Ananthaswamy | L'uomo che non c'era | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 351 Seiten

Ananthaswamy L'uomo che non c'era

Storie ai limiti del sé
1. Auflage 2022
ISBN: 979-12-5982-065-5
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storie ai limiti del sé

E-Book, Italienisch, 351 Seiten

ISBN: 979-12-5982-065-5
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



In questo agile saggio Anil Ananthaswamy si interroga sul paradosso del sé, e sulle malattie che lo rivelano, coniugando al rigore scientifico l'attenzione per l'esperienza individuale, ricordandoci la domanda che da sempre neuroscienze e uomo cercano di rispondere: che cosa vuol dire «io»? Sindrome di Cotard, schizofrenia, morbo di Alzheimer, epilessia sono «patologie del sé», modi di esistere in cui viene meno la cristallina equivalenza di pensiero ed essere postulata da Cartesio, «penso, dunque sono», e la persona sperimenta un io che non coincide con le certezze che abitualmente le consentono di credersi se stessa: la capacità di ricordare quello che ha vissuto, la padronanza dei suoi pensieri e delle sue azioni, la percezione di abitare un corpo, di occupare un punto preciso nello spazio, di avere un'identità che resta stabile nel tempo... Ma, se non è nel corpo né nei sensi né nella memoria, dove si trova il sé? E quale realtà o continuità possiamo attribuirgli, dal momento che sappiamo solo ciò che non è? L'uomo che non c'era parte da qui: dagli interrogativi a cui epistemologie differenti non hanno ancora saputo rispondere definitivamente, rimandandoci alla certezza che mente e corpo intrecciano tra loro relazioni complesse e mutanti, che i processi neuronali aggiornano il nostro Sé continuamente, e che la percezione di continuità che abbiamo del nostro essere noi stessi potrebbe di per sé essere un'illusione. Perché il Sé è allo stesso tempo ovunque, eppure da nessuna parte, nel nostro cervello.

Già vice-caporedattore del New Scientist, lavora oggi per la stessa testata come consulente. È guest editor per un famoso programma di divulgazione scientif ica dell'Università della California a Santa Cruz e conduce un laboratorio annuale di giornalismo scientifico presso il National Centre for Biological Sciences di Bangalore, in India. È feature editor freelance per Front Matter, Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America e ha scritto per National Geographic News, Discover e Matter. È stato rubricista del blog The Nature of Reality di PBS NOVA. Ha vinto il premio per la divulgazione della fisica del britannico Institute of Physics nonché il premio per il Miglior Giornalismo Investigativo della British Association of Science Writers. Nel 2010, Physics World ha eletto The Edge of Physics, il suo primo libro, miglior libro dell'anno. Vive fra Bangalore e Berkeley, in California.
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1.


Il morto vivente


Chi dice «Io non esisto»?

Gli uomini dovrebbero sapere che dal cervello, e dal cervello soltanto, discendono i nostri piaceri, le gioie, le risa e le facezie, nonché le nostre afflizioni, le pene, i dolori e le lacrime […]. I nostri patimenti derivano tutti dal cervello […].
La pazzia è una conseguenza della sua umidità.

ippocrate1

Se tento, infatti, di afferrare questo io di cui sono certo, se cerco di definirlo e compendiarlo, esso non è più che acqua che scorre fra le mie dita.

Albert camus, Il mito di Sisifo, 1962, p. 44

Adam Zeman non dimenticherà mai quella telefonata «alla Monty Python», com’ebbe a definirla lui stesso. Un collega lo invitava a recarsi urgentemente nel reparto di psichiatria, dove un uomo affermava di essere cerebralmente morto. Zeman ebbe l’impressione di essere convocato in rianimazione più che in psichiatria. «D’altra parte», mi ha raccontato, «non era nemmeno il genere di telefonata che si riceve normalmente dalla rianimazione».

Il paziente si chiamava Graham e aveva quarantotto anni. In seguito alla separazione dalla seconda moglie era caduto in una profonda depressione e aveva cercato di togliersi la vita. Era entrato nella vasca da bagno piena d’acqua e ci aveva buttato dentro una stufa elettrica, sperando di restare folgorato. Fortunatamente il fusibile era saltato, e così l’uomo era sopravvissuto. «Sembrava non avere riportato alcun danno dal punto di vista fisico», mi disse Zeman, neurologo dell’Università di Exeter, nel Regno Unito. «Ma qualche settimana dopo si convinse che il suo cervello era morto».

