Cartarescu | Abbacinante. L'ala destra | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 751 Seiten

Cartarescu Abbacinante. L'ala destra


1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-6243-015-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 751 Seiten

ISBN: 978-88-6243-015-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Quattro storie si incrociano in un sottile gioco di echi e attraverso la sovrapposizione di tempi e di spazi tendono all'apoteosi finale. Gli sviluppi della rivoluzione romena del 1989 - con la rievocazione caustica di una società allo stremo, soggetta all'arbitrio di un uomo malato - si intrecciano al mondo fantastico del giovane Mircea, al segreto che nasconde la sua famiglia, alle vicende di bambino cresciuto in un bordello e diventato un criminale e alla sua lenta redenzione, per dar vita a un romanzo che si colloca al crocevia di tutti i più importanti movimenti letterari contemporanei. Capitolo conclusivo dell'incandescente e ambiziosa trilogia Abbacinante di Mircea C?rt?rescu, L'ala destra è 'un libro eccezionale che trasforma la lettura in un'esaltante odissea'.

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“Mirrrcea!” Il bimbetto era uscito di corsa, gridando, da dietro il tendaggio del ripostiglio, dove si era nascosto perché non lo trovasse la “presa con due occhietti”, la temuta presa elettrica, dove era però stato anche peggio, poiché lì c’era sempre buio e un forte odore di pelle, a causa degli stivali da militare del babbo, e di canapa, per un sacco pieno di panni sporchi, e lì c’era ancora una bambola di stoffa che ti prendeva a un tratto in braccio e, con i suoi denti disegnati con un pennarello sull’ovale del viso, ti mordeva un dito, a fondo, finché usciva del sangue. E si doveva andare poi dal nostro bravo medico, che ti faceva una puntura con una siringa grande quanto te. Eppure, nonostante avesse una paura indicibile di questa bambola di stoffa, persino maggiore della presa con due occhietti, continuava talvolta a nascondersi nel ripostiglio, poiché lì, lì soltanto c’era un buio così fondo che cominciava a vedere, disteso sopra un cumulo di robe vecchie, dei circoletti verdi davanti agli occhi, delle stelline che brillavano e danzavano di notte, e che, pian piano, si accoppiavano e il bimbo vedeva allora oggetti che si muovevano in modo buffo e inaspettato, ometti che lottavano fra loro, cani e case, e torri, e molta gente a una fermata di tram, e un piatto pieno di fragole spezzettate, cosparse di zucchero. Non poteva che rimanere lì, senza pensare a nulla, e stare a guardare come davanti al televisore della zia Elenbogen. Alla fine, quei disegni verdognoli che trapassavano l’uno nell’altro prendevano sempre la forma della bambola di stoffa disegnata con un pennarello, e doveva nuovamente scappare, urlando a più non posso, lasciando dietro di sé una sottile striscia di sangue. Ora era corso per casa scalpitando come un robottino, finché, dopo essersi ritrovato per due volte nella stanza sbagliata, si era imbattuto infine nella sua mamma, a letto, dove, nella sua camicia da notte di cotonina arancione, leggeva un libro. All’inizio, la casa aveva avuto tantissimi vani, tra i quali si perdeva disperato, senza mai riuscire ad arrivare dove voleva. Quando credeva di trovare il bagno, entrava nella stanza dei genitori. Quando voleva scendere in strada, dal davanzale, finiva in cucina. I corridoi incredibilmente lunghi e intricati, con le loro passatoie stese sul pavimento di legno grossolano, tinto in marrone, si erano lentamente ridotti, nell’ampio arco di tempo in cui avevano abitato lì, a due, come pure le stanze, se non si contavano la cucina, il ripostiglio e il bagno. E c’era ancora un fatto: le stanze non echeggiavano più. All’inizio le pareti producevano un rumore simile a un profondo ringhio animalesco, al mugghio di fiumi in piena. E si protendevano verso di lui, dalla loro altezza inimmaginabile, minacciose e ammonitrici. I corridoi traballavano al suo passaggio, e lui provava delle vertigini quasi come se avesse superato profondi burroni sopra oscillanti ponticelli.

Ora si erano acquietate e, salvo il fatto che erano terribilmente grandi, come pure le sedie e il tavolo, e che il ragazzetto riusciva a malapena a vedere le lampadine sospese al soffitto, fasciate con sbiaditi fogli di giornale, tanto in alto erano poste al di sopra delle pareti sghembe, la casa poteva essere abitata adesso con sufficiente fiducia. Per addomesticare un luogo occorreva rassodarlo pestando bene con i piedi, accarezzarlo ripetutamente con le manine, qualche altra volta odorarlo o leccarlo. La casa era ora docile, anche se talvolta trasaliva, ringhiando, come un cane risvegliato dal sonno, ma se aprivi la porta dovevi rimanere afferrato alla mano della mamma. Intorno a lei e al babbo si creava come un cerchio di luce, ovunque andassero. Il piccolo Mircea restava in quel cerchio magico e non aveva paura. Un po’ di volte avevano anche preso il tram, ed erano passati per luoghi strani e tristi, però anche nel tram quel cerchio d’oro aveva investito i sedili, il finestrino e una parte dei viaggiatori, gettando la sua luce placida, rasserenante, anche oltre il capino dalla capigliatura castana del bimbetto che voleva sempre stare da solo sul sedile di legno, ampio come un trono, rimanendo con le labbra appiccicate al finestrino impolverato.

