Cartarescu | Abbacinante. L'ala sinistra | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 542 Seiten

Reihe: Intrecci

Cartarescu Abbacinante. L'ala sinistra


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6243-389-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 542 Seiten

Reihe: Intrecci

ISBN: 978-88-6243-389-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



NUOVA EDIZIONE della prima parte di una trilogia che l'autore ha impiegato 14 anni a scrivere e Voland 10 anni a pubblicare nella sua interezza: Abbacinante (L'ala sinistra, Il corpo, L'ala destra). Una narrazione di forza visionaria assoluta e travolgente, riconosciuta come una delle opere essenziali della letteratura moderna. Migliaia di personaggi si alternano in queste pagine. Qui, in questo primo affresco mozzafiato, la figura centrale è quella della madre del protagonista, e il viaggio avviene nelle viscere oscure di una Bucarest abitata da creature impastate di sogno e violenza, tra periferie industriali, suggestivi quartieri in rovina e palazzi sventrati. Un libro caleidoscopio in cui lo sguardo si trasforma in prisma poetico e la realtà si ricompone per frammenti attraverso impressioni, sensazioni e allucinazioni.

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PARTE PRIMA


Prima che costruissero l’edificio qui di fronte e tutto diventasse opaco e irrespirabile, guardavo per notti intere Bucarest dalla tripla finestra panoramica della mia stanza di viale ?tefan cel Mare. I vetri riflettevano l’immagine dei miei mobili a buon mercato, un sommier di legno giallino, una toeletta con lo specchio, qualche pianta di aloe e di asparagina in vasi di cotto posati sul tavolo; il lampadario con piccoli abat-jour di vetro verde, fra cui uno sbeccato da tanto tempo. Lo spazio giallo della mia stanza diventava ancora più giallo nella profondità dell’immensa finestra mentre io, un adolescente magrolino e malaticcio, con addosso un pigiama liso e una giacchetta troppo ampia, passavo interi pomeriggi seduto su una cassapanca a guardare fisso, quasi ipnotizzato, il mio riflesso nello specchio trasparente dei vetri. Sistemavo i piedi sul termosifone sotto la finestra che d’inverno me li bruciava e mi procurava una sensazione ambigua, perversa, subliminale, di piacere e sofferenza. Vedevo nel vetro giallo, sotto la tripla fioritura del fantasmatico lampadario, il mio viso affilato come una lama e i miei occhi cerchiati di viola. L’ombra dei baffi incipienti metteva in risalto l’asimmetria della bocca, che era di fatto quella di tutto il volto. Nascondendone la parte sinistra su di una foto, si sarebbe creduto di vedere un giovane aperto e volitivo, dai lineamenti quasi belli. L’altra metà avrebbe però sorpreso e spaventato: l’occhio era qui spento e la bocca tragica, mentre l’assenza di speranza si diffondeva su tutta la guancia come un eczema.

Mi sentivo davvero me stesso soltanto a luce spenta. Improvvisamente cominciavano a roteare sui muri i raggi blu elettrico e verde fosforescente dei tram che passavano sferragliando in strada, cinque piani più sotto, d’un tratto prendevo coscienza della solitudine e della tristezza infinite della mia vita. L’interruttore era dietro l’armadio; appena spegnevo, la stanza diventava un livido acquario. Mi muovevo come un vecchio pesce fra mobili putridi che parevano rottami scaraventati dal mare sugli scogli, camminavo sul tappeto di iuta, ruvido sotto i piedi nudi, fino alla cassapanca e mi ci sedevo, rimettevo i piedi sul termosifone e allora una Bucarest fantastica esplodeva improvvisa dietro i vetri azzurrati di luna. Un trittico notturno, scintillante e vetroso, infinito, inesauribile. Di sotto, vedevo una porzione di strada, con i pali elettrici simili a croci metalliche e le lampade rosa che d’inverno cacciavano fuori dalla notte nugoli di fiocchi di neve lenta o furiosa, rada come nei cartoni animati o fitta come una pelliccia. Nelle notti d’estate mi divertivo invece a immaginare uomini crocifissi con la corona di spine sul capo, inchiodati uno dopo l’altro sulla sequenza infinita di pali. Smunti e capelluti, con un panno umido intorno ai fianchi, avrebbero seguito, con gli occhi appannati di lacrime, lo scorrere delle auto sul selciato. Due o tre bambini, chissà perché ancora in giro a quell’ora, a notte inoltrata, si sarebbero fermati a guardare il Cristo più vicino, volgendo verso la luna i visini triangolari.