Si trattava evidentemente di una convinzione abbastanza singolare, e a causa di essa Zeman dovette sostenere alcune conversazioni piuttosto bizzarre. «Guardi, Graham, lei è in grado di sentirmi, di vedermi, di capire quello che le dico, di ricordare il suo passato e di esprimersi; non c’è alcun dubbio che il suo cervello funzioni», diceva Zeman all’uomo.

E quello rispondeva: «No, no, il mio cervello è morto. La mia mente è viva ma il mio cervello è morto».

Quel che è peggio, Graham era sconvolto per il fallimento del suo tentativo di suicidio. «Era una specie di morto vivente», mi disse Zeman. «E in effetti per un certo periodo aveva preso l’abitudine di andare nei cimiteri, dove si tratteneva abbastanza a lungo proprio perché si sentiva in mezzo ai suoi simili».

Con una serie di domande Zeman provò a capire da dove provenisse quella strana convinzione. Era evidente che in Graham era cambiato qualcosa di veramente essenziale: era mutata l’esperienza soggettiva che aveva di sé e del proprio mondo. Non avvertiva più la necessità di mangiare e di bere. Ciò che una volta era per lui fonte di piacere aveva smesso di gratificarlo. «Quando faceva un tiro di sigaretta, non succedeva niente», mi disse Zeman. L’uomo affermava di non avere mai bisogno di dormire, di non avere sonno. Naturalmente tutte queste cose — mangiare, bere, dormire — le faceva, ma i desideri e le sensazioni corrispondenti si erano drasticamente attutiti.

Graham aveva perso qualcosa che tutti noi abbiamo: una spiccata percezione dei nostri desideri e delle nostre emozioni. I pazienti che soffrono di depersonalizzazione lamentano spesso questo ottundimento o appiattimento emotivo, e anche la depressione può produrre stati analoghi, in cui le emozioni perdono la loro forza. Ma questi pazienti non arrivano a sviluppare un delirio di non esistenza così evidente. Nel caso di Graham, invece, l’appannamento nella percezione delle proprie emozioni era così estremo che «stando all’alterazione della sua esperienza, l’uomo era arrivato alla conclusione che il suo cervello doveva essersi spento», affermò Zeman.

Secondo il neurologo, in deliri così conclamati svolgono un ruolo importante due fattori. Il primo è una profonda alterazione nel senso del sé e del mondo — a Graham, per così dire, era improvvisamente mancato il terreno emotivo sotto i piedi. Il secondo è un’alterazione che riguarda la capacità di ragionare su tale esperienza. «Nel caso di Graham sembravano essere accadute entrambe le cose», spiegò Zeman.

La convinzione delirante di Graham resisteva a ogni prova contraria. Nel corso delle conversazioni con lui, il neurologo lo metteva quasi con le spalle al muro, mostrandogli come ciò di cui lui era convinto fosse falso. Graham ammetteva che molte sue facoltà mentali fossero ancora integre, di poter ancora vedere, udire, parlare, pensare, ricordare e via dicendo.

A quel punto Zeman gli diceva: «Evidentemente, Graham, la sua mente è viva».

E lui ribatteva: «Certo, certo, la mente è viva».

Al che Zeman provava a dire: «La mente è strettamente connessa al cervello, pertanto anche il suo cervello è sicuramente vivo».

Ma Graham non abboccava. «Mi diceva: “No, la mia mente è viva, ma il mio cervello è morto. È morto in quella vasca da bagno”», spiegò Zeman. «Anche quando ero a un passo dal portargli una prova apparentemente inconfutabile, lui non l’accettava». Era affascinante come fosse arrivato a convincersi di un’idea così assurda, quella di essere morto per la morte del suo cervello. In un’epoca in cui la definizione di morte non comprendesse la morte cerebrale, il suo delirio sarebbe stato diverso?

