E-Book, Italienisch, 252 Seiten
Bender La maestra dei colori
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7521-615-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 252 Seiten
ISBN: 978-88-7521-615-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La scrittura di Aimee Bender è da sempre un inconfondibile mix di realismo e fantasia; in questa nuova raccolta di racconti la sua voce, carica di sensualità e magia, continua a ridisegnare il mondo in maniera originale, senza concessioni al sentimentalismo e ai cliché della narrativa «femminile». Alcune storie sono ambientate al giorno d'oggi, fra teenager al centro commerciale o studentesse in un campus universitario; in altre fa capolino l'elemento surreale (un ragazzino che soffre di «analfabetismo facciale», cioè non riesce a distinguere il viso delle persone e la loro espressione; un vecchietto inoffensivo che è convinto di essere un criminale nazista); altre ancora sono incantevoli esempi di «realismo magico» (una sarta viene rapita e condotta in un paese dell'Asia dove dovrà rammendare le tigri a cui si stanno strappando via le strisce) o rivisitazioni di fiabe classiche. Fin dal 1999 il New Yorker aveva segnalato Aimee Bender come uno dei «venti scrittori per il 21° secolo»; La maestra dei colori, accolta da elogi unanimi da parte della critica statunitense e inserita dal New York Times nella lista dei libri più importanti dell'anno, non fa che riconfermarne il talento.
Weitere Infos & Material
RICUCIRE LE TIGRI
Mia sorella ha avuto il lavoro. È lei quella che ha successo in tutto quello che fa. Ha frequentato due anni di medicina prima di mettersi in testa che voleva diventare una cucitrice provetta. (Cosa?, le hanno detto, il giorno che se n’è andata. Un chirurgo!, le hanno detto. Potresti diventare un chirurgo portentoso! Ma lei ha risposto che non le piaceva lavorare fin tardi, che verso mezzanotte si sentiva troppo stanca.) Ha una precisione incredibile nei piccoli movimenti, meglio di una macchina; sa rammendarti un fazzoletto talmente bene che nemmeno riesci a vedere i punti, come se fosse diventata tutt’uno con il fazzoletto. Una volta mi sono spaccata un labbro, saltando giù dall’albero, e lei me l’ha ricucito come niente fosse, con il ghiaccio e un ago che aveva disinfettato sulla fiamma. Non mi è rimasta la cicatrice quasi per niente, solo un’impercettibile traccia bianca.
Così è naturale che, quando le due donne hanno visitato la scuola di cucito, l’abbiano adocchiata per prima. Stava lavorando al modello da presentare per l’esame finale, un vestito da ballo color lime, con piccoli diamanti cuciti al collo, ed era concentrata al massimo sui nodi microscopici che stava facendo, mentre le due incombevano su di lei con quelle acconciature austere e quel profumo che dava alla testa, un profumo di piante – simile al bambù, ha detto mia sorella – e la osservavano lavorare. Mia sorella è così tosta che non ha nemmeno battuto ciglio, ma tutte le altre compagne di classe si sono distratte, e si sono messe a guardare le due amazzoni, tutte e due alte un metro e ottanta e belle da levarti il fiato. Quando in seguito le ho conosciute, mi sembrava di essere andata a finire dritta in una pubblicità su qualche rivista. A quel tempo lavoravo da Burger King, ero la responsabile dell’isolato (c’erano due locali della catena sullo stesso tratto di strada), e approfittavo fino in fondo di ogni distrazione possibile e immaginabile. Una volta è entrato un tipo che ha ordinato un Big Mac, e per due giorni non ho fatto altro che raccontare quella storia a tutti i clienti, e non è che sia poi una gran storia. Ci sono proprio poche emozioni in questo sfigatissimo mondo dell’hamburger riscaldato; si fa quel che si può.
