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E-Book, Italienisch, 180 Seiten

Barrette La resilienza del panda

Storia di un animale che non dovrebbe esistere
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5450-148-1
Verlag: Codice Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storia di un animale che non dovrebbe esistere

E-Book, Italienisch, 180 Seiten

ISBN: 979-12-5450-148-1
Verlag: Codice Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Tutti sono sedotti da questo tenero animale maldestro, placido, paffuto e apparentemente innocuo. Ma la storia e l'evoluzione del panda sono a dir poco misteriose e contraddittorie. Come mai questo orso - sì, è un orso - è vegetariano? Perché quell'improbabile pelliccia bianca e nera, simile a un costume di scena? Come spiegare la presenza di un secondo pollice? E perché quell'ossessione per il bambù, cibo che tra l'altro digerisce malissimo? Presente sulla Terra da più di due milioni di anni, il panda è la più antica specie di orso, ed è diventato un simbolo di resilienza e di lotta per la sopravvivenza. Eppure, se comparato agli altri animali, pare essere privo di ciò che gli serve: male equipaggiato, male adattato, sembra sempre sull'orlo dell'estinzione. Divertente senza perdere profondità scientifica, chiaro e magnificamente raccontato, La resilienza del panda espone molti degli aspetti della storia naturale che collegano questo animale e la sua anatomia alla sua ecologia. E se gli esseri umani sono oggi la fonte del pericolo che minaccia il panda, scopriamo che rappresentano anche, paradossalmente, la sua speranza di sopravvivenza.

Biologo, professore universitario, conferenziere e scrittore canadese. Oltre a 'La resilienza del panda' ha pubblicato altri quattro saggi.
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Capitolo 1


L’evoluzione ci mette davanti a un enigma


Il 27 dicembre 1831, dopo vari tentativi ostacolati dal maltempo, la H.M.S. Beagle, una tre alberi della marina inglese comandata dal capitano Robert FitzRoy e armata di dieci cannoni, issava infine le vele a Devonport, in partenza per una missione scientifica ai quattro angoli del globo che sarebbe durata quasi cinque anni. A bordo c’era un naturalista dilettante di ventidue anni di nome Charles Robert Darwin (1809-1882). Quel viaggio segnò profondamente il giovane ragazzo e lui, in compenso, segnò per sempre la scienza in generale e le scienze naturali in particolare.

La spedizione aveva l’obiettivo di mappare le coste dell’America del Sud. All’epoca il ruolo di un naturalista era quello di descrivere i paesaggi, la flora e la fauna delle terre visitate, nonché prelevarne alcuni esemplari destinati a essere esposti nel museo di storia naturale del proprio Paese. Al giorno d’oggi non esiste più il , cioè uno scienziato che studia ambiti molto diversi tra loro come astronomia, geologia, botanica, zoologia, paleontologia, geografia, etnologia o climatologia. Adesso, per portare a termine la missione di un solo naturalista del XIX secolo, sulla nave si dovrebbe imbarcare, come minimo, una dozzina di specialisti.

Come molti altri, mi considero un umile erede di Charles Darwin, il naturalista per eccellenza, che non aspirava solo a scoprire e descrivere la natura vivente, ma voleva anche comprenderla e spiegarla. Essere un naturalista significa innanzitutto affermare che non esiste nulla all’infuori della natura e che, di conseguenza, tutte le spiegazioni che la riguardano si trovano nella natura stessa. Non c’è nessuna pretesa di dimostrare scientificamente che il soprannaturale non esista, si tratta solo di impegnarsi a non chiamarlo in causa per spiegare la natura: è questo il patto implicito che la scienza ha stretto con la conoscenza. Questo naturalismo (o materialismo) è il “contratto metodologico” che sta al cuore della definizione di scienza1.

Poiché la natura è il vasto campo di studio del naturalista, mi sembra opportuno riflettere sul senso della parola : è naturale ciò che esiste di per sé, spontaneamente, senza intervento umano. Una stella è naturale come un elefante, come la tela di un ragno o come un fiume. Anche la selezione stessa, in questo senso, è naturale. Non è naturale ciò che è frutto di un’intenzione o di un progetto: per esempio un bifacciale, un laser, una carta dei diritti o un cappello.

Nell’ambito della natura solo l’essere umano sembra capace di formulare intenzioni, di concepire e realizzare progetti. La nostra specie è quindi naturale e al contempo in grado di produrre ciò che sta “fuori dalla natura” e che noi, con accezione peggiorativa, definiamo . Eppure, se la specie umana è un prodotto della natura, perché ciò che crea dovrebbe essere considerato artificiale al contrario di un termitaio o della diga di un castoro, che tutti consideriamo naturali? Se il concetto di artificiale si applica solo agli esseri umani è perché noi siamo l’unica specie che, da un lato, dispone di una doppia essenza: animale (naturale) e umana (culturale); dall’altro, manifesta una continuità discontinua con tutto il resto della natura2. Quindi, forse, invece di definire artificiali un’autostrada o un fiore di plastica, dovremmo semplicemente considerarli umani.

Nel concreto, l’oggetto di studio chiamato include tutto ciò che si può osservare con i sensi e con gli strumenti che abbiamo a disposizione: dalla luce agli oceani, passando per le galassie, gli atomi, gli esseri viventi e i loro comportamenti. I naturalisti cercano di scoprire, descrivere e comprendere tutto della natura: niente è escluso dalla loro curiosità e dalla loro sete di conoscenza, perché si occupano di raccontare la storia naturale del mondo.

