E-Book, Italienisch, 204 Seiten
Reihe: Narrativa
Agus Un tempo gentile
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7452-830-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 204 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-830-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In un piccolo paese dell'entroterra sardo, nel Campidanese, le vite degli abitanti procedono senza troppe scosse, riparate dai muri grigi delle case rimodernate con blocchetti di cemento e arrese alle monocolture di carciofi e biomasse. Un paese 'perduto', con le erbacce nei giardini e senza piú vocazione, che si è arenato su una secca e dimenticato del mondo che lo circonda. Finché non arrivano 'gli invasori': una manciata di migranti che vengono da lontano e di volontari che li accompagnano, destinati a sistemarsi nel Rudere, una casa abbandonata con le finestre sgangherate aperte sulle colline. Lo sconcerto assale tutti, paesani e invasori: 'Non era questo il posto', si ripetono da entrambe le parti - l'una spaventata da quella novità indecifrabile piovuta all'improvviso da chissà dove, l'altra catapultata in quel 'corno di forca di paesino sardo' dove i treni non si fermano piú. Ma la vita, anche quando sembra scivolare nell'insensatezza, è sempre aperta al futuro, è sempre un 'fare, disfare e rifare'. E se nel tempo imprevedibilmente gentile di quello strano consorzio umano gli orti tornano a germogliare, il Rudere a popolarsi, le emozioni a dilagare, qualche traccia di nuovo resterà comunque a cambiare i colori delle cose.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
Capitolo 4
Gli invasori
Le prime notti dopo il loro arrivo soffrimmo tutti d’insonnia, ci giravamo e rigiravamo nel letto, non vedevamo l’ora che arrivasse il mattino per scoprire che gli invasori erano in ritirata. Durante il giorno facevamo finta di passare per caso davanti al Rudere sperando ogni volta che non ci fosse piú nessuno.
“Quando se ne andranno?”
“Forse domani?”
“Non preoccupatevi del domani, il domani si preoccuperà di se stesso, a ciascun giorno la sua pena,” diceva Devota.
“Parli cosí perché volevi farti suora,” ribattevamo spazientite.
Gli invasori venivano a bussare alle nostre porte, possibile che non ci fosse proprio nessuno? In paese eravamo abituati che se ci mancava qualcosa era semplice, andavi a chiederlo ai vicini. A loro nessuno apriva, fin quando, a forza di sentir bussare, qualcuno, rassegnato a non poterli ignorare, si decise a sentire cosa volevano: soltanto dei secchi e un fornellino da campeggio.
Al Rudere di bagni ce n’era uno solo: la vasca e il lavandino ingialliti e corrosi dal calcare, i rubinetti penzoloni, una vecchia carcassa di scaldabagno, il water senza coperchio, la catenella arrugginita. Acqua, naturalmente, non ce n’era da tempo immemorabile, ma qui attorno è pieno di fonti dove attingere quella da bere e per il resto ci sono i pozzi. Il cibo non era un problema, dissero di avere ancora le gallette della signorina Lina e poi, con calma, sarebbero andati a fare la spesa al negozio.
In attesa che si chiarisse l’equivoco e se ne andassero, rassicurati da quel loro desiderio di pulizia e dal fatto che i profughi all’arrivo in Sardegna erano stati visitati e curati negli ambulatori STP, per stranieri temporaneamente presenti, con malagrazia gli andammo in aiuto. Gli portammo sapone, secchi, bottiglie di plastica, vecchie stoviglie, sedie sgangherate, fornellini da campeggio, asciugamani lisi e soprattutto altri materassi e altre coperte, perché quei disgraziati non dovessero muoversi, come li avevamo visti fare il primo giorno, in gruppi mostruosi oscillanti sotto le poche coltri di lana.
Una magnifica creatura dalla pelle di velluto nero-blu e dalle curve dolci, abbracciandoci per ringraziarci, si presentò come Naima. Ebbe l’idea di un singolare sistema per stendere i panni. Al suo paese, in Nigeria, si stendeva il bucato lungo la strada e per i pantaloni, piú pesanti, si usavano i guardrail. Cosí organizzò un sistema di corde tese tra le sedie, per cui, quando si sedevano, erano sempre un po’ lontani gli uni dagli altri, ma uniti da un filo dove i loro panni improbabili erano stesi ad asciugare.
Anche se ormai, secondo noi, era tempo, gli invasori non partivano, anzi, si spandevano a macchia d’olio. I volontari li incontravamo nelle botteghe, i neri e le nere li sentivamo cantare le loro canzoni, diretti alle fonti e ai pozzi, nella vicina campagna. Soltanto i maschi fecero una volta un giro dentro il paese, sempre in gruppo. Quando uscirono, due o tre di noi li seguirono pronti a nascondersi se si fossero voltati e dovemmo constatare con sconcerto che si dirigevano nei posti piú brutti, malandati e sporchi del paese e che incontrarono proprio chi non avrebbero dovuto incontrare. Un automobilista gli gridò: “Levatevi dalla strada!” perché l’intero gruppo stava proprio in mezzo. I neri di sicuro fraintesero, interruppero subito quel loro primo giro e tornarono al Rudere. Alcuni, i piú coraggiosi, ci riprovarono, camminando ai lati della strada, ma a un certo punto desistettero e, visto che non potevano fuggire, decisero almeno di sfuggirci.
Erano stati sbattuti su e giú dalle onde fin quasi a morire e di cadaveri ne avevano visti tanti, ci avevano detto i volontari, quindi ci stupiva che apparissero ancora tranquilli. Conoscevano forse segreti a noi ignoti? Oppure erano semplicemente degli stupidi che non si rendevano conto del guaio in cui si erano cacciati?