Ma mia sorella è nata con una capacità di concentrazione soprannaturale, e le due donne guardavano lei e lei soltanto. Chi può starle alla pari? Mia sorella ha vinto tutte le competizioni alle quali abbia mai partecipato, non perché sia una tipa con il coltello tra i denti, ma perché gode di quella straordinaria concentrazione, così calma e garbata. Perché vincere? A volte non c’è bisogno d’altro per correre più forte di tutti, o per suonare il piano nel modo più limpido, o per ottenere il punteggio massimo in un test a scelta multipla, soffermandosi su ciascuna domanda finché non ti ha attraversato la mente per uscirne sotto forma di crocetta a matita.
A voce bassa, con dolcezza, le donne hanno chiesto a mia sorella se le sarebbe piaciuto vedere l’Asia. Lei ha finalmente alzato gli occhi dal lavoro. C’è un lavoro da cucitrice laggiù? Le due hanno fatto cenno di sì. Lei ha risposto che le sarebbe piaciuto da morire vedere l’Asia, che non era mai uscita dall’America. Mia sorella può venire con me?, ha chiesto. Neanche lei ha mai viaggiato.
Le due donne si sono scambiate un’occhiata. Cosa fa tua sorella?
È la responsabile dei due Burger King sulla Fourth.
La loro disapprovazione era appena accennata, ma percepibile, specie sul labbro superiore.
Solo per farti compagnia?
Ti stiamo offrendo un lavoro assolutamente privilegiato. Non vorresti prima sapere di cosa si tratta?
Mia sorella ha appena accennato un sì. Mi sembra molto interessante, ha risposto. Ma non posso viaggiare senza mia sorella.
È la pura verità. Mia sorella, la tipa con quella incredibile capacità di concentrazione, ha una fifa tremenda degli aeroplani. Tremenda. Paralizzante. L’unica cosa che la fa rilassare su un volo è la mia presenza, perché io ho sempre, dico sempre, questo o quest’altro problema e lei si trova costretta a concentrarsi su di me, a risolvermelo, e così si dimentica le proprie preoccupazioni. Divento il suo orlo strappato. In genere le telefono tutte le sere, e chiacchieriamo per un’ora, che significa quarantacinque minuti io e quindici minuti di lei che gira lo zucchero nel tè, preparato con una pazienza zen che farebbe sussultare d’invidia i buddisti, che poi dovrebbero respirare a fondo per gestire tale invidia, e finalmente riuscire a superarla. Sono proprio fortunata che sia mia sorella. Altrimenti una persona come lei non vorrebbe avere niente a che fare con una come me.
Le due amazzoni, sfacciatamente piene di fiducia, con quegli zigomi stratosferici e i lunghi vestiti di tela gialla stampata, le hanno detto che era ok. Continuavano a guardare le mani di mia sorella, a riposo sulle cosce.
Vai d’accordo con gli animali?, le hanno chiesto, e lei ha risposto: Sì. Le piacevano moltissimo tutti gli animali. Sei allergica ai gatti?, le hanno chiesto, e lei ha risposto: No. Era allergica solo ai pinoli. Una delle due, appena più alta dell’altra, si è messa una mano nella tasca del vestito, una tasca così ben dissimulata dal tessuto che sembrava stesse infilando una mano nell’etere, e da lì la mano è riemersa con un biglietto d’aereo.
Siamo proprio contente di averti trovato, le hanno detto. L’altro biglietto ti arriva domani.
Mia sorella ha sorriso. La conosco bene: dev’essersi spaventata da morire nel vedere il biglietto, e poi davvero voleva tornare a occuparsi del ricamo con i diamanti. Probabilmente non era ancora nemmeno tanto curiosa di sapere qualcosa del nuovo lavoro. Lei era ed è ostinatamente, stolidamente interessata al momento presente.