Per quanto i tempi siano molto cambiati, i naturalisti di oggi perseguono lo stesso obiettivo, hanno lo stesso modo di pensare e si muovono nello stesso ambito scientifico di duecento anni fa. Questo obiettivo si può riassumere in tre ordini di domande.

La prima domanda, “cosa?”, mira a scoprire e a descrivere ciò che esiste. È l’interrogativo scientifico più semplice, che ci porta a stilare l’inventario dell’esistente: quante stelle ci sono nella nostra galassia? Quali sono gli uccelli nidificanti del Québec? Qual è il periodo di riproduzione degli scoiattoli rossi? Qual è la longevità media dell’alce femmina in Alaska? A questo stadio la scienza accerta i fatti, cosa indispensabile e preliminare a tutto il resto, e produce così conoscenza, effettuando scoperte e descrivendo la realtà.

La seconda domanda che muove il naturalista è “come?”, ed è volta a una comprensione preliminare delle cose e dei processi: l’alce come utilizza i suoi palchi? Il castoro come costruisce il suo capanno? Come fa un uccello a volare e mantenere la temperatura del suo corpo elevata e costante? La farfalla monarca come si orienta nel corso delle sue lunghe migrazioni? In altre parole, come funzionano le cose? In questo caso si tratta di descrivere un fenomeno, ma non solo la sua esistenza: è una scienza dei processi.

Infine, la terza domanda che, nello spirito del naturalista, sorge in fretta, a volte anche prima delle altre due, è: “perché?”. Cercando una comprensione ancora più profonda, non si tratta più solo di descrivere la realtà tramite l’osservazione, ma di analizzarla, interrogarla, interpretarla e spiegarla con la nostra ragione. Perché i caribù femmina hanno i palchi? Perché la luce è visibile? Perché l’acqua del mare è salata? Perché chiediamo perché? Le risposte a questi “perché” non sono sempre evidenti ed esigono una reale creatività e una buona perseveranza intellettuali. Per riassumere, un naturalista come Darwin pratica al contempo la scienza degli oggetti, dei processi e delle ragioni d’essere. La distinzione tra il come e il perché non è sempre riconosciuta, ma merita di essere mantenuta anche solo per organizzare la riflessione. Friedrich Nietzsche la enuncia così: «Se si possiede il nostro della vita, si va d’accordo quasi con ogni domanda sul ».

In generale, in biologia funzionale ed evoluzionista, la risposta a tutti i perché è sempre la stessa ed è fornita dalla teoria della selezione naturale di Darwin, pubblicata nel 1859. Perché un carattere o un attributo (anatomico, fisiologico o comportamentale) esiste? Perché ha contribuito al successo riproduttivo dei genitori dell’individuo osservato e a quello dell’individuo stesso. Perché il leone ha i canini appuntiti, la criniera rigogliosa, il pelo fulvo, la vista penetrante, gli artigli retrattili, perché ruggisce e corre così veloce? Perché tutti questi adattamenti hanno contribuito al successo riproduttivo dei suoi genitori, di cui esso è il prodotto che cerca di diventare genitore a sua volta. Per il naturalista, la sfida è comprendere come un carattere contribuisca al suo successo riproduttivo. Possiamo dire che la causa dell’esistenza dei caratteri in questione è il successo riproduttivo dei genitori, mentre la loro funzione è il successo riproduttivo della prole.

È con lo spirito del naturalista che affronto la questione di come descrivere e comprendere la biologia sorprendente di questo animale intrigante: il panda maggiore. Le modalità di adattamento di una specie, per essere comprese, non possono essere considerate separatamente, come parti tra loro sconnesse, perché la specie va studiata come un insieme unico. Vedrete così che, per capire il panda, dovrò parlare di anatomia, di fisiologia, di comportamenti, di ecologia e di parentele evolutive. Tutti questi elementi interrelati costituiscono un insieme coerente, come l’animale stesso. Il panda, in effetti, non è la semplice giustapposizione o la somma di denti, pelliccia, stomaco, odorato, locomozione ecc. L’articolazione dei diversi elementi, così come l’insieme dell’animale, derivano dal fatto che la selezione naturale non può modificare o adattare solamente le zampe o lo stomaco, indipendentemente dal resto: è tutto correlato, comprese le relazioni con i suoi simili, con il suo ambiente ecologico e con la sua storia evolutiva. In breve, il panda è più della somma delle sue parti.

L’approccio da naturalista che propongo non ha niente a che fare con l’alta tecnologia che in genere, e a torto, è associata alla scienza moderna. È assolutamente possibile fare scienza senza strumenti e laboratori moderni, costosi e sofisticati. Si tratta di effettuare semplici osservazioni, misure, analisi e interpretazioni rigorose di anatomia, etologia o ecologia, come si faceva ai tempi di Darwin, ma con il beneficio dell’evoluzione degli ultimi centocinquant’anni di biologia in termini di conoscenze e teorie.

Proseguo questa introduzione con una breve digressione teorica e filosofica, al fine di situare correttamente il mio studio della natura del panda nel più ampio contesto della biologia evoluzionista.

Nella biologia dell’evoluzione, restano...



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