E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Allison Trash
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-283-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 272 Seiten
ISBN: 978-88-3389-283-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Mi alzai e scrissi un racconto, dal principio alla fine. Era una di quelli del taccuino giallo, una di quelli gia? riscritti, ma stavolta era ancora diverso. Non c'ero veramente io ne? mia mamma o le mie ragazze, non c'era nessuna delle persone reali, ma c'era tutto il senso, la rabbia assoluta e il dolore della mia vita. Non c'era quella voce lamentosa, ma l'accento del Sud sì, e anche la gioia e l'orgoglio che a volte sentivo per me e per i miei. Non c'era biografia ma neanche bugie, e pulsava al ritmo delle paure delle mie sorelle e della mia disperata vergogna, e finiva con tutte le domande e le decisioni ancora aperte - soprattutto la decisione di vivere». Pubblicato per la prima volta nel 1988, e premiato con il Lambda Literary Award, Trash e? il libro di esordio di Dorothy Allison, e la palestra nella quale ha perfezionato lo stile e lo sguardo che animano le pagine piu? belle della Bastarda della Carolina. Dando voce agli uomini e alle donne del Sud bianco e impoverito, i racconti di questa raccolta, dolorosi ed eloquenti, ci mostrano le terribili ferite che siamo capaci di infliggere a chi ci e? piu? vicino. Sono storie di sconfitta e di redenzione; di colpa e di perdono; d'amore e di abusi, illuminate dalla forza e dal potere taumaturgico della scrittura.
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Ragazze cocciute e storiacce brutte Introduzione
Il fatto centrale della mia vita è che sono nata nel 1949 a Greenville, nel South Carolina, figlia bastarda di una donna bianca di famiglia disperatamente povera, una ragazza che aveva mollato la scuola media l’anno prima, faceva la cameriera e aveva quindici anni e un mese quando mi mise al mondo. Questa realtà, l’impatto inevitabile del mio essere nata in una condizione di povertà che questa società ritiene vergognosa, disprezzabile e in un certo senso – anche se sembra strano – meritata, ha avuto un tale peso su di me che ho passato la vita a cercare di superarla o negarla. Le vite dei miei familiari non comparivano in televisione né nei libri, e neppure nei fumetti. Nel nostro paese c’era il mito dei poveri, ma nonostante i miei sforzi di entrarci per il rotto della cuffia, noi in quel mito non c’eravamo. C’era quest’idea del povero «buono», una fantasia che aveva poco a che vedere con le vite quotidiane a cui i miei familiari erano sopravvissuti. I poveri buoni erano grandi lavoratori, straccioni ma puliti, e intrinsecamente decorosi. Noi eravamo i poveri cattivi. Eravamo uomini che bevono e non sanno tenersi un lavoro; donne, invariabilmente incinte prima del matrimonio, che si logorano in fretta, grasse e invecchiate dal troppo lavoro e dai troppi figli; bambini col moccio al naso, occhi lacrimanti e un carattere impossibile. I miei cugini lasciavano la scuola, rubavano macchine, si drogavano e finivano a fare lavori senza futuro come i benzinai o i camerieri. Io dopo la scuola facevo un lavoro offertomi dal programma Guerra alla Povertà di Lyndon Johnson, e i libri che non potevo comprare li rubavo. Noi non eravamo di animo nobile, non eravamo grati né nutrivamo alcuna speranza. Sapevamo di essere disprezzati. A che scopo avremmo dovuto lavorare e risparmiare, per cosa o contro cosa avremmo dovuto combattere? Generazioni prima di noi erano lì a insegnarci che non cambia mai niente, e che chi cerca di sfuggire è destinato a fallire.
Tutto quello che scrivo viene fuori da questa comunissima storia americana. Non c’è nessun racconto che non abbia sullo sfondo la mia famiglia, anche se ormai sono molto lontana da Greenville, South Carolina, e dalla povertà in cui sono nata. Ma resto pur sempre la figlia bastarda di mia madre, sono una donna gelosamente attaccata alla famiglia che si è costruita, al figlio bastardo che ho a mia volta adottato e all’amante/compagna che mi nutre e mi stimola da oltre quindici anni. Siamo diventate quello che non intendevamo essere, e la sola cosa che so per certo è che a sostenermi sarà solo il mio senso dell’umorismo.
I racconti che ho cominciato da ragazza mi sembrano diversi quando li leggo adesso. È quasi come se non fossi stata io a scriverli, come se la scrittrice fosse un’altra persona – e ovviamente è proprio così. Venti, venticinque anni fa quando ho cominciato a pubblicare racconti, io ero un’altra persona, non solo più giovane ma anche più ragazzina di quanto mi piaccia ammettere oggi. Sono cresciuta scrivendo questi racconti. Ho fatto pace con la mia famiglia. Ho perdonato me stessa e qualcuna delle persone che disprezzavo tanto – più di tutte quelle che amavo. Perdonare è stato possibile in larga misura proprio grazie alla scrittura di questi racconti, al percorso di riappacificazione con la violenza della mia infanzia, per ammetterla e trovare un modo di parlarne che non mi facesse vergognare ancora di più di me stessa e di quelli che amavo.
Quando si è trattato di ripubblicare i racconti, mi preoccupava il pensiero che il discorso in cui erano nati fosse specifico di quel particolare periodo. E in un certo senso è proprio così, anche se molto meno e in modo diverso da come immaginavo. Pensavo che mi avrebbero annoiata, ma non è successo. Rileggendoli mi capita ancora di trasalire e stringere i denti, o di posare il libro e camminare avanti e indietro, e a volte anche di ridere forte. Sì, è vero che molti di questi racconti li ho scritti per un mio bisogno, per soddisfare me stessa più che un qualche editor o professore universitario. All’inizio non mi aspettavo di pubblicare da nessuna parte se non nella piccola rivista letteraria in cui lavoravo gratis, che non è un brutto modo di esordire.
