E-Book, Italienisch, 68 Seiten
Reihe: Sassi nello stagno
Barile Laura Barile legge Amelia Rosselli
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7452-524-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 68 Seiten
Reihe: Sassi nello stagno
ISBN: 978-88-7452-524-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione, costruendo uno splendido rebus in cui ci fa penetrare la lettura ravvicinata di alcuni suoi testi da parte di Laura Barile: un percorso illuminante attraverso le invenzioni linguistiche, la metrica ispirata alle rivoluzioni musicali novecentesche, la folgorante profondità di visione di versi che parlano di eros e morte, lacerazioni ed entusiasmi, purezza e perdita. Un'agile 'guida' per introdurre lettori e studenti alla comprensione di una delle voci essenziali della poesia contemporanea.
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Introduzione
1. Una formazione peregrina
Il momento piú affascinante nella storia di un artista è il tempo della sua formazione: la scoperta e l’invenzione di sé e della propria voce, e l’uso e la reinvenzione dei padri.
Nel caso di Amelia Rosselli, passione amorosa, passione musicale e passione civile si intrecciano in questo processo, vissuto con allegria liberatoria e provocatoria, ma anche con le stimmate della necessità assoluta: ne va della vita. Queste passioni convivono con la consapevolezza della necessità di un “tetto” per contenerle: una struttura rigorosa, classica ma completamente rinnovata, che funzioni da riparo contro gli sconvolgimenti e il caos del mondo e della mente. E insieme, regola del gioco e maschera ironica e umoristica per un dire obliquo, che sdegna il discorso autobiografico (“Tendo all’eliminazione dell’io”).
La sua infanzia in fuga e l’adolescenza passata in paesi di lingue e culture diverse si accompagnano a una curiosità impaziente per le forme del fare artistico piú nuovo, dalla musica al teatro alla fiaba alla pittura alla poesia.
Concepita al confino nell’isola di Lipari da Carlo Rosselli, il noto antifascista sostenitore del cosiddetto “socialismo liberale”, e dall’inglese Marion Cave, Amelia nasce in esilio, a Parigi, nel 1930. Da Parigi fugge a sette anni per Londra, dopo l’efferato assassinio politico dei fratelli Rosselli, il padre e lo zio Nello: il delitto che nel 1937 segna un punto di non ritorno nella storia del regime fascista. Il bombardamento di Londra spinge il piccolo gruppo inerme di donne e bambini – la nonna Amelia, i sette piccoli e le due giovani vedove – a imbarcarsi nell’agosto del 1940 sull’ultima nave mercantile che prende il largo da Liverpool per Montréal in un convoglio militare, inseguita dai sommergibili nazisti U-Boot. A New York fanno capo alla Mazzini Society, l’associazione politica antifascista fondata nel 1939 nel Massachusetts dal grande storico meridionalista, maestro dei Rosselli, Gaetano Salvemini. Seguono due anni di scuola americana, con bellissime vacanze nel Vermont.
Al ritorno dagli States, fra il 1946 e il 1948 è a Londra con la famiglia per convalidare gli studi americani alla St Paul’s Girls’ School di Hammersmith, la stessa frequentata dalla madre. Nel frattempo, studia musica privatamente. Amelia ricorda un’insegnante di letteratura straordinaria in quella scuola: un’insegnante che in classe faceva leggere Shakespeare e recitare la poesia con l’uso del grammofono, per far sentire le diverse pronunce e i dialetti inglesi. E soprattutto, faceva leggere Hopkins “col corpo”, come egli desiderava.
È una tappa fondamentale nella sua formazione, che a diciassette anni la mette direttamente a contatto con la poesia metafisica barocca e shakespeariana, ma anche col geniale tentativo, a metà Ottocento, di audace rinnovamento metrico del grande Gerald Manley Hopkins; e ancora, con il modernismo della poesia piú recente, da Ezra Pound all’afflato religioso dei Four Quartets di Eliot, nonché con i giochi linguistici di Joyce, non poi cosí stravaganti in una lingua che propina ai bambini le divertite filastrocche e i nonsenses di Lewis Carroll… Avere passato i suoi primi anni a Parigi facilita inoltre la sua diretta e appassionata lettura della poesia moderna francese, da Baudelaire a Rimbaud al Surrealismo.
Ma nel 1948 eccola a Firenze dalla nonna paterna: dove la raggiunge la notizia della morte della madre lontana, malata e sola, nel 1949. Amelia allora sceglie di rimanere in Italia turbata da un suo inquieto senso di colpa per questo rapporto, reso sempre difficile dal suo bisogno d’amore negato (cosí sentiva) dalla predilezione della madre per il fratello John. Per qualche tempo, introiettandola, si firma: Marion Rosselli. I fratelli John e Andrea restano in Inghilterra: eravamo dei profughi, non dei cosmopoliti, dirà in una tarda intervista correggendo Pasolini. Non figli della borghesia internazionale: “Siamo figli della Seconda Guerra Mondiale”.
