Allison | La bastarda della Carolina | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 409 Seiten

Allison La bastarda della Carolina


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-937-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 409 Seiten

ISBN: 978-88-7521-937-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ruth Anne Boatwright, per tutti Bone, dal padre ha ereditato solamente un certificato di nascita che la dichiara bastarda. In una famiglia nella quale amore, rabbia e prevaricazione fanno parte di un unico coacervo di sentimenti spesso incontrollati, a sorreggerla è il disperato e dolcissimo rapporto che la lega alla madre, e che neanche le violenze subite dal patrigno riusciranno a spezzare. Ambientato in una cittadina del South Carolina negli anni Cinquanta, ricco di riferimenti autobiografici, il romanzo di Dorothy Allison racconta con un'intensità senza precedenti un mondo crudele e amorevole al contempo, nel quale la brutalità maschile e la resilienza delle donne, il desiderio di rivolta e la forza dei legami familiari coesistono in un intrico indissolubile. La scrittura cristallina e di inarrivabile durezza, la profondità dello sguardo gettato sull'adolescenza, il ritratto dall'interno dei white trash e di un Sud quasi senza riscatto hanno fatto gridare la critica al capolavoro e hanno indotto a paragoni con classici quali Il buio oltre la siepe e Il giovane Holden. A pochi anni dalla sua pubblicazione, il romanzo fu al centro di una controversia legale quando una scuola decise di proibirne la lettura agli studenti; in sua difesa si schierarono anche Stephen King e la moglie Tabitha, che distribuirono copie del volume nelle biblioteche del Maine perché potesse essere letto gratuitamente.

Allison La bastarda della Carolina jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


2


Nel 1955 Greenville, nel South Carolina, era il posto più bello del mondo. Scuri alberi di noce lasciavano cadere i frutti vellutati, neri e verdi, sul prato incolto di zia Ruth, oltre il punto in cui le radici nodose spuntavano dalla terra, come gomiti e ginocchia di bambini sporchi, abbronzati e pieni di cicatrici. Una parata di salici piangenti sfilava lungo ogni ruscello e ogni canale, le lunghe fronde simili a fruste che come una tenda proteggevano letti di trifoglio dal dolce profumo. La casa che zia Raylene aveva preso in affitto si trovava vicino al fiume; lì tutti gli alberi erano stati tagliati e le viti sradicate. Il trifoglio cresceva in lunghe distese di fiori bianchi e gialli, che celavano piccoli bruchi a strisce rosse e nere e grosse lumache nere e grigie – quelle che, come diceva zio Earle, avrebbero fatto abboccare i pesci anche durante una tempesta. Ma il proprietario della terra su cui era stata costruita la casa di zia Alma, vicino alla statale che portava a Eustis, aveva fatto chiudere la valvola dell’acqua, per evitare di dover pagare bollette astronomiche per colpa dei ragazzini. Senza il sollievo di un irrigatore, o almeno il getto di un idrante, l’erba era stata bruciata dal calore, e l’azione combinata dei cani e dei bambini aveva ridotto il giardino a una distesa di terreno arido e rocce.

«Il giardino sembra una graticola in fiamme», si lamentava zia Alma. «Attira tutto il calore di quel tetto bollente e lo assorbe. Ci potresti quasi cucinare, sulla terra».

«Oh, è bollente dappertutto». Nonna non era mai d’accordo con zia Alma, e in particolar modo non lo era quell’estate, perché veniva pagata molto meno di quanto avesse sperato per occuparsi dei figli di Alma. E il poco che mamma aggiungeva perché badasse anche a Reese e a me non migliorava il suo umore. Nonna amava tutti i suoi nipoti, ma non perdeva mai occasione di far notare che dalle sue figlie non aveva ricavato mai nulla di buono.

«I tre maschi mi adorano», diceva a tutti. «Ma le femmine, Dio mio! Di tutte e cinque, neanche una apprezza quello che faccio. D’altronde, le femmine sono così: egoiste e presuntuose. Che altro potevo aspettarmi?»

