Cartarescu / Mazzoni | Abbacinante. Il corpo | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 675 Seiten

Cartarescu / Mazzoni Abbacinante. Il corpo


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-6243-221-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 675 Seiten

ISBN: 978-88-6243-221-4
Verlag: Voland
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Nel pieno incubo della Romania degli anni '50-'60, la storia di Vasile - il bambino senza ombra nella pittoresca Bucarest del XIX secolo - si fonde e si congiunge, come in un nastro di Möbius, con quella dell'autore stesso, Mircea, e con il ritratto poderoso di un'infanzia densa di figure, sogni, suggestioni, angosce. Dagli uomini-statua che popolano le viscere di una Amsterdam grottesca e stupefacente, agli artisti di un circo che trovano nello strabiliante Uomo Serpente un'incarnazione dell'anima meravigliosa dell'antica India, questo secondo volume della trilogia cominciata con Abbacinante. L'ala sinistra (Voland 2008) è una instancabile invenzione di creature, incubi, allucinazioni, alchimie, tratte in parte da una sconfinata realtà caleidoscopica, in parte da una fantasia intellettuale ed eversiva che è stata accostata spesso ad autori quali Kafka e Borges.

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Maria si trasformava in farfalla ogni mattina. Sua madre non sapeva nemmeno lei con chi l’avesse avuta, poiché tutti gli infanti nati dopo la fuga dai monti Rodopi erano stati concepiti nella dissolutezza del lattume di zingaro, in stalle dove quattro-cinque giovani con gli occhi dilatati dal veleno del papavero prendevano una donna, le gettavano un sacco sul volto e le fiaccavano poi i reni fino all’alba. La bimba era stata messa al mondo a Tântava, quando il villaggio contava a malapena venti tuguri, per metà interrati, uno dei quali era quello della chiesa. Crebbe sola soletta, senza fratelli né sorelle, a partire dai tre anni si recò con la mucca al pascolo e dai cinque affidò alle acque del Sabaru le figurine fittili dei caloieni: piccoli cestini di legno con un omino d’argilla dentro che tiene sul petto una candela accesa. Deponevano i caloieni sull’acqua all’imbrunire, quando potevano spogliarsi al riparo da sguardi indiscreti, poiché tutte le bimbe dovevano essere nude come la mamma le aveva fatte. Solo i cieli infiammati del tavoliere del Baragan continuavano a illuminare i loro corpicini efebici mentre, disposte in circolo, sfregavano l’acciarino e accendevano la candela. In primavera il caloian era arricchito con fiori d’acacia, da cui le ragazze strappavano racemi e li mangiavano voracemente, in autunno con foglie secche, dove pure la seta dei bachi era diventata farinosa. L’ultimo era stato affidato al corso del Sabaru in tardo autunno, quando l’acqua iniziava a rapprendersi tra sponde di ghiaccio e quando un soffio terribile spegneva, per poi riaccenderle, le stelle in cielo. Nella fragranza di tuica e brunella del tugurio, le bimbe avevano impastato l’argilla nella piccola madia di legno in cui Maria aveva dormito in fasce fintanto ch’era neonata. Dall’impasto amaro come il fiele, amalgamato con latte di mucca e sterco, avevano modellato un capino con pietruzze di fiume come occhi e chicchi di fagioli come denti, un corpicino con una rugosa bacca di rosa canina per ombelico, braccia e gambe simili a delle morbide cervellate, dita con unghie di cocci di scodella. Ognuna delle sette fanciulle si sciolse le trecce e ne tagliò una ciocca, che fissò nella testa molle del caloian. Ognuna fece pressione con il proprio dito indice sul suo torace, da una parte e dall’altra, così che in breve la creatura d’argilla ebbe costole. Avevano portato poi l’icona miracolosa con la quale un tempo il prete aveva debellato il vermicaio alla radice e avevano pronunciato, senza capire una parola, una sfilza di parole bulgare, deformate e intrecciate come una triste coperta di lana cotta. Avevano fatto poi la conta finché la sorte non toccò, per la prima volta in quell’anno, a Maria, che rabbrividì, mentre le altre sei si voltarono come uccelli spaventati e si nascosero sotto i letti, dietro il forno di casa, con le mani sul viso e gli occhi così serrati da venirgli le lacrime. Maria sapeva cosa c’era da fare. Prese fra le mani la palla d’argilla ch’era rimasta inutilizzata, avvolta in un fisciù nero. La stese, facendo pressione con i suoi piccoli pugni, come fosse una focaccia rotonda, e quell’impasto morbido lo dispose sul proprio volto, coprendo la fronte, gli occhi, le guance, le labbra e il mento. Allora ogni bimba sentiva, a sua volta, quant’era amara l’argilla. Allora infatti la loro piccola lingua, per quanto avessero voluto tenerla a freno, s’insinuava fra i denti come fosse un animale dotato di volontà propria e toccava con la punta la maschera molle e fresca. Doveva restare così per tutto il tempo che fosse riuscita a trattenere il respiro, pigiando affinché s’imprimessero bene le sopracciglia e le morbide narici, il solco sul labbro superiore, le ciglia una a una. Quando non ne poté più, Maria prese delicatamente il bordo su in alto, allontanando l’argilla dal suo viso. L’interno della maschera era perlaceo, quasi che uno strato della pelle, sottile come una tela di ragno, fosse rimasto negl’incavi della maschera, dandole una lucentezza che nella penombra della casa contadina (dalla finestra i rami di un vecchio pero non lasciavano entrare nemmeno il plumbeo colore della sera) appariva simile alla luce lunare. La ragazza dalle lunghe trecce teneva quella singolare luna fra le mani disposte a giumella. Sapeva che doveva accadere qualcosa, ma sapeva pure che nessuna di quelle ch’erano passate per questa esperienza avrebbe detto una parola su ciò che aveva visto allora. Guardava fisso il suo volto scavato, lo guardava così intensamente che alla fine le parve di non avere più volto, che il suo volto fosse rimasto lì, nell’argilla, e di dovere aprire quelle palpebre per vedere realmente, fra le dita terrorizzate. Ben presto, l’argilla cominciò a trasudare. Stille di una limpidezza gelatinosa, spargendo sfavillii penetranti come spilli, velarono la parte concava della maschera e presero a scorrere lentamente sulle superfici, raccogliendosi nelle cavità più profonde. Il naso, gli zigomi e le palpebre si riempirono per primi del liquido denso e inverosimilmente trasparente che proiettava ora la sua luce, come d’acqua, sulla travatura, maschera di luce palpitante come il volto di Maria. Quando l’intera maschera fu piena e il liquido scintillante si arcuò appena al di sopra del labbro, la bimbetta vi si guardò ancora una volta come in uno specchio e quindi pigiò fra le palme delle mani, come se avesse voluto prendere in trappola il proprio volto sognante, la maschera d’argilla, la schiacciò fino a renderla un globo vischioso e, con il liquido perlaceo sparso sulle braccia, sul volto e sul petto, si avvicinò al giaciglio in cui era deposto il caloian. Gocce incredibilmente grandi, simili alle bacche appiccicose della drosera, rotolavano sull’impiantito di cotto, tendendo a unirsi come fanno le piccole biglie di mercurio. Per la forza della stretta tra le palme delle mani, un getto di gelatina schizzò via fra le dita della ragazza giusto sull’icona dell’Arcangelo Michele, deformandone ora come una lente d’ingrandimento il torace in anelli azzurri, il mantello di porpora fluttuante, il volto severo e giusto di soldato del Signore, tanto che l’angelo militare sembrava adesso un coleottero, un cervo volante racchiuso da millenni in una goccia d’ambra. Maria cominciò a lavorare come stregata, senza nemmeno guardare il modo rapido e preciso delle dita nell’impastare. Di fatto, le iridi le si erano nascoste del tutto sotto le palpebre semichiuse, che lasciavano ancora intravvedere soltanto strisce sottili del bianco degli occhi. Le dita dalle unghie lucenti, rosse come il sangue nella profondità dell’imbrunire, modellavano l’argilla con movimenti incredibilmente agili, quasi fossero le zampe pluriarticolate di un ragno che tesse la propria tela, ovvero il ventre della mantide religiosa, che plasma da solo il suo complicato nido in forma di fico. Così s’agitano talvolta, in sogno, le mani dei defunti.

