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Ihr Team von Sack Fachmedien
E-Book, Italienisch, Band 162, 156 Seiten
Reihe: Sotterranei
Bender La ragazza con la gonna in fiamme
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7521-467-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 162, 156 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-7521-467-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il libro di esordio di Aimee Bender, autrice del bestseller L'inconfondibile tristezza della torta al limone, è una raccolta che usa la dimensione surreale e fantastica, a volte fiabesca, per raccontare in maniera originale l'amore, il tradimento, il desiderio sessuale, le dinamiche familiari, l'amicizia. Dietro un uomo che torna dalla guerra senza labbra, una donna che partorisce misteriosamente la propria madre, un folletto che si innamora di una sirena nei corridoi di un liceo americano - dietro l'ereditiera o la bibliotecaria che cercano di esorcizzare il dolore con il sesso, dietro il delinquente ossessionato dalla propria bruttezza - c'è in fondo ognuno di noi, con la sua solitudine, le sue paure e le sue infinite possibilità di redenzione. Figlia del postmoderno di Calvino e del minimalismo di Carver, la scrittura leggera ma mai banale della Bender è una forma di «realismo magico» dallo straordinario impatto emotivo.
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CHIAMAMI PER NOME
Sto passando il pomeriggio a fare provini agli uomini.
Loro non lo sanno. È un provino segreto, ti presenti così come sei.
«No, sul serio», dico allo spilungone sulla metro con gli occhi così stanchi che dentro già ci vedi la morte, «a te piacciono di più i cani o i gatti?»
Mi sorride con aria tollerante. Non so dire esattamente cosa sto cercando, ma di sicuro quando lo troverò lo capirò. Voglio restare senza fiato e debole, devastata dall’ingresso di un’altra persona nella mia anima. Voglio essere penetrata da un’intuizione.
«I gatti, assolutamente», dice, strofinando due dita una contro l’altra. È strafatto di qualcosa, ma alla sobrietà non ci tengo particolarmente. Ai cani ci tengo eccome, invece, e ci rimango male.
Lo ringrazio, mi passo una mano fra i capelli e torno al mio punto di osservazione, sulla prima fila di sedili rivolti all’indietro, proprio alle spalle del conducente che quando sono salita mi ha fatto l’occhiolino.
Giro sulla metro con indosso vestiti eleganti. Ho ereditato un sacco di soldi da mio padre, l’inventore del gancio adesivo da parete. L’ha inventato a poco più di vent’anni e il mondo intero si è affollato, sgranando gli occhi, alla sua porta; ormai i chiodi non li usa più nessuno. È morto quando avevo tre anni, quindi non l’ho mai conosciuto tanto da sentirne la mancanza, e adesso ci sono milioni di dollari a disposizione mia e di mia madre, che è pure una che non spende. Quindi in pratica sono solo miei! Sono tutti per me! Non mi piacciono tanto le macchine costose o le cene da buongustai: quello che adoro sono i vestiti eleganti. Oggi ne indosso uno di raso porpora, lungo fino ai piedi e scollato a V sulla schiena, e un paio di sandali in tinta con i lacci incrociati sulle caviglie. Alle orecchie porto dei semplici orecchini di brillanti. Sembro una capace di ballare il valzer, e infatti lo sono.
Agli uomini fa piacere vedermi salire sulla metro perché sono il tipo di donna che invece di solito gira al volante della propria macchina. Non sono la tipica ragazza da metropolitana, coi pantaloni neri, sempre immersa nella lettura di un romanzo e quindi impossibile anche solo da guardare negli occhi. Io li guardo eccome, e gli sorrido, e questo gli piace da morire. Scommetto che la sera a cena parlano di me: do alla gente noiosa qualcosa di cui parlare fra un morso alla pannocchia e l’altro.
Lo spilungone si alza per uscire e mi fa un cenno di saluto con la testa. Io agito le dita, ciao ciao. Intorno agli occhi ha delle piccole rughe che gli danno l’aria di uno che la sa lunga e mi viene quasi voglia di rincorrerlo, di chiedergli di guardarmi dall’alto in basso con quegli occhi e dirmi qualcosa di geniale su di me, di svelarmi a me stessa con una singola frase brillante, ma in realtà sarebbe inutile. Non ce la potrebbe fare. Ha le rughe intorno agli occhi solo perché è stato troppo tempo al sole: non sa neanche come mi chiamo.
Mi pare di aver finito, di aver esaminato tutto il vagone, ma poi vedo che dietro la signora con quel triste tailleur beige che cerca continuamente di dormire c’è un tipo che finora non avevo notato. Il timido. Sta appoggiato al finestrino, avrebbe voglia di fumarsi una sigaretta e non mi guarda. Vado a sedermi proprio accanto a lui.
«Se fumi fuori dal finestrino», gli dico a bassa voce, «non se ne accorge nessuno».
«Come?» Ha una decina d’anni più di me e gli occhi chiari, quasi trasparenti.
«Se ti accendi una sigaretta non lo dico a nessuno».
Lui capisce e batte le palpebre. «Grazie», mi dice, ma non si muove.
Il mio vestito sta strisciando su tutto il sedile di plastica arancione, fa il fruscio di una vacanza.
«Allora, come ti chiami?», gli chiedo.
Lui ha la testa voltata verso il finestrino e guarda il cemento scuro che gli sfreccia accanto. Sulla nuca ha i capelli appiattiti, come se si fosse appena svegliato da un pisolino.
«Oppure, dove vai?», dico a voce più alta.
Si gira dalla mia parte, inarcando le sopracciglia.
Mi chino un po’ verso di lui. I capelli mi cadono davanti al viso e sento l’odore del mio shampoo, che profuma di mandorle. «Solo per curiosità», dico. «Dove scendi?»
