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E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Beemen Cattivi custodi

Storia e affari di un ambizioso club di benefattori bianchi in Africa
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6783-538-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storia e affari di un ambizioso club di benefattori bianchi in Africa

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

ISBN: 978-88-6783-538-6
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Durante un reportage in Zambia ho sentito parlare per la prima volta di un ambizioso club di benefattori bianchi che gestisce un'enorme fetta di terra africana. La storia mi ha colpito: chi sono, cosa vogliono? È iniziato tutto nella rimessa di un castello in provincia di Utrecht dall'idea di un olandese testardo: c'erano entusiasmo, spavalderia e denaro, qualcosa come 'noi sappiamo come funziona il mondo'. Oggi African Parks lavora per costruire un impero verde, spinta dalla smania di preservare, o ricreare, un continente che soddisfi le aspettative occidentali. In un reportage frutto di tre anni di viaggi e inchieste sul campo, Olivier van Beemen racconta la più grande organizzazione per la salvaguardia della natura africana che, con un fatturato di oltre 120 milioni di euro, controlla una superficie totale pari a quella della Gran Bretagna. Ma oltre agli ambiziosi piani di crescita e al successo nel mondo politico e imprenditoriale, c'è anche molto altro. Il confine che separa la tutela dell'ambiente dal colonialismo verde è sempre più labile: African Parks è la soluzione o il problema?

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1. SPIONAGGIO


Il commissario della squadra anticrimine di Parakou ci chiama nel suo ufficio. Siamo in stato d’arresto da 36 ore, è il nostro quarto commissariato e abbiamo percorso più di 250 chilometri cambiando qualcosa come 25 diverse auto della polizia.1

Ci rilasciano, pensiamo. L’ambasciata olandese in Benin condivide il nostro ottimismo. Il commissario sembra bendisposto e oggi, domenica, è venuto al lavoro apposta per noi, vestito in borghese e con i sandali. Durante l’interrogatorio, nel pomeriggio, la mia collega Flore Nobime si è presa una ramanzina: non doveva andare nel nord del Paese con uno scrittore straniero senza informare le autorità. Sa che è pericoloso, no?

Ci sediamo e ascoltiamo il commissario.

«Siete entrambi sospettati di spionaggio.»

Eh? Spionaggio? Il commissario ha delle prove, o almeno degli indizi? Spionaggio per conto di chi, poi?

Le cattive notizie non sono finite. Il nostro caso sarà esaminato dalla Corte di repressione delle infrazioni economiche e del terrorismo (criet), che secondo alcuni cronisti è uno strumento di potere creato per mettere fuori gioco gli oppositori politici. Due candidati che alle scorse elezioni presidenziali hanno osato sfidare Patrice Talon, l’autoritario presidente del Benin, sono stati condannati rispettivamente a dieci e vent’anni, ma anche giornalisti e blogger critici hanno ricevuto pene severe.

Eppure al commissariato non si respira un’aria ostile. Non ci chiudono in una cella, possiamo tenere i nostri effetti personali e, scortato dalla polizia, posso prendere qualcosa da mangiare nell’affollato ristorante La Vieille Marmite, nel centro di Parakou, la terza città di questo Paese dell’Africa occidentale. Il pollo con contorno di spinaci e patate fritte, che mangiamo su una panchina davanti al commissariato, è buono. Dobbiamo firmare un verbale su cui c’è scritto che siamo sospettati di spionaggio ai danni dello Stato del Benin. Non possiamo fare una foto del documento. Intanto chiamiamo casa e l’ambasciata: la questione viene presa seriamente sia nei Paesi Bassi sia qui.

Sono arrivato in Benin una settimana prima per la mia ricerca su African Parks (ap), un’organizzazione internazionale che gestisce riserve naturali dalla sede di Johannesburg.2 È stata fondata, tra gli altri, da Paul Fentener van Vlissingen (1941-2006), miliardario e uomo d’affari olandese.

African Parks è la più grande e ambiziosa organizzazione per la salvaguardia della natura africana e ha stretto accordi con 12 Paesi europei sulla gestione di 22 riserve naturali, 2 delle quali in Benin.3 Ha un fatturato di più di 120 milioni di euro. Sotto il suo controllo ricade una superficie totale che supera i 20 milioni di ettari, un’estensione paragonabile a quella della Gran Bretagna, e nei prossimi anni è destinata ad aumentare. L’idea è quella di proteggere dai bracconieri e da altri pericoli parchi e riserve in stato d’abbandono, ripopolarli di animali e generare profitti, soprattutto grazie al flusso di turisti ricchi, in modo che ogni parco sia il più possibile autosufficiente. A trarne vantaggio saranno animali selvatici ed ecosistema, ma anche quanti abitano nei dintorni, che devono riconoscere il valore della salvaguardia della natura e capire che il bracconaggio va contro il loro stesso interesse. Con gli elefanti morti non si attirano turisti disposti a spendere anche mille euro a notte.

Quando arrivo in Benin, nel febbraio del 2022, è più di un anno che indago su questa organizzazione, e i rapporti con la sede centrale sono tesi. African Parks vuole mantenere il controllo totale sull’accesso alle informazioni e ha reagito con veemenza ai pochi articoli critici apparsi sui media fino a quel momento. Non devo aspettarmi alcun tipo di collaborazione: me l’hanno fatto capire senza mezzi termini.