In tutta la sua carriera, a Zeman era capitato solo un altro paziente che affermava di essere morto. A metà degli anni Ottanta, durante il tirocinio a Bath, in Inghilterra, aveva avuto in cura una donna che versava in un grave stato di denutrizione a seguito di un lungo intervento chirurgico all’intestino. Il suo corpo era stato martoriato da una serie di operazioni, a causa delle quali «si era depressa gravemente e aveva sviluppato la convinzione di essere morta», disse Zeman. «Il che, cosa strana, mi pareva comprensibile, dato il terribile trauma a cui era stata sottoposta».

Zeman riconobbe gli stessi sintomi in Graham e gli diagnosticò la sindrome di Cotard, una condizione patologica riconosciuta per la prima volta in maniera chiara e definita nel xix secolo, grazie al neurologo e psichiatra francese Jules Cotard.

* * *

Percorrendo la Rue de l’École de Médecine nel sesto distretto di Parigi, a un certo punto si incontra un maestoso colonnato, magnifico esempio di architettura neoclassica francese, che delimita il portico dell’Université René Descartes. Progettata alla fine del xviii secolo dall’architetto Jacques Gondouin, la facciata vuole richiamare l’attenzione e al contempo apparire aperta e invitante (Delon, 2013, p. 258).

Entrai nell’edificio per raggiungere la sezione manoscritti rari della biblioteca della Scuola di Medicina e consultare un documento sulla vita di Jules Cotard: il testo di un elogio proclamato dall’amico e collega Antoine Ritti nel 1894, quasi cinque anni dopo la sua morte. Cotard aveva curato con devozione la figlia malata di difterite, ma aveva finito con il contrarre lui stesso la malattia e morire nel 1889 (Pearn e Gardner-Thorpe, 2002, p. 1400). Gran parte di ciò che sappiamo sul suo conto lo si deve all’elogio di Ritti, di cui esiste una copia nelle pagine di un vecchio volume rilegato in pelle, sul cui dorso si legge semplicemente Mélanges biographiques, «Biografie varie». Sfogliai il libro fino all’elogio di Ritti. Sulla prima pagina era riportata una nota a mano del preside della facoltà di Medicina dell’università dell’epoca: Hommage de profond respect. Firmato, Ant. Ritti.

Cotard è famoso più che altro per aver descritto i cosiddetti «deliri nichilistici», o délire des négations. Ma prima di coniare questa espressione aveva già parlato di «delirio in un ipocondriaco gravemente malinconico» il 28 giugno 1880, a un congresso della Société Médico-Psychologique, dove aveva presentato il caso di una quarantatreenne che affermava «di non avere “cervello, nervi, torace né viscere, e di essere solo pelle e ossa”, che “non esistevano né Dio né il demonio” e che non necessitava di cibo, “essendo eterna e destinata a vivere per sempre”. Aveva chiesto di essere bruciata viva e aveva tentato varie volte di suicidarsi» (Berrios e Luque, 1995).

Qualche tempo dopo Cotard coniò l’espressione délire des négations, e dopo la sua morte altri medici diedero a quella sindrome il nome del suo scopritore. Nel corso degli anni l’espressione «delirio di Cotard» è arrivata a designare il sintomo più eclatante della sindrome, ovvero la convinzione di essere morti. Tuttavia, la sindrome comprende una costellazione di sintomi, e non include necessariamente la convinzione delirante di essere morti o di non esistere. Gli altri sintomi sono la convinzione che vari organi o parti del proprio corpo manchino o siano putrescenti, il senso di colpa, l’impressione di essere dannati o condannati e, per uno strano paradosso, anche il senso di immortalità.

Ma a sollevare una spinosa questione filosofica è proprio l’idea delirante di non esistere. Fino a un’epoca recente, l’asserzione cogito ergo sum, «penso, dunque sono», del filosofo francese del xvii secolo René Descartes, è stata il pilastro della filosofia occidentale. Cartesio aveva distinto la mente dal corpo: quest’ultimo apparteneva al mondo fisico ed era qualcosa che occupava uno spazio ed esisteva nel tempo, mentre la mente, priva di estensione spaziale, era essenzialmente pensiero. Per Cartesio, il cogito non indicava...



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