E-Book, Italienisch, 249 Seiten
Barbiera Nella città dell'amore
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5593-073-0
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Passioni illustri a Venezia
E-Book, Italienisch, 249 Seiten
ISBN: 979-12-5593-073-0
Verlag: Paperleaves
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
'Amate! Non c'è altro di buono nella vita!' diceva Giorgio Sand, una delle ardenti figure di questo libro. E così sembra esortare la città di Bianca Cappello: Venezia. All'ombra de' suoi monumenti, passioni e passioni si successero come le onde che baciano il piede di quei monumenti. Quale città più celebre nella storia dell'amore? Raffaello Barbiera, giornalista e scrittore, noto soprattutto per Il salotto della contessa Maffei, in questo libro racconta le avventure romantiche di alcune personalità della letteratura e dell'arte dell' 800 sullo sfondo di Venezia: Lord Byron, George Sand e Alfred de Musset, Richard Wagner...
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SECONDA PARTE
Il dramma Alfredo de Musset e Giorgio Sand
(1834).
I.
L’anno 1834 segna per la “città dell’amore” quello che fu chiamato il più celebre romanzo d’amore del secolo XIX. Si parla delle vicende passionali di due fra i più espressivi scrittori del secolo scorso, e grandi: Giorgio Sand, la romanziera delle libere passioni; Alfredo de Musset, il poeta della gioventù, ardente di sogni e di baci.
Nella illustre coppia amante entrò, chiamato dal destino, un giovane veneto, che mai avrebbe sognato di vedere il proprio nome volare un giorno sulle ali della fama per il solo fatto d’essersi trovato rivale del poeta dai versi d’oro.
Alfredo de Musset nacque da parenti parigini e nobili, nel Quartier Latino, a Parigi, l’11 dicembre 1810; e fu uno dei tipi parigini più schietti. Le bambine attraevano lui, bambino. Ne tocca egli stesso nella Confession d’un enfant du siècle. Ed era un bel bambino, come fu poi un bel giovane, un bell’uomo. Compì buoni studi nel Collegio Enrico IV, ov’ebbe per condiscepolo il duca di Chartres, poi duca d’Orléans. Vinse un premio di filosofia; ma la filosofia dei banchi di scuola non è, purtroppo, quella della vita, nella quale Alfredo de Musset restò un ignorante perfetto.
Conquistò la fama a vent’anni, coi Contes d’Espagne et d’Italie, quand’egli non aveva veduto la Spagna e non ancora l’Italia, che doveva innalzarlo ad esaltazioni d’arte e di pianto. I Contes comprendono tre novelle in versi, un drammino in versi La Camargo, e alcune poesie; fra esse, L’Andaluse e la Ballade à la lune diventarono popolari; l’una per l’anelito voluttuoso, l’altra per la bizzarria. Dell’andalusa dice il poeta:
Qu’elle est superbe en son désordre
Quand elle tombe, les seins nus,
Qu’on la voit, béante, se tordre
Dans un baiser de rage, et mordre
En criant des mots inconnus!
E la ballata all’astro caro ai romantici comincia:
C’était, dans la nuit brune,
Sur le clocher jauni,
La lune,
Comme un point sur un i.
Nei balli eleganti di Parigi, un giovane di bella statura, biondo, di fini lineamenti, col raggio del genio sulla fronte, turbinava beato, trascinando nei vortici aristocratiche beltà. Le signore del gran mondo cercavano, più di adesso, gli scrittori di genio; e li amavano. Amori talvolta fugaci, ma bastanti per lasciare in tutta una vita un orgoglioso ricordo.
Quel giovane era Alfredo de Musset. Portava alle danze, un abito verde-bronzo, dai bottoni di metallo. Sul panciotto, di seta bruna, gli saltellava una catena d’oro. Due bottoni d’onice fermavano sul petto le pieghe di batista della camicia candidissima. La cravatta di seta nera stretta al collo, faceva risaltare ancor più il pallore del volto. I guanti bianchi disegnavano in guisa irreprensibile la delicatezza delle mani. I riccioli, d’un biondo dorato, gl’incoronavano la fronte, gli scendevano sulle tempie; sull’esempio di lord Byron,
Alfredo de Musset sapeva dare una grazia particolare a quell’aureola.55
Egli incedeva col tallone sonante e con gli occhi rivolti all’alto, sicuro della conquista, pieno dell’orgoglio della vita. Le audacie e i sorrisi de’ suoi versi, i suoi lampi di caldura e d’uragano precoce parevano promettere alla Francia un Byron.56
Chi più di lui era creato alla poesia e alla passione? Come il Byron diceva di sè, il Saint-Beuve diceva di Alfredo de Musset: “Sa poesie c’était lui-même”. Ciò pure afferma il fratello Paolo de Musset, che di Alfredo pubblicò nel 1877 un’affettuosa biografia: “Son oeuvre c’est lui-même”.
Da questa biografia, scritta con semplicità, rileviamo curiosi particolari, e fra gli altri un aneddoto su Alfredo bambino; aneddoto, il quale fa capire con quanta sensibilità (che fu poi la sua forza e la sua debolezza insieme), egli cominciasse la vita.
Alfredo non aveva ancora quattro anni. Un giorno, egli vide nella propria casa, appena arrivata da Liegi, una cugina, giovane graziosa; la quale s’era messa a raccontare le peripezie della guerra d’invasione combattuta allora e dei contraccolpi che a Liegi se n’erano patiti. Alfredo stava tutt’occhi, e da quel momento provò per la cugina una passione che il fratello maggiore, Paolo, non esita a chiamare veemente. Quand’ella, dopo alcun tempo, dovette togliersi da lui, egli si sciolse in pianti, era disperato; e poiché la cugina, per consolarlo, gli andava dicendo: “Addio, Alfredo, non dimenticarmi”, egli: “Dimenticarti? — rispose. — Ma tu non sai, dunque, che il tuo nome è scritto nel mio cuore con un temperino?”
