Anna | La primavera degli scomparsi | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 432 Seiten

Reihe: Amazzoni

Anna La primavera degli scomparsi


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-584-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 432 Seiten

Reihe: Amazzoni

ISBN: 978-88-6243-584-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Katowice, Bassa Slesia. Krystyna, poliziotta in pensione, conduce una vita monotona, dividendosi tra camminate, giardinaggio e indigestione di serie tv. A distanza di molti anni un avvenimento però continua a tormentarla: la scomparsa del fratello Romek, avvenuta in circostanze misteriose durante una gita sui Monti Tatra nel 1963. Della sfortunata comitiva di cinque amici era tornato solo Jacek che, sospettato di aver causato la morte dei compagni, aveva fatto perdere le sue tracce. Un bel giorno Krystyna lo rivede e scopre che l'uomo ha assunto una nuova identità. Decisa a farlo confessare, lo segue e si introduce in casa sua armata di coltello. Una protagonista caustica e lontana dagli stereotipi per un giallo coinvolgente che parla anche di vecchiaia, solitudine e famiglie che vanno in pezzi.

(Katowice, 1976) Tra le voci più eclettiche e talentuose della letteratura polacca contemporanea, è autrice di una vasta produzione narrativa che le è valsa numerosi premi. In Italia sono stati pubblicati 'Buio' (Carbonio, 2020) e 'Gli incompiuti' (Moscabianca Edizioni, 2023). 'La primavera degli scomparsi', primo volume di una trilogia che ha avuto in patria un'accoglienza straordinaria, ha ricevuto nel 2021 il Nagroda Wielkiego Kalibru come migliore romanzo poliziesco polacco.
Anna La primavera degli scomparsi jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


1


La fotografia è in bianco e nero e leggermente sovraesposta, sicché i visi dei cinque giovani vi appaiono come circondati da aureole. Come se stessero salendo una scala verso il cielo, e non montando su un treno a lunga percorrenza. Tre ragazzi e due ragazze, tutti di un’età compresa tra i ventidue e i ventiquattro anni, sorridenti nonostante i pesanti zaini da viaggio. Era il 1963, i Beatles avevano pubblicato il loro primo disco, ma in Polonia non ne avevamo idea: allora ascoltavamo il jazz, i Czerwono-Czarni, a volte le hit romantiche un po’ datate. Pamietasz, byla jesien2 – ancora oggi sono in grado di ripetere le parole di questa canzone. Due mesi dopo avrei iniziato l’ultima classe del liceo, mio fratello si era appena laureato. Sembravano così adulti quel giorno, mentre sulla banchina scherzavano sulle loro ultime vere vacanze e sul futuro lavoro. Naturalmente sarei voluta andare con loro, e penso perfino che avrei potuto convincere Romek, ma i nostri genitori erano stati categorici. E poi, nel profondo del cuore sentivo che sarei stata un pesce fuor d’acqua in quella compagnia di superuomini e superdonne baciati dal sole, che si accingevano a coprire il percorso da Polana Chocholowska al rifugio nella Valle del Roztoka. Ero troppo giovane, troppo delicata, grassottella e debole. Così loro partirono e io rimasi sulla banchina, le mani serrate sulla macchina fotografica Zenit. Quando tre settimane più tardi feci sviluppare la pellicola, tre persone ritratte nella foto erano morte e Romek era scomparso. Era tornato solo Jacek. Nella foto sorride anche lui, non come gli altri però, non apertamente, il suo è un sorriso che a seconda di come lo si interpreta può essere d’intesa, nervoso o triste. Per anni l’ho guardato chiedendomi che cosa si nascondesse dietro di esso, e non ho ancora trovato la risposta. Forse niente, o forse tutto.

