Cartarescu | Il Levante | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 213 Seiten

Reihe: Intrecci

Cartarescu Il Levante


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6243-380-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 213 Seiten

Reihe: Intrecci

ISBN: 978-88-6243-380-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Inno alla libertà e alla poesia, Il Levante narra le imprese di Manoil, giovane coraggioso che incita il suo popolo alla rivolta per far cadere il despota fanariota, crudele e corrotto. Durante il suo periplo - nei mari, sottoterra, nei cieli - è accompagnato dalla sorella Zenaida e dal suo spasimante francese Languedoc Brillant, dal pirata greco Iogurta e da suo figlio Zotalis, e infine dall'erudito Leonidas, detto l'Antropofago, e dalla sua consorte Zoe. Epopea piena di vita, suddivisa in dodici canti e intessuta di componimenti in versi, di racconti d'avventura e storie d'amore, come pure di digressioni scientifiche e postmoderne, seguendo una tradizione che passa dalle Mille e una notte all'Asino d'oro fino a Jacques le fataliste, questo libro originale e gustoso è senza dubbio uno dei migliori di Mircea C?rt?rescu.

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CANTO I


“Fiore dell’universo, verde onda orlata di pietre preziose, mari su cui navigano velieri d’oro carichi di pepe e cannella, simili a pettinelle che sfiorano una chioma profumata, goccia di rugiada in cui si fondono le nuvole e il cielo, tu, o Levante, dove lo zefiro gonfia le proprie guance e soffia sulle distese d’acqua, quali potenti sensazioni accendi nel mio petto! O Levante, Levante felice, com’è che non senti la mia collera, la mia ira, come può non vedere il tuo occhio dai luccichii d’ambra la buia notte che mi riempie il petto, l’assillo che occupa la mia mente da quando mi son destato dal torpore, da quando so di essere romeno! Perché non ho mille occhi, come il gigante Argo, per piangere con migliaia di lacrime l’orribile condizione del mio popolo sul quale dominano ora lupi e linci, dilaniando il cuore della Valacchia con le loro grinfie uncinate!”

Così meditava un giovine sulla prua di un caicco che correva veloce sull’acqua, a vele spiegate, dall’isola di Corfù fino a Zante, infrangendo i flutti che sperdevano in mille frammenti l’immagine del sole al tramonto, gettando ombre di minio nel turchese liquido delle acque. Mio giovane amico, il tuo volto è pallido e smunto. Il tuo gemito è frutto di passione o forse di livore? La tua mano ricca di pesanti anelli tempestati di pietre preziose vorrebbe posarsi su un pugnale o sopra un delicato seno verginale? Ah sì, sul pugnale, e al più presto, poiché i tiranni continuano a ringhiare, attorniati dagli albanesi con enormi turbanti, a salassare i contadini, a strappare le giovani ragazze dalle braccia delle mamme, a sfruttare con ferocia il paese! Tu rècati a Zante, dove tua sorella ti attende con trenta palicari su di una tartana attraccata al molo, vicino al faro.

Tua sorella, Zenaida! Chi la vede rimane impietrito. Chi vede le sue labbra color di rosa e gli occhi celestiali si chiede se non sia Ero reincarnata per attendere Leandro al di là del palazzo di cristallo dell’Ellesponto. La fanciulla greca è soave e profumata e saggia, ricolma di virtù. Quella musulmana ha occhi simili a susine ricoperte di brina che si scorgono appena attraverso il fitto velo. Quella francese ha denti come grani di madreperla e gli occhi verdi. Una chirghisa è in vendita al mercato per diecimila mahmud, folle sarebbe però colui che la comprasse: dentro l’alcova, sopra cuscini di Shiraz, gli suggerebbe baci fino a lasciarlo senza respiro, senza alcun rossore sulle guance. Non ho corde a sufficienza sulla lira per cantare la fanciulla macedone, per lodarne la chioma inanellata, i seni esuberanti e le sopracciglia congiunte come l’arco d’Amore: è superba eppure dolce, e le sue pianelle hanno nappe di seta. L’egiziana è nera come una notte di passione, si scioglie nei piaceri, geme e ansima nel delirio della passione, brucia e si attortiglia al corpo dell’eroe come la vite sul broncone. L’italiana è una diavolessa: t’inganna e ti tradisce, ti dissangua e quando non hai più un soldo incarica il suo amante di pugnalarti all’angolo della via. La serba porta collane adorne di monete d’argento sul seno di candido giglio, è schiva come un capriolo, i giovanotti tutti sospirano per lei, ma lei non concede a nessuno il fiore della sua purezza, e si ritira monaca remissiva in un solitario romitorio. Ci sono molti fiori al mondo, ma pochi danno frutto, ci sono molte perle che splendono sotto il cielo, ci sono molte donne con gli occhi neri e le ciglia folte, non c’è nessuna però che assomigli alla donna romena dei montuosi Carpazi! Le sue lunghe chiome fluiscono come un voluttuoso rio fino alle caviglie che spuntano sotto setosi calzoni alla turca, fino alle pianelle intessute di fili d’oro, con le punte ricurve. Il suo viso è d’alabastro, simili a gusci di conchiglia le sue palpebre sono imbellettate con kohl di Chio, del più pregiato, fitte e pesanti ha le ciglia, posato e ondeggiante l’incedere. È segretamente innamorata del figlio del governatore della regione, di nome Calimachi, che ha il cuore marcio, ma è bello come la vita stessa. Prole della canaglia che mangia e beve avendo svenduto l’infelice desco della Valacchia, e puttaniere delle mahala, è dedito solo a nefandezze. Lui è la spina nel seno tornito di Zenaida, è lui che ne rapisce il cuore...