«Nonna non è cattiva», diceva mamma prima di lasciarci da zia Alma. «Ma non dovete fare troppo caso alle cose che dice. Ha sempre avuto una preferenza per i maschi. Ci sono donne che sono fatte così». Io annuivo. Credevo ciecamente a tutto ciò che diceva mamma.

Tra i miei primi ricordi, ci sono sicuramente la casa e il giardino di zia Alma, proprio dietro il piccolo negozio affacciato sulla strada che gestiva con zio Wade. Era l’estate dopo la nascita di Reese, dunque io avevo circa cinque anni ed ero solo di poco più grande di Little Earle, l’ultimo dei figli di zia Alma. Ma Little Earle era un moccioso grassoccio che ancora se la faceva nel pannolino e afferrava qualunque cosa con le sue manine appiccicose, mentre io ero una bambina seria e sveglia, dalle lunghe ossa sottili e con una nuvola di capelli neri e selvaggi. Guardavo dall’alto in basso Little Earle come se appartenesse a una razza inferiore, facendo attenzione a restare fuori dalla portata delle sue dita sudicie, e lontana dal suo broncio infantile. Era un’estate talmente calda che non si sentiva neanche il canto delle cicale e tutti trascorrevano le serate sul portico con un enorme bicchiere di tè ghiacciato e salviette umide per rinfrescarsi la nuca. Alma non cominciava nemmeno a cucinare prima del tramonto. Il crepuscolo arrivava presto, comunque: lunghe ombre spazzavano via il calore e la luce accecante, creando un’atmosfera soffusa e magica e facendo apparire le prime lucciole, aggiungendo incanto all’eco metallica della chitarra che suonava alla radio in cucina. Nonna si piantava sulla sedia a dondolo del portico, lasciando il compito di pulire i fagiolini alle figlie di Alma, che speravano arrivasse un temporale e le chiedevano insistentemente di raccontare una storia.

Io mi mettevo sempre dietro la nonna, appoggiata al muro vicino alla porta d’ingresso. Da lì potevo ascoltare Kitty Wells e George Jones, il gemito della chitarra e pure le chiacchiere in cucina. Riuscivo a sentire il rumore dei passi dei gemelli di zia Alma mentre salivano i gradini della veranda e le risatine delle bambine che facevano scivolare le dita tra i fagiolini freschi e sporchi di terra. Lì ero abbastanza al sicuro da Little Earle, poiché lui faceva avanti e indietro dalle tasche del grembiule di nonna ai gradini, dove i suoi fratelli lanciavano monetine e si esercitavano a scommettere. Little Earle saltellava come un gambero zoppo, tutto storto, ondeggiando insicuro, ridacchiando del suo stesso umido balbettio. I maschi ridevano di lui, nonna si limitava a sorridere. Ignaro e felice, Little Earle colpiva Grey sulle spalle, poi ruotava su se stesso per correre verso nonna, Temple e Patsy Ruth. Nudo, pieno di pieghe, grosso, grasso e scuro, il corpicino testardo traboccava di determinazione, e il suo piccolo pisello rimbalzava sulle cosce arcuate come un pupazzetto di gomma ogni volta che si voltava e correva, per poi sbattere la testa sul fianco di nonna. Era come un giocattolo a molla che si azionava da solo, e le risate di scherno che scoppiavano se cadeva sul sedere vicino alla vaschetta piena di fagiolini non facevano altro che deliziarlo ulteriormente.

Nonna si copriva la bocca con una mano per nascondere i denti.

«Brutto birbante che non sei altro», diceva a Little Earle, cercando di non ridere tra una parola e l’altra. «Brutto coso, brutto, brutto che non sei altro».

Earle si fermava, lanciando un verso simile a quello di un gufo, poi ricominciava ad andare avanti e indietro senza sosta, come se il suo slancio fosse troppo forte per permettergli di fermarsi senza cadere a terra. Temple e Patsy Ruth gli facevano il solletico sul pancino grasso con le loro dita umide mentre Grey e Garvey facevano schioccare le labbra e si univano alla cantilena della nonna.

