Aime | Pensare altrimenti | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Aime Pensare altrimenti

Antropologia in 10 parole
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6783-297-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Antropologia in 10 parole

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

ISBN: 978-88-6783-297-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un viaggio nel mondo dell'antropologia attraverso dieci parole - essere, convivere, comunicare, dove e quando, crescere, specchiarsi, rappresentarsi, donare, credere, nutrirsi -, per avvicinarsi a una disciplina che può aiutarci a interpretare il rimescolamento sempre più rapido della realtà cui stiamo assistendo e comprendere meglio ciò che accade nelle nostre città, strade e vite. L'antropologia culturale, nata come studio delle culture dei popoli lontani dall'Occidente, oggi ha allargato il suo campo di azione fino a occuparsi del qui e ora: al centro del suo sguardo c'è l'essere umano, al contempo fenomeno biologico, comportamentale, psicologico, sociale ed economico, osservato come individuo nella comunità. Raccontandoci diverse concezioni del mondo Marco Aime, ci mostra che il nostro modo di vivere è uno dei molti possibili, né migliore né peggiore di altri.

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1. Essere (umani)


Dove si cerca di spiegare che cos’è la cultura, perché ci sono così tante differenze al mondo e perché, nonostante questo, la cultura è ciò che accomuna tutti noi umani.

Chi non ricorda la fiaba del brutto anatroccolo, dileggiato da tutti, che alla fine diventa un bellissimo cigno? Bene, cigni (in senso metaforico) noi umani non lo siamo diventati, almeno non tutti.

Non possiamo dire di essere la specie più bella della Terra, ma certo siamo la più invadente, quella che ha preso il sopravvento sul pianeta e che con non poca presunzione si è autodenominata sapiens, anzi, sapiens sapiens. Brutti anatroccoli invece un po’ lo siamo, nel senso che partiamo male, veniamo al mondo incompleti. Unici tra gli animali che, così come nascono, nella versione base senza optional, non funzionano, tanto è vero che mentre un cucciolo di qualunque altra specie in poche settimane impara tutto ciò che gli serve per sopravvivere, noi impieghiamo anni ad apprendere come stare al mondo. Mentre gli uccelli sono dotati di ossa cave, ali con penne e piume per volare, i pesci di pinne, squame e branchie per stare nell’acqua, i carnivori di zanne e artigli, gli erbivori di uno stomaco particolare e di una velocità (non sempre, ma talvolta) sufficiente a sfuggire ai carnivori, noi umani alla nascita non siamo predisposti ad alcuna attività in particolare. Non siamo dotati di pellicce per il freddo, di zanne o di artigli per difenderci, non nuotiamo se non dopo un adeguato corso in piscina, se escludiamo Usain Bolt e pochi altri suoi avversari non siamo particolarmente veloci nella corsa… Insomma, visti così non sembriamo un granché come progetto.

Qui sta il paradosso. Se è vero che una specializzazione favorisce l’esistenza in certe condizioni, è altrettanto vero che la limita a quelle condizioni: per il dromedario sarebbe dura vivere in Groenlandia, ma anche l’orso polare se la passerebbe male a Tamanrasset. Ecco allora che quell’umana incompletezza iniziale si trasforma in risorsa perché, adeguatamente colmata con opzioni diverse, ci consente di essere molto più adattabili, tanto è vero che riusciamo a sopravvivere in Groenlandia, ma anche a Tamanrasset, sugli altipiani andini di oltre 4000 metri e nelle foreste tropicali, al gelo siberiano e al calore equatoriale. Tutto grazie a ciò che chiamiamo cultura, che in fondo è quella parte di natura che spetta a noi realizzare.

Nel vocabolario italiano il termine cultura ha diverse accezioni. È sinonimo di erudizione, una persona “di cultura” è qualcuno che ha appreso un sapere attraverso lo studio, cui ha dedicato la vita. Declinato al plurale, culture, indica le attitudini specifiche di un popolo, di una comunità, di un gruppo, quelli che in passato venivano definiti “usi e costumi”. La terza accezione, infine, indica la particolare capacità che tutti gli esseri umani hanno di elaborare un pensiero grazie al quale possono mettere in atto strategie finalizzate alla sopravvivenza e non solo.

Lo aveva intuito con grande lucidità Sir Edward Tylor, uno dei padri fondatori dell’antropologia culturale, quando nel 1871 scriveva:

«La cultura […] presa nel suo significato etnografico più ampio, è quell’insieme che include conoscenze, credenze, arte, morale, legge, costume e ogni altra capacità e usanza acquisita dall’uomo come appartenente a una società».