...Però, mio egregio narratore effendi, ti sei alquanto affrettato con la diegesi e la tua bocca si è spinta troppo avanti. È meglio tornare là dove eravamo rimasti, al giovane Manoil, che scruta, accanto al timone, le onde verdi fino alla linea dell’orizzonte.

L’ombra della sera si riversava sull’Arcipelago, e le isole brunastre affioravano con mille creste dai flutti. A un tratto, dal legno circolare del timone spuntò una gemma, poi un esile stelo di fiore con scialbi spini e un bocciolo di rubino in cima: è la rosa della sera dischiusa sul Levante. Essa sparge petali di porpora nel cielo radioso, essa adombra con vampe d’ambra le acque scintillanti, fa scivolare negli animi la fiamma di uno sconfinato dor: desiderio di partire, brama d’armi, nostalgia di mari, bisogno d’amore. È Ghul che arde fra gli alisei e stilla il suo fuoco sopra i golfi quando si spande sulle isole e le case di calce, è lei che tinge d’oro la punta dei caicchi sopra il cristallo marino e lascia sangue sulle lame taglienti e pepe garofanato sui seni. Ghul, che preannuncia con le sue braci la patria del sovrano usignolo: la notte piena di brillanti, da Roma fino a Mosul.

Manoil entrò nella cabina sotto il ponte e impugnò la piuma d’oca, la intinse nel calamaio e scrisse con l’inchiostro color ruggine: “Ode alla povera Valacchia, depredata da Lup-Voda.” Restò per un istante sovrappensiero e cancellò. Poi scrisse: “Elegia sulle tombe degli avi, dove si vede la condizione pietosa del nostro popolo.” E la sua fantasia spiccò il volo:

Quando l’usignolo si querela nel sottobosco di rosmarino

e i ruscelli increspano i propri flutti,

quando tutte le cicale gracidano sotto i sublimi raggi

che incalzano verso ponente,

io intrido il guanciale di lacrime, poiché mi rammento

delle sofferenze della mia terra,

e dentro di me cresce una grande angustia

fomentata da spiriti malvagi.

O straniero che viaggi attraverso il mondo,

per mari o per cammini polverosi,

hai mai incontrato da qualche altra parte un’allegria più

[ grande

e un bene più grande

che nella verde pianura costellata di variopinti fiori,

nelle contrade della mia terra,

e nelle bluse ricamate e nei fuscià dei bei costumi

delle nostre fanciulle dai capelli d’oro?

Potresti credere che la Valacchia sia un lembo di paradiso,

eppure, ahimè, ti sbagli in vero di molto!

Poiché il suo leggiadro seno è succhiato ora da quegli

[ infami

che ne hanno invaso il territorio!

O magnifica terra, cosa eri tu un tempo, e come ti sei

[ ormai ridotta

sotto il dominio dei principi Fanarioti!

I tuoi figli abbrividiscono e le madri urlano il proprio dolore,

mentre ai greci non importa nulla.

Sulle bianche tombe degli eroi di un tempo

son cresciute le malerbe.

Sotto di esse gemono Mihai Viteazul e Mircea Voievoda,

così come gemiamo anche noi sotto i turchi,

ah, la buona stella ci ha lasciati, ah, il nostro angelo custode

[ è morto

e pure la spada è irrugginita,

ah, ora i greci sono signori nel paese,

mercanti che si credono aristocratici!

Ridèstati dalla tomba, o principe Brâncoveanu, sorgi, o

[ romeno,

ricordati

di Catone e di Bruto con le aquile imperiali,

dei grandi condottieri di Roma,

poiché col trascorrere del tempo l’aquila

in corvo con la croce nel becco si è trasformata,

e il romano è divenuto romeno, così gli è toccato

[ in sorte,

ed è uomo valoroso!

Sollèvati, o nazione, lacrimosa donna,

ecco, le tombe si dischiudono

e dall’ombra fumigante appaiono nobili fantasmi

che sfidano i secoli.

Suvvia, volgete gli sguardi ad allori e indipendenza,

e simili a terribili leopardi

dilaniate con le vostre zanne e i vostri artigli

i depravati tiranni!

O Signore, che sei in cielo sopra un trono radioso,

sul Tuo soglio d’argento,

lascia che io viva almeno fino a che vedrò il drago

esalare l’ultimo respiro,

che veda un popolo fiero in un paese felice

e chiuda poi gli occhi,

e allora me ne andrò via felice

da questo mondo, con un sorriso!

Ecco, l’imbrunire diventa sempre più fitto e ricopre l’Ellade, ecco, le stelle dalle mille punte, giallo zafferano, versano il loro nappo nel mare fatto di mercurio e di sogno. Piane mezzelune dorate s’immergono in flutti di lapislazzuli. La luna, simile a una falce di latta, ha lasciato la sommità della moschea e si è diffusa sulle onde come una palpebra sopra la cornea, come un ciglio di odalisca sulla guancia di un esicasta. La luna falcata si sparge in freddi frustoli sul golfo. Il delfino affiora dalle acque e raccoglie polvere d’oro dal firmamento. Un trasudar d’oro fa sì che luccichino nel buio gli alberi maestri, mentre nel cielo il ventre delle vele s’è empìto di monete d’argento. Il mare è liscio come il vetro, il cielo è di perla. Le particelle di polvere stellare illuminano a giorno, lo Scorpione muove il suo aculeo, la chioccia porta a giro le sue...



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