In questo viaggio lavoro con Flore Nobime, che ha scritto un articolo esaustivo sulle attività di African Parks nel suo Paese.4 Dopo alcune interviste realizzate a Cotonou e Porto-Novo sulla costa atlantica, ci spostiamo in autobus verso nord-ovest, un tragitto di 10 ore abbondanti. Tanguiéta si trova a una quarantina di chilometri dall’ingresso del parco nazionale del Pendjari, controllato da ap. Lì abbiamo intervistato fonti che conoscono bene la zona o hanno un rapporto diretto con il parco, tra cui Kinto Sylla, un ex militare che ha fatto anche la guardia del corpo di un ministro. Se vogliamo parlare con persone ancora più vicine al cuore del sistema, ci consiglia di andare nel suo villaggio, Sangou, nei pressi dell’ingresso del parco.

Ci siamo informati sulla sicurezza della zona. In quel momento il parco in sé è in codice rosso – qualsiasi tipo di viaggio è fortemente sconsigliato – ma per la zona circostante il codice è arancione: per le vacanze è meglio evitarlo, ma per motivi di necessità si può visitare. La regione deve fare i conti con una jihad violenta, che dai confinanti Burkina Faso e Nigeria affligge sempre più spesso anche il Benin. Secondo i nostri contatti, ma anche secondo noi, il rischio che ci succeda qualcosa durante la nostra incursione a Sangou o nei villaggi limitrofi fuori del parco, con l’autorevole Kinto Sylla a farci da guida e protettore, è trascurabile.

Partiamo su due moto, con un tacchino vivo sul manubrio – la nostra cena. Sulla strada non ci sono checkpoint, ma incontriamo veicoli dell’esercito e di ap, di cui vediamo anche un piccolo aeroplano. La nostra visita di ventiquattr’ore procede senza intoppi, come previsto. Le interviste ad alcuni guardaparchi5, un allevatore, un capovillaggio e un guaritore si riveleranno preziose. Dal parco ci teniamo alla larga.

La sera, nel nostro albergo a Tanguiéta riceviamo la visita di un commissario della polizia locale in infradito. Siamo stati segnalati fuori città e vuole sapere cosa siamo venuti a fare. Domanda legittima, considerando la presunta presenza di mercenari nella zona e la minaccia jihadista. Rispondiamo dicendo la verità, siamo uno scrittore e una giornalista interessati alle condizioni di vita della popolazione.

Il mattino dopo veniamo sottoposti a un interrogatorio circostanziato sul tetto a terrazza dell’albergo – il commissario è sempre in infradito ed è in compagnia di un ispettore. Sembra ancora un semplice accertamento. Verso mezzogiorno dobbiamo solo fare un salto in commissariato per «un controllo approfondito della nostra identità» – si tratta delle «ultimissime formalità».

La polizia non ci informa che siamo ufficialmente in stato di fermo o che abbiamo diritto all’assistenza legale e medica – con il senno di poi ci rendiamo conto che è l’inizio di una serie di violazioni del Codice di procedura penale e della Costituzione del Benin.6 Sebbene la nostra identità venga verificata in un paio d’ore, incluso un controllo all’Interpol, dobbiamo restare in commissariato per tutto il pomeriggio. Firmiamo un verbale su cui c’è scritto che lo stato di fermo è revocato e che a nostro carico non ci sono sospetti.

Ma non siamo liberi.

Per le «ultimissime formalità» dobbiamo presentarci alla squadra anticrimine di Parakou, a quattro ore in auto da Tanguiéta dove, il giorno dopo, ci accuseranno di spionaggio. Un furgone della polizia ci sta aspettando, ci rassicurano che torneremo quella stessa notte. Prendiamo posto sui sedili posteriori, stretti tra un paio di agenti di polizia armati.

Appena usciti dalla città imbocchiamo una strada secondaria, sterrata, nella foresta. Qualcuno deve fare pipì? Non sarà che… mi balena un pensiero in testa, mentre guardo gli agenti con i loro kalashnikov. Ma svoltiamo subito dopo e ci fermiamo di fronte a un’auto della polizia.

Il nostro trasferimento si rivela una staffetta – la chiamano escort corridor. Al confine di ogni distretto di polizia dobbiamo cambiare furgone, ogni volta scortati da agenti armati. Prendiamo lo zaino dal baule, aspettiamo il cambio degli agenti, lo riponiamo in quello successivo e ripartiamo. A volte le tappe sono di decine di chilometri, spesso tragitti di pochi minuti.

Quella sera non riusciamo a raggiungere Parakou. Passiamo la notte a metà strada, a Djougou, su una panca di legno nel commissariato di polizia, in una stanza illuminata da un neon, accanto a una cassa di bottiglie di Guinness vuote. Un poliziotto guarda Canal Plus Action, che per tutta la notte trasmette b movies americani doppiati in francese.

Dopo almeno dieci tappe e lunghe attese in diversi commissariati, il giorno successivo arriviamo alla squadra anticrimine di Parakou. In qualche modo troviamo un avvocato ma, pur con tutte le verifiche del caso, non siamo sicuri che stia dalla nostra parte. La sua risposta alla domanda se siamo obbligati per legge a sbloccare i nostri telefoni o computer portatili non ci sembra soddisfacente: «Se non avete nulla da nascondere, fatelo». Per la prima volta, un diplomatico olandese con cui ho già avuto modo di parlare sembra preoccupato. Devo mettere in conto che fra tre giorni potrei non essere sul mio volo per Parigi. Parliamo il meno possibile di questioni riservate sulla linea telefonica normale: è probabile che sia intercettata. Meglio WhatsApp.

Passiamo la notte in un ufficio abbastanza spazioso della squadra anticrimine, con un po’ di privacy. Lì eliminiamo da portatili, telefoni e taccuini ogni informazione che...



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