Si era lanciato sul letto, sopra la sua mamma, schiacciandole il libro sul viso, ficcandole un ginocchio in pancia, tanto da far sì che lei si lamentasse. La donna però non si arrabbiò, lo accolse accanto a sé con un ampio sorriso: se lo sarebbe mangiato tutto di baci! E cominciarono i loro giochi abituali, durante i quali Mirci?or rideva a più non posso: solletico sul torace e sotto i piedi, finti morsi sul petto e sul pancino, dai quali si difendeva gridando e agitando le gambette, pizzichi voluttuosi sui cosciotti nudi... “Così, ecco, così ti mangio...” lo minacciava la mamma, rotolandosi insieme a lui, strillando con lui, rossa come un fuoco, con i capelli spettinati. Lottavano, ridevano, si spintonavano, finché lo scherzo si faceva pesante e un calcio dato con più forza la colpiva al mento, o le capitava un ditino giusto in un occhio. “Vedi, dopo il riso ora viene il pianto”, e così accadeva qualche volta. Nel piacere sfrenato delle loro capriole fra le lenzuola spiegazzate, il bimbetto faceva a gara nello scherzo, non voleva più calmarsi. Afferrava fra le mani ciocche intere di capelli della mamma, e i pugnetti serrati glieli riuscivi ad aprire solo con la forza. O le dava, per la gioia, una manata sul viso, che la faceva urlare di dolore. Allora, dopo molte insistenze perché si calmasse, le prendeva. Quando sentiva il bruciore degli schiaffi sul culetto, non riusciva a crederci. Ma se stavamo giocando così bene! Rimaneva per un attimo sconcertato, tutto sudato e rosso come un gambero grigliato, poi cominciava con dei belati da animale sgozzato, così laceranti che la mamma non sapeva più come acquietarlo, come blandirlo, cosa mai cantargli e bisbigliargli all’orecchio pur di vederlo di nuovo sereno. “Perdona la mamma, non ha voluto colpirti la tua mamma” barbugliava la donna, cullandolo fra le braccia e distraendolo con giochi questa volta più pacati. “Ecco che passa nel salotto la signora” recitava lei come per un incantesimo, muovendo il dito intorno al visino ancora pieno di lacrime, quindi il dito, con un’unghia non limata, si fermava sul nasino: “E preme così sul campanello: trrrr!” Tutte le volte che gli pigiava il naso, pieno ora di moccoli a causa delle lacrime, la mamma faceva di nuovo “Trrr!” con una tale allegria che il piccolo si rasserenava, mescolando una fragorosa risata, strappata a forza, con i piagnucolii. A sentire “bestiolina, bestiolina mia, dove vai?” non riusciva più a star serio, e faceva la pace con la sua mammina, e cominciava di nuovo a ridere come se non fosse successo nulla: “Vado da Mircica, a mangiarmelo” replicava la bestiolina, che avanzava tentennante lungo la sua gamba, quindi più su fino alla pancia. “E da che parte comincerai?” Il bimbetto, sapendo ciò che sarebbe accaduto, si rannicchiava tutto, proteggendosi il petto con le dita spianate, però la mano della mamma trovava sempre il punto vulnerabile: un pezzettino di pancia scoperto con l’ombelico prominente, una scapola minuta, una coscia paffuta, una porzioncina del collo, sudata per lo sforzo, e si precipitava con la velocità di un insetto predatore sulla parte indifesa: “Da qui, da qui, da qui, da qui!” Il bimbetto si dimenava fra il riso e il pianto, poi si appollaiava sopra la mamma enorme, umettandole con la bocca una piega della sua camicia da notte.

La mamma cominciava allora a leggergli qualcosa dal suo libro, dalle pagine rossastre che emanavano un buon odore e dalle quali, qualche volta, un minuscolo scorpione di carta, che si nutriva della colla della rilegatura e di cellulosa, spuntava per un istante, attraversando veloce la pagina, e scompariva nuovamente nello spessore del libro. Il bimbetto, però, non aveva pazienza ad ascoltare quei racconti su personalità celebri, sugli esploratori nel cuore dell’Africa nera, sull’isola di Timbuctù e i suoi abitanti neri come l’ebano. Si agitava per un po’ da una parte e dall’altra, quindi ritornava, come tante altre volte, alla domanda con la quale la tormentava in continuazione: “Com’ero quando ero piccolo?” Continuava ad ascoltare, con un piacere sconfinato, con lo sguardo smarrito verso la finestra, i racconti su Silistra, sulla casa a forma di u, sul cagnolino Gioni, sui tacchini tenuti dentro il gallinaio di rete metallica e ai quali il piccolo Mircea, il nucleo centrale di quel mondo fatto di albe gelide e di sole trionfante, canticchiava sempre, per vederli tronfi e borboglianti d’indignazione: “Ma tu non hai perline/ Rosse come le mie!” Seguendo il percorso guidato dalla voce della mamma, Mircea abbandonava la realtà ed era di nuovo lì, saliva di nuovo gli scalini in legno della casa, procedeva nel corridoio del primo piano, guardando in tutte le stanze con la porta aperta, l’una dopo l’altra, piene di uomini non rasati, in canottiera, e di donne con vestaglie fiorate, lerce, che rigiravano col mestolo di legno nelle pentole sul fuoco... Arrivava, dopo un tratto lungo e pericoloso, davanti alla stanza del vecchio Nicu Ba, dove c’erano dei fringuelli all’interno di una gabbia fissata alla parete, si spostava nell’altra ala, dove non si stancava mai di guardare il piroscafo, lungo ben più di un metro, che navigava, con le sue vele apprettate, sopra una cassa dov’erano state delle arance, e scendeva infine la scala simmetrica, sul lato opposto del corridoio, dove, su un gradino in pietra scaldato dal sole, stava sempre seduto il vecchio Catana, con la barba lunga fino in vita, ingiallita dal tabacco, intricata ed evanescente proprio come le nuvole sopra la casa. Anche se aveva sentito queste frasi...



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