«Brutto, brutto, brutto, brutto! Sei così brutto che sembri quasi carino!»

Earle faceva uno strilletto, un salto e poi scoppiava a ridere.

«Bru-tto», ripeteva. «Bru-u-tto!», con il viso luminoso che si spalancava in un sorriso e le mani sollevate all’altezza delle orecchie che svolazzavano come fossero ali di un calabrone, velocemente e con furia.

«Brutto. Brutto. Brutto».

«Tu sei un bruttone!» Nonna si lanciava su di lui, gli infilava le mani sotto le braccia, lo sollevava da terra e se lo portava davanti alla faccia. «Ciccione», diceva. «Culone». Gli schiacciava la bocca sulla pancia e soffiava così forte da far vibrare le labbra contro l’ombelico, uno scoppio di mille bollicine che lo faceva strillare, saltare ed esplodere in una risata isterica tra urletti acuti. Poi Little Earle si tirava le ginocchia al petto e metteva le manine a coppa attorno al piccolo sesso, cosa che faceva solo ridere ancora più forte Temple e Patsy Ruth. Nonna lo faceva dondolare un paio di volte, poi lo posava a terra, in piedi. Earle si allontanava subito per rifugiarsi sotto le ascelle del fratello più grande.

«Culone», sbuffava Grey, ma faceva sedere il fratellino accanto a sé. «Forse tanto brutto non sei». Sfregava le nocche contro la testa quasi calva di Earle e canticchiava: «Se sei alto spicca un salto. Se sei basso, mangia un sasso». Poi scoppiava a ridere, mentre nonna si asciugava le lacrime e le ragazzine versavano acqua fredda sui fagiolini.

Mi sporgevo in avanti, fino ad appoggiare la mano sulla sedia di nonna. Facevo poi scivolare le dita sulle asticelle intrecciate, lisce, consumate, fino a sentire il calore del suo corpo attraverso il cotone del vestito. Le risate sembravano echeggiare ancora nell’aria, insieme alla musica, alle frenate dei camion sulla strada, alle urla che qualcuno aveva cominciato a lanciare in lontananza, mentre l’oscurità calava e le lucciole come scintille apparivano sopra le teste dei maschi. Nonna abbassava un braccio e mi stringeva il polso. Si sporgeva per sputare un grumo di tabacco marrone oltre il portico. Quando finiva sul terriccio del giardino, avvertivo un tonfo sordo. Scivolavo sotto la sua spalla, mi allungavo su un lato della sedia a dondolo e le appoggiavo il viso sul petto. Riuscivo a sentire l’odore dei fagiolini bagnati, del tabacco, del succo di limone sul collo, un leggero ma pungente sentore di piscio, e anche di sale.

«Brutta», ripetevo, seppellendo la faccia nel suo vestito, con un sorriso così largo che i denti strusciavano contro il cotone caldo.

«Bruttina», sussurrava nonna sopra di me, mentre le sue mani mi scivolavano dietro la testa sciogliendo i nodi dei capelli, per poi sollevarli dalla nuca. «Quasi carina, dai. Oh, sei decisamente una Boatwright, una Boatwright al cento per cento».

Schiacciavo una risata nel suo collo. Anche nonna era brutta, ed era lei stessa a dirlo, così tante volte che mi ero convinta non le importasse più di tanto. La sua faccia larga e rugosa era segnata da lentiggini e rughe lunghe e profonde. Aveva i capelli sottili e grigi, stretti in una coda da uno di quei lacci neri delle borsette di tabacco. Aveva un odore intenso, pungente e salato, amaro e dolce allo stesso tempo. Il mio sudore scompariva nel tessuto, con le braccia le stringevo la vita e il mio respiro usciva dai suoi vestiti come vapore da una zuppa. Mi schiacciavo contro di lei, felice e al sicuro come doveva essersi sentito Little Earle mentre avvertiva i denti di nonna sulla pancia.

«Senti, Bone, tua mamma farà tardi», mi diceva Temple. «In queste serate calde ci mettono una vita a pulire la tavola calda,...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.