«Powell», risponde. «I capelli ti profumano di mandorla».
Mi fa tanto piacere che l’abbia notato.
«A te piacciono di più i cani o i gatti?», gli chiedo, anche se in questo preciso momento non ho nessun bisogno di saperlo.
«Fai un sacco di domande», dice.
«Sì».
«Bene».
«Cosa?» Il mio vestito non aderisce per niente al sedile, potrei scivolare dritta per terra da un momento all’altro.
«Mi piace di più», dice, «quello che si volta quando uno lo chiama per nome, a prescindere da che animale è».
Sarà anche timido, ma non smette mai di guardarmi negli occhi.
La metro rallenta avvicinandosi a una fermata e lui si alza in piedi per passarmi davanti e uscire. Ma subito mi alzo anch’io. L’orlo del mio vestito si è sporcato strusciando sul pavimento e mi sembra che la cosa gli dia un’aria un po’ vintage. Lui preme la maniglia ed esce dalla porta velocissimo, e a me resta giusto un attimo per dare un’occhiata al vagone che stavo tenendo sotto controllo e guardare la gente che mi guarda uscire. Un uomo con la valigetta ricambia il mio sorriso ma le donne mi ignorano tutte.
Pedino l’uomo per qualche isolato: prende le scale mobili e sbuca su Market Street e non nota la mia ombra bordeaux dietro di lui fino a quando non si infila in un negozio di scarpe, e lì mi è difficile passare inosservata. Le commesse mi piombano addosso in un secondo, mi leggono Acquisto scritto in faccia. Ma si illudono. Questo negozio fa schifo.
«Ehi», dice l’uomo, «mi stai seguendo?»
«Può darsi». Gironzolando mi avvicino a un paio di scarpe e le prendo in mano, anche se sono orrende e fatte male.
«È uno dei modelli che vendiamo di più», dice la commessa numero uno, che ha del rossetto su un incisivo.
«La cosa non mi invita affatto a comprarle», le dico, «e lei ha un dente sporco di rossetto».
China subito la testa e se lo strofina con il pollice. «Grazie», mi dice in un sussurro leggerissimo, come fosse un segreto, «odio quando mi succede».
L’uomo è uscito dal negozio: è bastato che, stupida come sono, parlassi per un secondo con una commessa altrettanto stupida, e lui è scomparso. Da dietro il bancone, il proprietario del negozio mi osserva lanciare occhiate qua e là su tutte le pareti di scarpe e mi indica con la testa una rampa di scale dietro di sé.
«È la sua ragazza?», mi chiede.
«Può darsi», dico di nuovo. Sul serio: se al timido non gliene fregasse niente di me, se non mi avesse guardato con un certo malizioso appetito, non sarei certo qui. Ma fra noi si è creata una mezza intesa, ho visto che pensava al rumore pesante che avrebbe fatto il raso ammucchiandosi sul pavimento di casa sua, ho visto che si chiedeva come sarebbe stato. Se lo sarà anche chiesto molto blandamente, ma conta lo stesso.
Ringrazio il proprietario del negozio piazzandogli saldamente una mano sulla spalla e dandogli una strizzatina. Magari un giorno tornerò qui e comprerò quattordici paia di scarpe. Certo non me le metterei, ma potrei sempre donarle alle barbone, sicuramente di tanto in tanto gli farà piacere averne un paio nuovo. Comprerò scarpe comode, con la suola imbottita, niente tacchi o fronzoli. Le barbone mi sa che camminano un sacco, quindi i tacchi non sarebbero l’ideale.
Le scale sono piuttosto buie ma mi resta la sensazione della luce abbagliante di fuori, quindi non mi fanno paura, mi sembrano solo fresche e leggermente odorose di muffa. Per fortuna in cima alle scale c’è un appartamento solo. Provo a spingere la porta, è aperta. Mi metterebbe più ansia bussare che entrare direttamente. Lui è seduto in salotto con una birra in mano, a torso nudo, davanti alla tv. Mi guarda, un po’ divertito, non veramente sorpreso.
«Ostinata, la signorina col vestito chic», dice. «Certo che sei proprio una bambolina ostinata».
Mi piace da morire sentirmi chiamare bambolina. Mi piace da morire, da morire.
Vado a sedermi accanto a lui sul divano.
«Lo sai ballare il valzer?», gli chiedo.
Lui fa un po’ di zapping, poi spegne la tv. «Allora, spiegami la questione», mi fa. «Sei una prostituta?»
E il fatto è che non sono offesa. La frase mi dà l’idea che anche lui avverta questa tensione sessuale che mi fa sentire bene, non so se mi spiego, viva.
«No», rispondo. «È solo che mi piaci. Hai programmi per stasera? È venerdì, magari possiamo fare qualcosa insieme».
«Sì, ho programmi per stasera», dice lui. Guarda l’orologio. «Sono le due. Fra sei ore».
Ha il petto abbronzato e un po’ flaccido, con dei capezzoli morbidi che somigliano a quelli di una donna. Per qualche motivo faccio fatica anche solo a guardarli, quei capezzoli. Sembrano così fragili, come la polpa di un frutto che aspetta solo di essere tagliata a fettine e servita in mezzo a un’esotica macedonia di kiwi. Mi viene voglia di salirgli sopra, posare i pollici su quei capezzoli morbidi e fruttati e premerli forte, come fossero pulsanti dell’ascensore: ehi, baby, portami qualche piano più su. Mi chiedo se si sente fortunato: cioè, quanto spesso ti capita che una bella ragazza ti segua fino a casa ed entri perfino nel tuo appartamento? È una bella fortuna. È quello che gli uomini...