La palla d’argilla inumidita nel sudore mistico della maschera di Maria s’allungò come un cilindro ritorto, leggermente curvo, con un cuoricino luccicante in cima e, all’altro capo, con un doppio rigonfiamento. L’argilla cupa si schiariva sempre più a mano a mano che il fallo eretto prendeva forma. Ben presto, la sua superficie aveva la testura della pelle attraversata al suo interno da vene e filamenti nervosi, mentre sul sacco scrotale erano cresciuti, fibrosi e anarchici, i peli. Membrane, piegature, temperatura e durezza elastica, erano diventate tutte più vere del vero, finché si cominciò a vedere attraverso di esse. S’intravvedeva ora, attraverso la carne lucente del glande e tra i due corpi cavernosi, l’uretra che conduceva da qualche parte in profondità. S’intravvedeva il sangue che riempiva quelle due mignatte strettamente unite e, nello scroto, le uova gemelle, simili a delle grandi pietre preziose, con le sommità invase da grigie turgescenze da cui partivano i dotti seminali. Priva di vista, si chinò con dita veloci sul giaciglio e dispose il sesso fatto di carne e vento tra le cosce grigiastre della figurina d’argilla, dove esso s’insediò immediatamente, spingendo ispide radici nel suolo fertile. Quindi la ragazza ricoprì il tutto con foglie morte, rametti con frutti di rosa canina rinsecchiti, foglie di lauro con spini sottili. Solo dopo si svegliò, aprì gli occhi e chiamò le altre, che non avrebbero avuto nulla da sapere finché la sorte non fosse toccata a loro.

Questo era accaduto l’anno passato, in cui la ragazza aveva compiuto quindici anni. Alcuni giorni più tardi, in una mattina di foschia profonda, tanto che neppure i rami del pero accanto alla finestra si vedevano più se non come dei lemuri, Maria era salita nel sottotetto a prender noci e, dopo averne riempito il grembiule, s’era fermata in mezzo al solaio, affascinata dalla luce lattea che penetrava dall’abbaino. Aveva superato allora le travi oltre le quali non era mai stata, poiché le erano sembrate marce e piene di vermi, aveva spostato da un canto alcune botti con l’interno colmo fin sul bordo di muffa, aveva infranto cerchi enormi di ragno con al centro l’insetto pingue, simile a un grosso acino d’uva nera, e s’era imbattuta, in un angolo ammuffito, in una cassapanca circondata da bottiglie vuote, con un dito di polvere sopra, da lampade a lucignolo, da fanali di carri rotti, da damigiane che ancora avevano visciole verdi nel fondo. Tutoli secchi di granturco ne otturavano l’imboccatura a mo’ di tappi di sughero. La ragazza lasciò cadere le noci sul tavolato e cominciò a spostare le bottiglie finché giunse alla grande cassapanca, con gli intarsi ormai neri come la pece. Si spezzò le unghie finché riuscì a sollevare il...



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