Di fronte c’era un panificio, qualche casa, ognuna in fondo a un cortile, e il chiosco dei tabacchi. Una centrale d’acqua di seltz dove si riempivano i boccioni. Una drogheria. La prima volta che ho attraversato da solo la strada è stato per andare a prendere il pane: forse è per questo che sogno così spesso quel posto. Nei miei sogni non è più una misera bottega, sempre buia, dove una vecchia dal grembiule bianco maneggia le pagnotte che, per forma e odore, mi ricordano i topi, ma è uno spazio misterioso preceduto da gradini alti e impervi. La smorta lampadina sospesa a due fili male isolati acquista un senso mistico e la donna, ormai giovane e bella, troneggia fra madie ciclopiche. Anche lei è alta come una torre. Conto i soldi in quella luce chimerica, li vedo brillare nel palmo della mano, ma sbaglio i calcoli e scoppio a piangere, perché non so se ne ho abbastanza per comprare il pane. Un po’ oltre, risalendo la strada, abita il vecchio ‘cagnazzo’ Catelu, un pensionato miserabile oltre che pigro, il suo cortile sembra devastato dalla guerra, non vi cresce assolutamente nulla, praticamente è una discarica. Il vecchio e la moglie vanno su e giù stupidamente, escono dalla stamberga col tetto di cartone catramato, rientrano, inciampano in un cane scheletrico, quello che gli è valso il bel soprannome. Ancora più in là, verso lo stadio Dinamo, c’è il negozio di alimentari, di cui per la verità vedo solo l’angolo. Dalla parte del Circo di Stato, l’edificio con il supermercato e un altro chiosco, quello dei giornali. Proprio lì, nei miei sogni, hanno inizio i sotterranei. Con un cestello di fil di ferro intrecciato mi aggiro fra confezioni di marmellata e di serbet, fra rotoli di carta igienica e sacchetti di zucchero (in cui a volte erano nascoste automobiline di metallo verdi o arancioni: o almeno così dicevamo fra noi bambini); poi, spingendo una porta a due battenti, mi inoltro in un’altra zona del negozio che non è mai esistita e, stringendo ancora il cesto pieno di scatolame e vasetti, mi ritrovo fuori, sotto le stelle, dietro l’edificio, fra mucchi di cassette della frutta, di fronte alla porta di ferro dipinta di bianco dove a volte vendevano il formaggio. Adesso però ci sono una decina di porte, da un capo all’altro dell’edificio, e nemmeno una è come nella realtà; fra una e l’altra, le finestre vivacemente illuminate delle stanze del piano ammezzato. In ognuna si vede uno strano letto, dalle gambe altissime, e nei letti dormono ragazze bellissime coi capelli sparsi sui cuscini e i piccoli seni scoperti. In uno dei sogni aprivo la porta più vicina e scendevo per una scala a chiocciola che portava nelle profondità di un’alcova dove mi aspettava, sotto la luce elettrica, una di quelle ragazze-bambola riccioluta e docile. Ero già un uomo quando feci questo sogno, eppure non riuscii a possedere Silvia, tutta la mia eccitazione si arenò in un intreccio impastato di parole e gesti. La presi per mano per attraversare la strada innevata e le guardai i capelli turchini illuminati dalle luci della farmacia e del ristorante Hora, poi aspettammo insieme il tram, sotto la neve che ci cancellava i tratti del volto, e il tram arrivò, non c’era sopralzo sul telaio, solo qualche sedile di legno, Silvia salì e si perse in una zona della città che conobbi in seguito, in altri sogni.

Dietro la prima fila di edifici se ne vedevano altri, sotto la coltre di stelle. C’era una grande villa con il tetto di coppi rossi, c’era una casa rosa che sembrava un piccolo maniero, c’erano edifici bassi sui quali si intrecciava l’edera, alcuni edifici del primo dopoguerra con le finestre rotonde, abbellite da inferriate Jugendstil nella tromba delle scale e fiancheggiate da grottesche torrette. Il tutto sfumato dal fogliame, adesso nero, dei pioppi e dei carpini, che spazza le profondità del cielo sempre più scuro dalla parte delle stelle. Sorprendevo, dietro le finestre illuminate, un uomo in camicia bianca che si aggirava per una stanza al terzo piano, due donne sedute in poltrona che chiacchieravano senza sosta. Soltanto due o tre finestre erano veramente interessanti. Nelle mie notti di febbre erotica, finché non si erano spente le ultime luci, rimanevo alla finestra, sperando di rivedere certe scene, seni, glutei e triangoli pubici denudati, e uomini che rovesciavano le donne sul letto o se le portavano davanti alla finestra e le possedevano da dietro. Siccome le finestre o le persiane erano spesso chiuse, mi rovinavo gli occhi per interpretare i movimenti astratti e frammentari, brandelli nei raggi di luce, vedevo cosce e fianchi dappertutto, mi girava la testa e bagnavo vergognosamente il pigiama. Solo allora me ne andavo a letto, per sognare di introdurmi in quelle stanze estranee e partecipare alle complicate manovre erotiche che vi si svolgevano...

Al di là della seconda fila di edifici la città si stendeva fino all’orizzonte, mi riempiva mezza finestra con un miscuglio fra il vegetale e l’architettonico sempre più spezzettato, confuso, indistinto, aleatorio, in cui le guglie dei pioppi si slanciavano qua e là, e strane cupole si acciambellavano tra le nuvole. Distinguevo in lontananza (mia madre me l’aveva mostrata quando ero ancora piccolo, nei cieli ripuliti dai temporali) la sagoma a zigzag dei grandi magazzini Victoria, una serie di edifici molto alti al centro della città, costruiti decenni addietro come ziggurat e oggi sovraccarichi di insegne pubblicitarie fluorescenti, rosse, verdi e azzurre che si accendevano e si spegnevano a ritmi diversi e, ancora più lontano, all’orizzonte, la densità crescente delle stelle come una balza d’oro antico. Incastonata come una pietra nell’anello di stelle, la Bucarest notturna mi invadeva le finestre, si riversava nella mia stanza e mi penetrava tanto profondamente nel corpo e nel cervello che, già nell’adolescenza, immaginavo un impasto di carne, pietra, liquido cefalorachideo, acciai speciali e orina, un impasto puntellato da vertebre e architravi, animato da statue e ossessioni, capace di digerire persino centrali termiche, che avrebbe fatto di noi un solo essere. E così di notte, quando seduto sulla cassapanca, coi piedi contro il termosifone, contemplavo la città, anche lei mi spiava, anche lei mi sognava, anche lei si eccitava; poiché non era che il sostituto del mio fantasma giallo, che mi osservava dalla finestra quando la luce era accesa. Avevo vent’anni compiuti quando persi quest’immagine. Stavano scavando le fondamenta dell’edificio di fronte e avevano deciso di allargare la via, di asfaltarla, di demolire la panetteria, la centrale...



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