E-Book, Italienisch, 142 Seiten
Barthelme Atti innaturali, pratiche innominabili
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7521-555-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 142 Seiten
ISBN: 978-88-7521-555-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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minimum fax riporta in libreria un'altra strepitosa raccolta di short stories di Donald Barthelme. Questi racconti sono veri e propri classici della narrativa postmoderna: «Il pallone», per esempio, è ricordato da David Foster Wallace come «il primo racconto che mi ha fatto venire voglia di diventare uno scrittore». Lo stile di Barthelme è quello sperimentale e pirotecnico che i lettori di Ritorna, dottor Caligari già conoscono e amano; nei suoi racconti è facile trovare una metropoli contemporanea invasa dai pellerossa, un pallone aerostatico che si espande fino a coprire il cielo di Manhattan, un Esame Nazionale per gli Scrittori con tanto di diploma finale, e Bob Kennedy in mantellina nera, maschera e spada: Barthelme riesce come nessun altro a mescolare i materiali pop della cultura americana, di ridisegnare l'universo in maniera esilarante, inquietante o commovente. Con una prefazione scritta da Aimee Bender in esclusiva per questa edizione.
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DON B. & THE FRIENDS OF THE FAMILY
Non più di un anno dopo che Donald Barthelme senior ha preso la laurea in architettura nasce il suo primo figlio, che con la moglie Helen decide di chiamare Donald, come il papà (ne arriveranno altri quattro: una femmina, Joan, e tre maschi che con diversi gradi di successo intraprenderanno tutti la strada letteraria: Frederick, Steven e Peter). È il 7 aprile del 1931, e l’azione si svolge a Filadelfia. Inizia dunque la vita di Donald Barthelme, autore di questo libro, insieme con la carriera di architetto e di docente universitario del padre. Dopo soli due anni la scena (con la famiglia) si è già spostata nel Texas, a Houston, dove il padre, innamorato dello stile del suo architetto preferito, Ludwig Mies van der Rohe,[1] progetta e si fa costruire una casa del tutto simile alla famosa Tugendhat di Mies: quarantacinque anni più tardi, al culmine della sua carriera letteraria, Donald Barthelme junior, in un’intervista concessa a Jerome Kinkowitz,[2] ricorda come quella casa fosse
meravigliosa per abitarci, ma parecchio strana a vedersi nel bel mezzo delle praterie texane. La domenica la gente parcheggiava la macchina di fronte a casa nostra e si metteva lì a fissarla. Facevamo uno spettacolino improvvisato, la domenica, tutta la famiglia. Ci alzavamo dal tavolo della cena e se c’era un numero sufficiente di macchine parcheggiate correvamo davanti alla facciata della casa, ci mettevamo in fila e sgambettavamo come ballerine di can can.
Anche se le visite in casa sono perlopiù di persone che passano intere serate a parlare di Aalto, Mies e Le Corbusier, non si respira solo architettura in casa Barthelme: il piccolo Donald va spessissimo al cinema, e la mitologia scandinava al pari dei classici per l’infanzia sono il suo pane quotidiano; mentre esercita la penna in qualità di critico letterario per il giornalino di scuola alle medie, l’ della St. Thomas High School (e con buoni risultati: vince un premio letterario dell’istituto per il miglior racconto per la miglior poesia...), dalla fornita biblioteca di casa prende in prestito soprattutto Dos Passos; a quattordici anni, per il suo compleanno, il padre gli regala un saggio di Marcel Raymond, ; ma ben presto – all’incirca all’epoca in cui, dopo una breve esperienza, osteggiata dal padre, come batterista in un gruppo di amici, diventa direttore del , il quotidiano dell’università di Houston dove nel frattempo si è iscritto alla facoltà di giornalismo – Donald è in grado di acquistare i propri libri da solo, e le scelte ricadono principalmente su Joyce e Eliot (ma anche il di Beckett, dichiaratamente un modello). Ma l’università non è il suo forte, e Donald abbandona gli studi per lavorare, fra il 1951 e il ’56, per lo , con una pausa nel ’53 per la chiamata alle armi: Louisiana, Giappone e infine Corea, dove arriva esattamente il giorno in cui viene firmato l’armistizio (e può così dedicarsi alla sua attività più naturale, diventando il direttore della rivista delle forze armate). Il ritorno all’università lo vede ancora nel ruolo di scrittore-giornalista: prende la direzione dell’esistente testata universitaria e ne fonda una ulteriore, il tutto mentre scrive i discorsi per il Preside. Dal 1959 è membro del consiglio direttivo del Museo di Arte Contemporanea di Houston, di cui diventa poi direttore nel 1961-62. Qui prendiamo una pausa perché qui finisce quel che si può definire formazione, apprendistato. Dalla prossima frase in poi, Donald Barthelme vive a New York, in un bell’appartamento nel Greenwich Village, e le cose per lui e per la sua carriera di scrittore prendono decisamente una piega diversa.