Dotata di un carattere estremo e di un fragile sistema nervoso, inquieta e inquietante adolescente, la formazione di Amelia Rosselli nel suo peregrinare è certo una formazione d’eccezione: internazionale e trilingue, all’ombra dei grandi ideali politici e anche artistici e musicali della tradizione famigliare. Ma si tratta di un’alta e luttuosa tradizione, che incombe su di lei e che la sovrasta, che lei abbraccia e dalla quale al tempo stesso scarta, come un puledro libero e bizzarro: questa la radice profonda del suo sperimentalismo linguistico e metrico, audace e rigoroso al tempo stesso.
La sua poesia in lingua italiana nasce nel 1953, sulla spinta di un altro evento luttuoso: con Cantilena, un testo scaturito d’impulso in occasione della tragica morte del giovane Rocco Scotellaro, poeta, politico e iniziatore con Manlio Rossi-Doria e Carlo Levi degli studi politico-economici sul Meridione. Cantilena è un flusso poetico, un canto funebre fatto di brevi pezzi concentrati come oggetti, con al centro un’immagine – secondo la regola dei cosiddetti poeti imagisti (il gruppo anglosassone nato nel 1914 intorno a Ezra Pound). Le immagini, e i loro mutamenti generati da slittamenti della lingua e dal movimento del pensiero, resteranno la componente fondamentale della sua poesia.
Amelia aveva incontrato Scotellaro al convegno veneziano del 22-24 aprile 1950 a Palazzo Ducale su La Resistenza e la cultura italiana (che lei chiama sempre “quel convegno di partigiani”): e lo aveva immediatamente amato come un fratello e un maestro, con fiducia totale e assoluta. Il suo libro Contadini del Sud, che riportava senza interventi le parole dei contadini lucani cosí come essi le avevano pronunciate, resterà per anni la Bibbia di Amelia – come dice, anche linguistica: per l’uso realistico e non paternalistico della “lingua del povero”, la “lingua dell’analfabeta”. Quello era stato, però, anche il momento del suo primo ricovero e del primo elettroshock: l’inizio della malattia nervosa che la minava – e della sua difficile cura.
Arrivando a Roma a vent’anni, nel 1950, Amelia Rosselli è per tutti “la figlia di Carlo Rosselli”, è Giustizia e Libertà, è il Partito d’Azione. Lei invece, nel 1958, quando molti intellettuali se ne allontanano, si iscrive al PCI e chiede di svolgere lavoro di base: a quel punto ha ventotto anni, è ancora cittadina inglese come la madre ed è approdata in Italia da dieci. Bellissima e passionale, come la ricorda il cugino Aldo Rosselli, è musicista e compositrice. Ha la voce bassa con un forte accento inglese, ma anche francese, occhi d’acciaio innocenti e insieme tempestosi e sfrontati, improvvisi scoppi di risa.
2. Dalla sperimentazione al silenzio creativo
In poesia il suo primo approdo compiuto è il poemetto La Libellula, la cui scrittura risale appunto al 1958 ma che fu pubblicato undici anni dopo: Amelia vi elabora una soluzione artistica concreta e nuova, un vero e proprio “sistema”, valido, dice, anche per gli artisti futuri. Da questo testo, che andrebbe lasciato leggero e imprendibile come le ali della libellula, abbiamo scelto di cominciare la nostra lettura.
Segue una selezione da Variazioni Belliche (Garzanti 1964), la raccolta piú letta e apprezzata dai giovani, dove con maggior rigore l’autrice applica la sua nuova formula di sovversione linguistica e strutturale: la “forma-cubo”, cioè lo spazio quadrato delle singole poesie, fittamente scritto senza margini vuoti, piú la terza dimensione costituita dalla profondità, ovvero l’energia della poesia e del delirante processo associativo di scivolamenti e abbracci fra le parole e le lingue.
Nella Notizia su Amelia Rosselli che accompagnava l’ingresso nelle lettere italiane di questa sorta di meteorite con la pubblicazione di Ventiquattro poesie sul numero 6 del menabò di letteratura del 1963, Pasolini, con una indicazione illuminante e fuorviante al tempo stesso, definí “lapsus” l’operazione linguistica che sta alla base della lingua terremotata di Amelia Rosselli, che fonde una parola con l’altra e una lingua con l’altra (ma c’era l’esempio di Joyce, di Pound e di Cummings!). Lapsus ora finto ora vero, aggiungeva Pasolini, consapevole almeno in parte della consapevolezza dell’autrice (che, come lei stessa dirà, sapeva quello che faceva). E ne coglieva benissimo l’intenzione nei confronti della tradizione e della lingua dei padri: “Il lapsus dà una profonda liberazione: consente, alla buonora, di liberarsi dal peso istituzionale – gravante su tutta la lunghezza dell’anima – e, nel tempo stesso, di rispettarlo”. E indicava giustamente il “fondo” di questa poesia nella “grande cultura liberale europea del Novecento”, qui espressa con “uno splendore eccezionale”.
A queste due opere piú sperimentali, dalle quali proponiamo qui alcune letture ravvicinate, seguí Serie Ospedaliera (divisa in due parti – la prima delle quali costituita da La Libellula – e pubblicata da Il Saggiatore nel 1969): una raccolta di transizione, di convalescenza e ospedale, meno tesa sul piano formale, nel placarsi della...