Ho riposto la foto in un cassetto della scrivania, mi sono messa le scarpe e ho preso il soprabito leggero dall’attaccapanni nell’ingresso. Sono andata a passo lento verso l’ambulatorio, dove un medico giovane e cortese mi ha informata che per la mia età sono in discreta forma. Parlava con un lieve stupore e anche con orgoglio, quasi che la mia forma fosse una nostra conquista comune, non si sa quanto grande. Dal suo punto di vista settantatré anni devono rappresentare già un’età decrepita, ma io, sebbene a volte mi senta vecchia, non sono ancora decrepita. E ho ancora un paio di cose da fare nella vita.

Sono tornata sempre a piedi, senza aspettare l’autobus. Lungo la strada mi sono fermata nel centro di Nikiszowiec per un caffè e una pasta da Byfyj. Mi piace questo locale e mi piace questo quartiere, dove ancora fino a poco tempo fa si aveva paura a lasciare la macchina per pochi minuti, mentre ora si possono vedere gruppi di giapponesi e giovani coppie che si fanno selfie sullo sfondo dei familok3 con i davanzali dipinti di rosso.

Nei giardinetti Zillmann ho fatto un cenno del capo a Przybyluk, che come sempre nel vedermi ha accelerato il passo. Inutile dire che la cosa mi ha fatto sorridere. Era una vecchia conoscenza, anche se non eravamo mai riusciti ad arrestarlo. Poi mi sono seduta accanto a una vicina. Si riposava su una panchina scaldandosi al sole mentre Betsy, la sua vecchia bassotta, annusava l’erba appena spuntata. Abbiamo parlato un po’ di ciò di cui parlano di solito le persone anziane: dei nipoti, delle ultime novità dei conoscenti e del tempo, che ormai è completamente impazzito, perché ancora una settimana fa faceva freddo, giravano tutti con i giacconi pesanti, mentre adesso guarda un po’: è praticamente estate. La Buchtowa parlava slesiano, ma dopo anni che vivo a Katowice ho imparato a capire abbastanza bene il dialetto. Nel quartiere ho alcune amiche della mia età o perfino più anziane con cui spettegolo davanti a un caffè. Mi piacciono queste Elfride, Hilde o Edeltraude, così esotiche all’orecchio, e io piaccio a loro, o almeno credo, anche se non sanno tutto di me. Ad esempio, non ho ancora rivelato loro che vengo da Sosnowiec: per fortuna ormai i vecchi rancori tra il Zaglebie e la Slesia si sono molto attenuate, ma c’è ancora chi ama fare battute sui rozzi montanari slesiani. Non ho neanche confessato che cosa facevo davvero quando lavoravo nella milizia, e poi nella polizia. Quando il discorso cade su questo argomento, faccio un gesto sprezzante con la mano e dico che il mio era un noioso lavoro di scartoffie, perciò credo che mi considerino tutti una specie di segretaria in pensione. Meglio così – se avessi confessato che lavoravo nel reparto investigativo ora mi guarderebbero con occhi diversi, non come una normale donna anziana, ma come qualcuno che suscita curiosità e forse anche una leggera paura, e io non ho bisogno né dell’una né dell’altra.

– ...i cani.

Ero soprappensiero, perciò mi sono resa conto solo dopo un po’ che la Buchtowa stava dicendo qualcosa.

– I cani? – ho chiesto stupidamente guardando la grassa bassotta, che aveva rinunciato ad annusare l’erba e, fatto un largo sbadiglio, si era stesa ai piedi della padrona.

– Quelli che li rubano – ha spiegato la Buchtowa. – Mia figlia dice che sono gli arabi, per i loro kebab.