Dopo aver diretto per poco più di un anno la rivista , il 2 marzo 1963 compare il suo primo racconto sul , “L’Lapse”: la dissacrante, spassosa parodia di una sceneggiatura felliniana con tanto di “Marcello” e “Anna”, due attori-personaggi che si esercitano sull’arte dello scrivere vacue critiche cinematografiche nel gergo degli addetti ai lavori. È nata una stella, e ha indubbiamente preso la strada postmoderna, trovando, sin da questo primo racconto, un posto nella “famiglia”.[3] E anche un posto nelle pagine del , dove per un quarto di secolo le pubblicazioni dei suoi racconti (ma anche di recensioni cinematografiche e di bozzetti sulla vita sociale e culturale newyorkese – spesso non firmati, più spesso sotto pseudonimo: William White o Lily McNeil) si susseguiranno ininterrotte.
Da questa data e fino al 1989, quando il 23 luglio morirà per un tumore, la sua carriera non conosce pause, o cedimenti, o flessioni, anche se ogni pagina che scrive sarà sempre difficile da inquadrare in una definizione univoca, già a partire dal primo libro, i racconti di (1964).
Il libro successivo, e primo romanzo, , è del 1967; ma è nella narrativa breve che Barthelme dà il meglio di sé, e così con l’eccezione di , del 1979, produce una serie di raccolte di racconti, a partire da del 1968 (sono questi quattro, fra l’altro, i soli titoli di Barthelme a essere tradotti in italiano). Le altre raccolte, tutte uscite fra il 1970 e l’83, sono , , , , .
Nella categoria dell’indefinibile rientra a buon diritto , del 1974 (cercano di facilitarne la definizione un sottotitolo, “Parodie e satire”, e il risvolto che recita “il primo libro di non-fiction dell’autore”, ma poi le barriere fra i generi cadono tutte nell’avventurarsi fra le sue pagine molto illustrate). Nel frattempo Barthelme si è anche concesso un libro per bambini, , scritto per (e con la costante consulenza di) sua figlia Anne, nata nel 1965, e grazie al quale vince l’ambito National Book Award. (Alla cerimonia di premiazione – una delle rare volte in cui Barthelme, notoriamente riservato, appare in pubblico – il suo discorso di accettazione risulta così arguto e incisivo da far ritenere a gran parte dei presenti che esso stesso meriti un ulteriore premio.) Nel 1986 ritorna al romanzo con , prima di dedicarsi a un altro libro “indefinibile”, , una sorta di ante litteram che si svolge tutto attorno al bancone di un bar. Ma già nel 1981 la grandezza della sua short fiction viene suggellata da una raccolta antologica, che, insieme con il volume complementare, , del 1987, consacra Barthelme come uno dei più autorevoli scrittori di racconti del secondo Novecento.[4]
Un’altra raccolta antologica, , che unisce in un unico volume tutte le “Satire, parodie, fiabe, storie illustrate e commedie” di Barthelme (si tratta in gran parte di materiale già pubblicato, ma con alcune chicche da amatore), esce postuma, così come il romanzo , una rivisitazione della leggenda di Re Artù ambientata durante la seconda guerra mondiale, e la raccolta di saggi e interviste .
Oltre a due radiodrammi scritti rielaborando racconti o frammenti di altro materiale già pubblicato ( e ), esistono anche un adattamento teatrale di (per una produzione off-Broadway del 1983) e uno di , scritto dallo stesso Barthelme, che l’autore – dopo averci lavorato almeno tre anni, e dopo aver assistito a una prova generale all’American Place Theater di New York il 10 giugno 1974 – considerò “scritto male” e non adatto alla rappresentazione (che pertanto fu annullata alla vigilia), scusandosene con una lettera al regista, Wynn Handman. Ancor oggi non è chiaro come mai Barthelme credesse che quel suo adattamento non fosse ben fatto. Ma del resto come non essere sempre, indiscutibilmente d’accordo con la persona che ha detto: «lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto coperto di pelo che vi spezza il cuore»?
[1] L’architetto tedesco, poi naturalizzato americano, famoso per aver coniato il detto “Less is more”, divenuta la regola attorno a cui si è plasmata l’architettura minimalista, e che in altri settori ha animato le opere di Philip Glass e Steve Reich, di Frank Stella e di Sol Lewitt, di Raymond Carver e – stando alla definizione datane da John Barth come “minimalista intellettuale” – dello stesso Barthelme.
[2]Jerome Kinkowitz, “Donald Barthelme”, in , a cura di Joe David Bellamy, University of Illinois Press, Urbana 1974.
[3]Il 1963 è anche l’anno in cui viene pubblicato il primo romanzo di Thomas Pynchon, ; pochi mesi prima, senza fare alcuno scalpore, aveva esordito Joseph Heller con ; stessa sorte, nel 1955 e nel ’56, era toccata ai primi lavori di William Gaddis e di John Barth, rispettivamente e ; le opere prime di Robert Coover e William Gass arriveranno solo nel 1966, ma anche loro non faranno certo arricchire l’editoria americana (che in...