Quand’ella si sposò, si fu costretti a celarglielo per timore ch’egli si ammalasse. Ei la riguardava sul serio come sua fidanzata presente e sposa futura.
La letteratura francese era dominata da un gigante: da colui che lo Chateaubriand aveva chiamato, al suo precoce esordire, il “fanciullo sublime”: Vittor Hugo. Il grande aveva creata una scuola, preannunciata dallo stesso Chateaubriand; e i giovani ingegni si erano gettati nella scia luminosa del nocchiero, con fede, con tripudio. Uno di loro, Teofilo Gautier, scriveva: “tutto germinava, tutto germogliava, tutto sbocciava ad un tempo. Profumi vertiginosi aliavano dai fiori; l’aria ci rendeva brilli, si era pazzi di lirismo e d’arte. Pareva che si fosse ritrovato il gran segreto smarrito; ed era vero: s’era ritrovata la poesia”.57
E con la poesia, con l’arte, anche la vita apriva balda l’egual volo. Romanticismo non voleva dire soltanto arte e poesia; voleva dire anche “vita”. Il Romanticismo, era una ribellione, e la vita correva ribelle. I vincoli, gl’inciampi, delle consuetudini, anche sane, e la rettorica della vita, erano disprezzati come gli inciampi, i vincoli della rettorica nella letteratura, dell’accademismo nell’arte. Amore, sopratutto: amore, con libertà.
Nella vita letteraria di Parigi, un ingegno singolarissimo di donna risplendeva: Giorgio Sand, pseudonimo della baronessa Aurora Dudevant, nata Dupin, che doveva incatenare Alfredo de Musset. Il suo romanzo Lelia l’aveva innalzata d’improvviso a clamorosa celebrità, sotto quel nome di penna e di guerra, ch’ella aveva adottato, Giorgio Sand, prendendolo dal cognome d’un amante, il giovane romanziere Giulio Sandeau; il quale diceva: “ella prese metà del mio nome e della mia vita”.
La Sand era pallida, magra, dai grandi occhi neri sgranati, che nuotavano sotto lunghe ciglia nere. Il volto ovale, le labbra turgide, sensuali, i capelli neri e corti e le mani e i piedi così piccoli da poterli stringere in un pugno. Preferiva vestire da uomo, con tanto di sigaretta o di sigaro o di pipa in bocca.
Ella si vantava d’aver nelle vene sangue del maresciallo Maurizio di Sassonia: infatti, era nipote di Maria Aurora, figlia naturale, costei, di quel personaggio. Il padre della Sand, Maurizio Dupin, militare, servì la Repubblica francese e l’impero di Napoleone. La madre, Antonietta Delaborde, figlia d’un venditore d’uccelli, era fuggita come un uccello dalla gabbia paterna, e volò quale comparsa in un teatrucolo, e da allora la sua vita fu mistero; finché la troviamo a Milano, addetta allo Stato Maggiore d’un generale napoleonico, non sappiamo in quale qualità.... e già madre d’una bambina.
La Sand, con poca carità figliale, la dipinge “livrée depuis plusieurs années, à des hasards effrayants”. La dipinge gelosa, mentitrice, collerica, giocatrice, che non si divertiva al giuoco se non barava.
Antonietta, incontratasi con l’ufficiale Maurizio Dupin, visse insieme con lui, finché il pover’uomo nel 1808 (era arrivato al grado di colonnello), morì d’una caduta da cavallo. La Sand aveva allora quattro anni.
Fu affidata bambina dalla nonna paterna a un convento, e crebbe rapita in estasi religiose: voleva farsi monaca. La poesia del Byron la attrasse, dopo averla spaventata; poi la conquistò il gran padre dei romantici, Rousseau, del cui effetto decisivo sul suo carattere di donna e d’artista amava ripetere, che le parve “comme une musique superbe, éclairée d’un grand soleil”.
Si gettò al collo del primo marito avvenente, che le si parò d’innanzi: al figlio d’un antico ufficiale barone dell’impero, al signor Dudevant, e n’ebbe un figlio e una figlia. Ma, nel 1831, dopo nove anni d’unione, tutt’altro che idillica, si prese in braccio la bambina, e passò a Parigi, decisa di guadagnarsi la vita con la penna e col pennello. Miniava uccellini, fiorellini sulle scatole, come voleva allora la moda; si acconciava a traduzioni. Anni duri. Il signor Delatouche la prese al Figaro, e, allora, convivendo ella già insieme col giovane letterato Giulio Sandeau (che aveva sette anni meno di lei), cominciò a farsi nome nel gran mondo parigino delle lettere. Col Sandeau, ella compose, nel 1831, un romanzo, Rose et blanche. Il suo collaboratore si elevò poi, solo, a fama maggiore con romanzi d’analisi psicologica, e con drammi. E morì fra gl’ “immortali” dell’Accademia francese, nel 1883; sette anni dopo la sua vecchia amante e collaboratrice.
Ma sul marito e sul Sandeau, un altro amante della Sand, il veneto dottor Pietro Pagello, in un diario manoscritto (a me lasciato da lui) discorre. Parla dell’infelice matrimonio, del Sandeau, leggero, e dei penosi primordii letterarii di lei: particolari che il Pagello ebbe dalle labbra della celebre scrittrice nei giorni della loro passione a Venezia. Ecco le...




