a proteggere le zie, ormai si era tranquillizzato e sarebbe tornato a pranzo.

Molti della famiglia erano fuggiti dal martedí, il fratello Vincenzo con il figlio era andato in un albergo a Bari, la cognata Maria con la figlia a Roma, e prima di partire ognuno aveva cercato di convincerle a lasciare il palazzo e Andria, ma loro rispondevano che preferivano di no e nessuno le amava al punto da prenderle di peso e portarle via.

Anche lei preferiva di no, e per nessuno della sua famiglia era abbastanza preziosa da essere portata via con la forza. Non per i figli, le sorelle o i cognati. Insomma, lei e le Porro erano le donne meno amate di Andria.

Visto che c’era, si mise ad aiutarle a rimettere in ordine e cercò di non arrabbiarsi e diede retta a ogni loro pignoleria per tutta quella mattina fredda e piena di nubi di quell’inverno che non finiva.

Cercò anche di non arrabbiarsi con Angelina, che stava impiegando un tempo infinito a rifare i letti che non dovevano essere lisciati con le mani, ma risultare comunque perfettamente squadrati dopo un sapiente rassetto.

Poi le lasciò, preoccupate per cosa avrebbero servito a pranzo al nipote Giovanni, per come avrebbero potuto ripiegare perfettamente la biancheria, mentre la servetta, finalmente squadrati i letti, toglieva con il fiato e uno straccetto le ditate dai mobili e lavava le stoviglie toccate da quella moltitudine di mani sporche.

Tornò da loro il pomeriggio con un’idea in mente: dovevano sentire alle 18:30 il comizio di Giuseppe Di Vittorio, la persona piú affascinante, sensata e perbene che avesse mai conosciuto.

Il signor Ciriello, col tono di chi parla a un ubriaco, continuava a dirle di tornare a casa, l’avrebbe accompagnata lui, perché doveva essere molto scossa anche soltanto per pensare che una signora come lei potesse mischiarsi a quella gentaglia e in questa pazzia trascinare tutti loro.

Le sorelle facevano sí con la testa, perché il signor Ciriello aveva tutte le ragioni, doveva farsi accompagnare a casa e chiudersi dentro, o stare con loro in portineria a recitare il rosario.

Ma lei, come al solito quando le prendeva cosí, continuava a non voler sentire ragioni.

Le sorelle conclusero la questione promettendo che avrebbero pregato anche per lei e le sembrò che guardandosi l’un l’altra di sfuggita facessero una di quelle loro risatelle, che subito coprirono con la mano, perché certo doveva apparire divertente, nonostante la drammaticità della situazione, immaginarsi tutte quante insieme al comizio di quel comunista della CGIL.

“Io vado!” concluse.

Ma prima aiutò Luisa e Carolina a fare due valigie, in cui volevano mettere le cose piú preziose perché non le sporcassero se fossero tornati a mettere tutto sottosopra, e che secondo lei erano le piú inutili del mondo e non sarebbero servite per sopravvivere neanche un minuto in caso di fuga.

“Io vado!” ripeté al signor Ciriello.

Lui cercò ancora di distoglierla: “Sarà pieno di quei caporioni istigatori in mala fede”.

“Ma anche di tante brave persone che chiedono giustizia. E in buona fede”.

Il cielo era coperto di nubi e lei non aveva l’ombrello, come al solito. Già sulla porta sentí che le sue amiche la chiamavano: “L’ombrello! Non hai l’ombrello! Ti bagnerai! Angela, scegli un ombrello per la signora!”

E la servetta corse nell’atrio per scegliere l’ombrello piú grazioso, che l’avrebbe riparata meglio dalla pioggia.

In piazza la fiumana di gente cresceva sempre di piú, seppe dopo che erano in cinquemila. La folla ondeggiava avanti e indietro, grande e fitta e piena di speranza, non sarebbe stato possibile mandarla via.

Uscire dalla casa delle Porro e andare lí, nella piazza davanti al loro palazzo, era stato un lungo viaggio, da un mondo – quello dietro i tendaggi pesanti e le finestre chiuse – in cui il rumore sordo della protesta arrivava attutito, a un altro mondo.

Stava bene, applaudiva anche se Di Vittorio ancora non c’era, e allungava il collo nell’attesa, eccitata perché finalmente l’avrebbe...



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