Soltanto in un secondo tempo capimmo che erano contenti perché pensavano che questa destinazione fosse un errore e che a breve sarebbero andati dove dovevano andare, cioè in Europa, quella vera, che non aveva nulla a che fare con questo nostro paesino perduto per cui non sarebbe certo valsa la pena di rischiare la pelle.
Dall’invitarli a casa nostra ci guardammo bene, ma un gruppo di noi donne, curiose e un po’ pettegole, cominciò a poco a poco ad andare a trovarli all’accampamento, per portargli qualcosa, per vedere come se la cavavano e soprattutto per fare quattro chiacchiere.
Al loro arrivo c’era ancora un poco del calore estivo, ma ormai col passare dei giorni cominciava a fare freddo. Avevano liberato dalle macerie il grande camino, avevano acceso il fuoco e ci avevano messo davanti le sedie con i panni stesi ad asciugare.
Nostalgiche del tempo in cui nel nostro paese gli spazi si svuotavano e si riempivano secondo le età della vita, il Rudere degli invasori ci attirava e nei giorni che seguirono ogni scusa era buona per farci una scappata.
Gli altri, quelli che non volevano aver nulla a che fare con loro, vennero a parlarci allarmati. Ci rendevamo conto che i migranti venivano a fermare il progresso? Ci rendevamo conto, non è vero, che nessuno fa niente per niente e dietro i migranti ci sono i delinquenti che prendono i nostri soldi, spendono una miseria per mantenerli, il resto se lo tengono, si arricchiscono e poi vanno a depositare i soldi nelle banche svizzere? Sui volontari, i benefattori dell’umanità, avevano preso informazioni che iniziarono a snocciolarci. Sapevamo che il volontario belloccio con l’aria da frocio gestiva un porno-shop in città? Non era incredibile? E non era ugualmente strano che per salvare il mondo un ingegnere lasciasse la sua professione e un professore chiedesse l’anno sabbatico all’università?
Passassero pure la ragazza appena laureata e il giovane spacciatore raccomandato da un prete eccentrico, ma gli altri? Perché avevano lasciato le loro attività? Insomma, ci rendevamo conto o no che attorno ai migranti gira un mondo di truffatori?
A parte la certezza che gli invasori non stavano fermando alcun progresso qui da noi, dubitammo lí per lí che magari chi si teneva alla larga avesse ragione. Ma a noi donne il cuore diceva che quei volontari, anche i tipi piú sospetti, non erano gente da banche svizzere e alle nostre scappate all’accampamento non ci rinunciammo, erano un diversivo per le nostre vite arrese.
Gli altri paesani, quelli che non volevano essere coinvolti e diffidavano di quella gente, se ci vedevano da lontano, cambiavano direzione e compiangevano i nostri mariti.
Ma il dispiacere piú grande era per alcune amiche che, per colpa dei migranti, adesso ci evitavano. Eravamo state amiche come soltanto tra donne si può essere. Le notti d’estate cenavamo presto e andavamo a chiamarci l’un l’altra, entusiaste come bambine delle tante lucciole lungo la strada dei campi, e per tornare a casa ci mettevamo un sacco di tempo, perché non finivamo mai di dire quello che dovevamo dire, di raccontare nei dettagli, ed era tutto un “ti ricordi?” perché ogni cosa del passato l’avevamo vissuta assieme e la vita era meno spaventosa, quando eravamo in compagnia. Di ogni cosa eravamo sempre riuscite a ragionare insieme, ci facevamo perfino i conti in tasca: “Con quanto si può vivere dignitosamente?”
“Comprese le spese fisse, bastano ottocento euro, ma risparmiando molto sul resto”.
“Allunghi il brodo e il sugo”.
“Non accendi la stufa d’inverno e ti metti due o tre maglioni, calze di lana, sciarpa e guanti”.
“Ti fai la tinta in casa e per le creme vai ogni volta in una profumeria diversa, in città, dove non ti conoscono, fingi di doverle provare e ti fai dare i campioncini”.
“Vai al mercato quando sta per chiudere e prendi la frutta e la verdura a prezzi ribassati”.
“Risparmi sulla carta igienica, la pieghi finché ha la misura del buco del culo e cosí un rotolo ti dura un sacco di tempo”.
“Anche soltanto per una pipí, io consumo mezzo rotolo di carta igienica almeno di cinque veli,” interveniva il Pidocchio dondolando la testa a destra e a sinistra, come sempre quando voleva dire “no no no”.
“Ma va’!” le ridevamo in faccia. “È perché non hai l’istinto da madre. Le donne, anche senza figli, se hanno l’istinto materno, non sprecano niente. Sono parsimoniose”.
Le casalinghe dicevano che il loro lavoro aveva il valore di uno stipendio altissimo.
“Quanto ti costerebbero una donna delle pulizie, una cuoca, una stiratrice? Fai il conto”.
“Su cosa risparmi se non guadagni? Cosa puoi togliere dal niente?”
Ah, quanto ci mancavano quei discorsi, ora che alcune di loro ci davano addosso perché non volevamo mandare via gli invasori con la forza!
Ma anche tra gli invasori, una volta capito che questo corno di forca di paesino sardo dimenticato da Dio e dagli uomini era la loro effettiva destinazione, c’erano quelli che non volevano piú avere niente a che fare con noi, delusi per aver rischiato la pelle ed essere finiti qui. Non era questo il posto.
Avevano sentito dire che un tratto distintivo di noi europei è il gusto dello shopping e che ci sono vetrine scintillanti dappertutto. Dov’erano i negozi qui? Non c’era niente di quello che...