Ho sbattuto le palpebre. A Janów ultimamente sono spariti molti cani, ma la teoria dei kebab non l’avevo ancora sentita. Così mi sono limitata ad annuire in modo vago, e la Buchtowa ha gettato uno sguardo timoroso a Betsy, come se con gli occhi della fantasia vedesse già la bassotta girare su uno spiedo nel chiosco di un fast food di quart’ordine. Poi il discorso è passato all’inevitabile tema della salute. La mia compagna aveva il cuore debole, problemi alla vescica e naturalmente “gli zuccheri alti”, la maledizione della nostra epoca. Ho ricambiato raccontando dell’anca malata, che era stata operata qualche mese prima ma continuava a darmi fastidio, soprattutto quando pioveva, anche se non tanto quanto ho cercato di far credere alla Buchtowa. Al verdetto del giovane medico non ho accennato – di fronte all’elenco di disgrazie della vicina non mi sembrava il caso, e nell’avviarmi verso Janów dopo avere lasciato lei e la bassotta nel giardinetto, ho zoppicato leggermente. L’ho fatto per gentilezza o perché questi piccoli imbrogli innocenti sono uno dei pochi piaceri delle signore di una certa età. O forse si trattava di qualcos’altro: forse in quel momento nella mia testa stava già prendendo vita un piano.

*

Nel pomeriggio sono andata all’orto urbano, dove mi sono dedicata a sarchiare le aiuole e a piantare le fresie, e la sera è passata da me Justyna. In teoria per fare due chiacchiere, in realtà senz’altro per controllare se continuo a nutrirmi di cibi pronti in scatola. Justyna ha da poco compiuto cinquant’anni e, dopo avere cresciuto una figlia e avere accompagnato un figlio agli anni dell’adolescenza, ha rivolto parte dei suoi istinti protettivi sull’anziana madre. Cercare di opporsi non ha senso, perciò non appena annuncia una sua visita getto via i barattoli di polpette, bigos4 e fagioli stufati, pur sapendo che probabilmente Justyna li troverà comunque nella pattumiera e poi si aggirerà per l’appartamento con espressione torva, bofonchiando qualcosa sull’importanza di un’alimentazione corretta in età avanzata.

Devo riconoscere con rammarico che non sono stata una buona madre e che mentre i miei figli crescevano ho dedicato più tempo al lavoro che alla vita familiare. Deve essere per questo che Justyna, in un impeto di ribellione – o forse di semplice necessità – è divenuta il mio esatto opposto: già alle elementari adorava fare da mamma alle bambine più piccole, e poi ha subito imparato a occuparsi della casa e a cucinare.

Abbiamo spettegolato su Adam. Lo stile di vita di mio figlio suscita in Justyna disapprovazione e in me fascino misto a un leggero orrore. Adam è un grafico informatico, lavora a casa cibandosi di pizza da asporto ed è attratto da donne più grandi di lui, molto spesso cariche di figli adolescenti, ai quali come un vecchio zio svela le seduzioni dei videogiochi. Poi il discorso è caduto su mia nipote, Zuza, che ha appena finito il quarto anno all’Accademia di Belle Arti.

– Le hanno offerto un incarico di assistente dopo il diploma – ha annunciato Justyna con un’espressione che lasciava presagire una disgrazia imminente.

– È una buona notizia, no? – ho provato a tastare il terreno con discrezione.

– Già. Ma adesso tutti i colleghi sparlano di lei alle sue spalle. Dicono che per ottenere il posto è andata a letto con il professore di disegno.

– E ci è andata?

Justyna mi ha guardata scioccata.

– Certo che no.

Chiaro che no, ho pensato. Zuza è una brava ragazza. Forse perfino un po’ troppo brava per il suo bene.

– Zuza si chiede se non rinunciare, ma in tal caso come si manterrà? Con i tatuaggi all’henné?

– Pare che con quelli non si guadagni affatto male.

– Sì, ma non è mica una vera professione. – Secondo Justyna con “vera professione” si intende un lavoro fisso con orario otto-sedici. Medico, avvocato, funzionaria di banca, alle brutte perfino segretaria, ma di sicuro non un’artista che passa di festa in festa con tubetti di pasta di henné.

– E per giunta questa estate vuole andare in montagna – ha continuato. – Con gli amici. In giro per i Tatra con gli zaini. Come ai vecchi tempi, ha detto così. Andranno al Zawrat.

Mi è girata la testa. Magari era un caso, in fondo un sacco di gente va sui Tatra ogni anno. Dopo che a marzo avevo incontrato inaspettatamente Jacek, però, l’idea di andarci in gita...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.