Prima di pubblicare i miei racconti, ne ho letti moltissimi altri di gente che metteva nella scrittura la mia stessa passione, e ho imparato qualcosa da ognuno, compreso il fatto – molto importante – che in certe cose non dovevo neanche avventurarmi. Ho cominciato nella tradizione di Muriel Rukeyser, con una gran voglia di spaccare il mondo con quel che avevo da dire. C’erano determinate emozioni che volevo creare con la scrittura, cose che volevo far capire alla gente. A volte era il dolore che volevo provocare, altre la rabbia, quasi sempre volevo spronare all’azione, al cambiamento. Volevo che il mondo diventasse un altro nel corso della mia vita, e credevo sinceramente che scrivere fosse un modo perché ciò accadesse. Non ho cominciato con la tecnica, sono partita dalla forza del mio sentire e da lì ho lavorato per conquistare la tecnica. Volevo essere brava ed efficace, due cose che non sempre coincidono. A volte cercavo di scrivere una poesia, ma non riuscivo a limare abbastanza per produrre qualcosa che non fosse narrativa. A volte ero così furiosa che scrivevo per placare la rabbia. Ero quasi sempre arrabbiata, e ubriaca di parole, del suono delle parole più che di come apparivano sulla pagina. Posso dire quasi letteralmente di aver scritto a voce alta, leggendo e rileggendo i racconti a voce alta finché non si avvicinavano a quello che volevo.
«Se muoio domani, voglio aver prima scritto questo».
È così che sono nati molti di questi racconti. Di tanto in tanto, mi capitava di leggere un racconto di qualcun altro e di abbandonarlo con rabbia, per cominciare a scriverne uno io che confutasse ciò che mi aveva contrariata. Se ci ripenso mi tornano in mente quei momenti anche quando non ricordo più il racconto in particolare contro cui mi scagliavo. In un vecchio diario li ho definiti «racconti alla Taylor Caldwell»: storie in cui la gente povera del Sud è descritta come se fosse cerebrolesa, o moralmente inadeguata, o semplicemente stupida.
«Non siamo stupidi. Ce la caviamo benissimo con i nostri mezzi». L’idea era di mettere questo nero su bianco, ma poi partivo per la tangente. Nel senso che non arrivavo dove intendevo. Ho cominciato «Quella carogna venuta dal Tennessee» per provare a immaginare come poteva essere stata mia nonna, e sua madre, la mia bisnonna di cui non sapevo quasi niente, a parte che i figli la odiavano e che era vissuta a lungo. Come andare avanti da lì?, mi chiedevo, e mi inventai una Mattie Lee immaginaria, una finta Shirley. Ai figli diedi dei nomi che comparivano effettivamente nei discorsi di mia nonna, nomi di primi e secondi cugini, di zii morti. Ne feci una specie di film, o quel tipo di storia che i miei familiari non mi avrebbero mai raccontato. Contrariamente al mito delle famiglie del Sud che si raccontano storie sulla veranda, nella mia famiglia i segreti venivano mantenuti e ci si limitava alle allusioni. Certi giorni penso che il modo migliore per creare una scrittrice sia rifiutarsi di raccontarle quel che è successo, come hanno fatto con me mia madre e le mie zie. Mi sono dovuta inventare io la mia bisnonna, e l’ho fatto in un racconto che originariamente doveva essere su sua figlia; un racconto cominciato quand’ero ancora al college, e mia madre mi disse che mia nonna era morta – ma tre mesi dopo il funerale, quando ormai non avevo più alcuna speranza di tornare a Greenville, andare al funerale e magari sapere qualcosa su com’era successo.
«In un fosso», mi disse zio Jack dieci anni dopo. «Le è preso un colpo a metà strada tra casa nostra e quella di tuo zio Bo. È caduta giù ed è morta».
Ci sono rimasta. «Oh».
«Oh». All’epoca io vivevo a Tallahassee, in una casa gestita da un collettivo femminista, ed ero fieramente decisa a saperne di più su nonna, sulle zie, e perfino sulla leggendaria bisnonna Shirley. Ma durante quella visita non ottenni altro che il commento brutale di mio zio, e non appena chiesi spiegazioni una delle zie negò che le cose fossero andate così.
«Non è morta lì. È morta in ospedale due giorni dopo. È solo caduta nel fosso, ed è rimasta lì per un po’ prima che la trovassimo».
Forse era quella la storia che avrei dovuto scrivere, ma non andò così. Una volta tornata nella mia grande e complicata casa, mi misi a lavorare a un racconto che parlava di come nonna Mattie Lee poteva essere stata da ragazza. E c’ero anch’io dentro, io che guardavo Shirley sbattere il manico della scopa sui gradini. Avrei fatto Mattie Lee così eroica, se mia madre non mi avesse nascosto la sua morte, se le parole di mio zio non fossero state così brutali? Forse. Comunque, quel che ho scritto suonava giusto sulla pagina, e oggi, a distanza di tempo, questa mi sembra la cosa più importante. Ho fatto molte cose perché suonavano giuste sulla pagina, o quando le leggevo ad alta voce in una stanza vuota. Quel racconto non lo finii a Tallahassee ma a Brooklyn, quindici anni buoni dopo la morte di mia nonna. E anche allora, penso di averlo finito perché mi innamorai di quella ragazza adolescente, con la bocca schiumante di rabbia e gli occhi infuocati. E funzionò abbastanza da diventare un’altra di quelle storie di cui mia madre non mi avrebbe mai parlato. «È una vera carognata», disse a proposito di un racconto che le avevo spedito. Lo disse...