Questa frase, la cui disarmante semplicità è solo apparente, ha due passaggi importanti. Dicendo «acquisita dall’uomo», Tylor sottolinea come la cultura sia il prodotto di un’educazione spesso prolungata e di un articolato processo di costruzione, non un dato ascritto, né un’eredità genetica, con buona pace dei sostenitori delle teorie razziali. Il secondo passaggio, quel «come appartenente a una società», mette in luce che la cultura non è l’esclusiva di una persona sola, ma il frutto di relazioni tra individui. È dal dialogo, dallo scambio, dall’incontro che nasce ogni cultura. Non a caso l’antropologia culturale si pone come disciplina di frontiera. Potremmo dire che le culture stanno nelle relazioni, in quello spazio tra le persone che deve essere riempito con forme di comunicazione e di comportamento condivisi. In fondo l’antropologia culturale, nonostante con un po’ di presunzione si definisca «lo studio dell’uomo», in realtà fa parte di un corposo gruppo di discipline che dell’essere umano hanno fatto il loro oggetto di studio (e non solo le discipline cosiddette “umanistiche”, anche la medicina si occupa di noi, per fortuna). Quello che la contraddistingue è l’occuparsi in modo particolare di ciò che sta tra gli individui, di come gli umani costruiscono le relazioni tra loro e con l’ambiente in cui vivono.

Quindi, mentre la prima definizione riguarda una specifica parte dell’umanità – gli eruditi, gli “intellettuali” –, le altre due ci vedono tutti coinvolti, perché non esiste individuo privo di cultura. Da animali sociali quali siamo, per necessità, abbiamo elaborato via via codici verbali (e non solo) comuni, tessuto reti di simboli e di significati condivisi: così la cultura, strumento potenziale che caratterizza ogni essere umano, viene forgiata dalla società in cui vive sulla base di elementi storici, ambientali e a volte casuali e declinata in varie forme (o culture). Trasmessa di generazione in generazione, ciascuna di queste culture, «acquisita dall’uomo come appartenente a una società», diventa un patrimonio collettivo cui attingere, che col tempo finisce per influenzare i propri membri. Un processo sintetizzato in modo esemplare dalle parole di Clifford Geertz, uno dei più importanti antropologi contemporanei, per cui «l’uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto».

È attraverso questi modelli ordinati di simboli significanti che l’uomo interpreta e dà un senso agli avvenimenti che vive e al mondo che abita. Le culture, infatti, sono strumenti che servono alle società umane per classificare il mondo che le circonda, per ricollocare, secondo i loro parametri, ciò che apparentemente non ha un ordine, o meglio non ha un ordine “umano”.

La differenza culturale è nata grazie allo spostamento, al cammino dei nostri più remoti antenati che, passo dopo passo, incontravano ambienti nuovi, problemi nuovi da risolvere, nuove situazioni da affrontare, ma il processo di costruzione non si è fermato con la colonizzazione del pianeta. Migrazioni, viaggi, commerci, invenzioni, eventi naturali hanno continuamente messo alla prova le diverse società umane, che si sono continuamente arricchite di elementi venuti dall’esterno. Essendo una specie camminante, i nostri piedi prima, il web oggi, hanno sempre permesso a idee, concetti e invenzioni di circolare, alle culture di influenzarsi l’una con l’altra e di contrarre debiti e crediti a vicenda. Le idee circolano e a volte lo fanno con grande velocità, ciascuno prende dagli altri ciò che reputa utile o bello: noi occidentali contiamo con i numeri arabi, beviamo tè asiatico, guardiamo attraverso lenti inventate dai cinesi, le nostre lingue sono piene di termini che arrivano da Paesi stranieri, talvolta preghiamo divinità mediorientali e così via. «Tutte le civiltà sono prodotti misti. Solo la barbarie è semplice, monadica e non mescolata», dice Tagore.

Nessuno è mai rimasto totalmente isolato e possiamo affermare che ogni cultura è di per sé multiculturale, se ne facciano una ragione i fanatici della purezza. Non solo: è anche un sistema in perpetua trasformazione. La ragnatela viene fatta, disfatta e rifatta in un continuo conflitto tra conservazione e innovazione. Non pensiamo quindi alle culture come meccanismi di orologio, precisi e ripetitivi, ma piuttosto come certi vecchi motorini, che spesso funzionano anche con pezzi presi da altre moto. Per dirla con Claude Lévi-Strauss, sono il prodotto di un «bricolage» o ancora, citando Clyde Kluckhohn, «un insieme di pezze, cocci e stracci».

Sul fatto che apparteniamo al regno animale non ci sono dubbi, e certi nostri simili fanno di tutto per ricordarcelo, ma a distinguerci dagli altri animali è appunto la cultura. Senza cultura non saremmo una delle tante specie viventi, neppure scimpanzé (i nostri cugini più prossimi), semplicemente non esisteremmo.

Perché la cultura fa parte della nostra natura, la completa. È la nostra seconda natura, la parte di natura che noi realizziamo, e per questo ha una differenza sostanziale rispetto all’ambito del “naturale”. Se per quanto attiene alla biologia non abbiamo facoltà di scelta, perché non possiamo decidere la nostra altezza, il colore della nostra pelle o dei nostri occhi, quando ci spostiamo sul terreno della cultura possiamo scegliere se essere europei e buddhisti, ascoltare musica africana, vestirci all’orientale, amare la cucina giapponese eccetera.

Apprendiamo modi di vita diversi perché cresciamo in comunità diverse, ma il semplice fatto che possiamo imparare comportamenti diversi, fare nostri quelli di altri, ci dice che esiste una predisposizione comune a tutti noi umani: è questo che chiamiamo cultura.

Tante, troppe volte nella...



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