Da bambine, io tornavo a casa e la trovavo alla finestra del salotto. Era la finestra più bella dell’appartamento, da cui si vedeva, in lontananza, la cima di una montagna. Per anni ho cercato di convincerla a mettersi a giocare con me, ma non ci è mai stata. Guardava fisso fuori da quella finestra, senza muoversi mai, per ore e ore. La sera, quando tornava fra noi, di solito ero riuscita a farmi male in un modo o nell’altro, e mentre mi medicava le chiedevo della finestra; lei rispondeva che il motivo per cui adesso riusciva a dedicarmi tanta attenzione era la finestra. Mi svuota, diceva, e quella risposta mi spaventava. No, diceva alla mia faccia terrorizzata, mentre seduta sul bordo del mio letto mi puliva la fronte con un asciugamano bagnato. Non c’è niente di male, diceva. Fa posto per altre cose.
Io?, domandavo speranzosa, e lei annuiva. Te.
Non avevamo più i genitori a quel punto. Uno se n’era andato e l’altro era morto sotto i ferri di un chirurgo, ed è questo il vero motivo per cui mia sorella ha lasciato medicina.
Quella sera mi ha telefonato e mi ha detto di mollare il lavoro, cosa per la quale pregavo da mesi – che chissà come avrei ricevuto una telefonata magica che mi diceva di mollare il lavoro perché stavo per fare una vacanza favolosa. Mi sono tolta il grembiule di Burger King, ho preso le mie cose e preparato l’elenco più lungo possibile di lamentele sulla mia vita. In aereo ho chiesto a mia sorella cosa andavamo a fare, che lavoro aveva trovato, ma lei ha chiuso il tavolinetto sullo schienale davanti a sé senza aprir bocca. Asia, ho detto. Che nazione? Lei guardava fuori dal finestrino. Ce l’ha detto poi il pilota, mentre ci allacciavamo le cinture di sicurezza: eravamo diretti a Kuala Lumpur, dritti nel cuore della Malesia.
Aspetta, dove hai detto che è la Malesia?, ho sussurrato, e mia sorella ha disegnato una mappa sul tovagliolino che teneva sotto al suo ginger ale.
Durante il volo io bevevo Bloody Mary, mentre mia sorella ricamava un centrino. Anche gli altri passeggeri sembravano tranquillizzati dal solo vederla lavorare. Io le sussurravo tutti i miei problemi all’orecchio e lei me li ripeteva, a frasi lente che mi facevano l’effetto di una ninnananna. Mi si sono appesantiti gli occhi. Durante la discesa ha regalato il centrino al tipo seduto sull’altro lato del corridoio, preoccupato per suo figlio malato, e il ricamo era tanto elegante che il solo tenerlo tra le mani l’ha subito fatto sentire meglio. Così funzionano le cose prodotte artigianalmente. Trattengono su di sé il marchio di chi le ha realizzate, e quando le tieni in mano ti senti meno solo. Per questo tutti quelli che si mangiano un Whopper da Burger King se ne vanno un po’ più depressi di quando erano entrati.
Davanti all’aeroporto un autista cordiale ci ha preso e ci ha portato a un allegro albergo verde, dove sul letto abbiamo trovato un biglietto che diceva a mia sorella di farsi trovare pronta alle sei in punto. Non diceva che potevo andare anch’io, ma di buon’ora il mattino dopo, tirate a lucido e rifocillate, eravamo entrambe nella hall dell’albergo di fronte alle due amazzoni, che fissavano con disdegno me e le mie mani malsicure – tendo a toccarmi i capelli di continuo – e hanno domandato a mia sorella come mai c’ero anch’io. Non può stare a guardarmi?, ha chiesto, e loro hanno risposto che non lo sapevano. Lei, hanno detto, può darsi che sia troppo ansiosa.
Giuro che non tocco niente, ho detto.
Si tratta di una missione riservata, hanno risposto.
Mia sorella ha tirato un sospiro. Io lavoro meglio quando lei mi sta intorno, ha detto. Vi prego.
E come al solito, è stato il suo modo di dire le cose. Con quella voce garbata ma ferma. Hanno aperto la portiera dell’auto.
Grazie, ha detto mia sorella.
Ci hanno...




