Bene / Morreale | Contro il cinema | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 196 Seiten

Reihe: Minimum Fax cinema. Nuova serie

Bene / Morreale Contro il cinema


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-442-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 196 Seiten

Reihe: Minimum Fax cinema. Nuova serie

ISBN: 978-88-7521-442-5
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Carmelo Bene (1937-2002) non è stato soltanto la figura più straordinaria del teatro italiano. Nel suo eclettismo, e nella sua infaticabile ricerca di nuove forme d'espressione, ha anche attraversato come una meteora il nostro cinema. Cinque lungometraggi, tra il 1968 e il 1973, inclassificabili e geniali, una 'parentesi' rinnegata che ha lasciato un segno sotterraneo fino a noi. In quegli anni, e subito dopo, Bene ha portato il cinema ai suoi limiti, liberandolo dalla tirannia del racconto e della comunicazione. Qui vengono raccolte le interviste più significative che Bene ha concesso commentando il proprio cinema e quello degli altri: un'esplosione di invenzioni teoriche, paradossi, definizioni fulminanti, in una lotta accanita e autodistruttiva con l'interlocutore e con gli spettatori.

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PREFAZIONE
DI EMILIANO MORREALE*


1

Carmelo Bene è stato, oltre che uno degli uomini di teatro più geniali del secolo scorso, uno dei registi più eccentrici del nostro cinema. Ma tra le sue «opere» possiamo inserire a pieno titolo anche le interviste che ha rilasciato, le apparizioni e le incursioni nei mezzi di comunicazione più disparati. Forse l’indicatore migliore della forza del personaggio-Bene, del suo apparire dentro ogni mezzo, è il suo rapporto con la televisione. Non sono molti gli artisti e gli intellettuali che, inghiottiti nella scatola televisiva, siano riusciti a fronteggiarne il dispositivo ad armi quasi pari, facendolo saltare, piegandolo a sé. Tra i pochissimi c’è stato sicuramente Bene – e come lui, forse, Pier Paolo Pasolini: ma in un modello di tv leggermente anteriore. Negli ultimi anni di vita, Bene tornò con frequenza sullo schermo televisivo, in alcuni memorabili happening (celebri quelli da Maurizio Costanzo), o come commentatore sportivo. Ma memorabili sono state anche le sue interviste apparse su giornali e periodici. Anzi, fuori dal circo televisivo, nelle interviste può apparire più evidente l’altezza della sua riflessione.

Il suo pensiero sul cinema, particolarmente radicale e stimolante, rende ancor più difficile il compito del critico: non è quasi possibile dire sull’opera di Bene cose più intelligenti di quelle che Bene stesso sparge nei suoi scritti e nelle sue dichiarazioni. E il rischio maggiore è semmai quello di essere attirati sul suo terreno, di scimmiottarne lo stile, di «beneggiare», con esiti ovviamente miserabili.

Non si deve infatti pensare a Bene come a un provocatore, un teppista dei media. La sua riflessione sul cinema e la sua pratica cinematografica hanno, dietro il furore anarcoide e nichilista, una sostanza densissima e un valore costruttivo – e non solo di poetica, di ragionamento legato alla propria opera. Questo vale per le sue dichiarazioni come valeva per le sue opere. Come ha scritto un ammirato Ennio Flaiano: «Carmelo Bene non minaccia nessuno, eccetto se stesso».1

Bene è stato troppo spesso frainteso come provocatore. Ma la volontà di provocare il pubblico non è certo il cuore della sua ispirazione. Se nelle interviste la vena di provocatore è innegabile, in fondo la sua pratica artistica è votata piuttosto alla creazione di universi compatti, che sembrano procedere in maniera autosufficiente, in una sfida con se stesso che può arrivare fino al tentativo di disfare la sostanza stessa del mezzo-cinema. E anzi, nel cinema la negazione di sé e del pubblico può farsi perfino più completa che a teatro, proprio per l’assenza fisica del pubblico. I fotogrammi sembrano in dialogo tra loro, escludendo lo spettatore e a tratti il reale stesso, quella realtà fisica che secondo una illustre scuola di riflessione estetica sarebbe l’anima autentica del mezzo cinematografico.

Le immagini del cinema, secondo Bene, sono manchevoli non perché non riuscirebbero a raggiungere la terrena sacralità del reale, ma al contrario perché vittime dell’inganno della rappresentazione, pesanti, parte di un rigido rapporto col reale. È qui anche la differenza col coevo discorso di Godard, che rimane debitore di Brecht e di Rossellini, e soprattutto saldo in se stesso: l’oblio di sé, la negazione del soggetto, la sono un progetto che nemmeno sfiora Godard, la cui iconoclastia è quella semmai dei grandi pedagoghi, come il suo concittadino di Ginevra, Jean-Jacques Rousseau.

2

In questo volume sono raccolte le principali interviste che Bene ha rilasciato sulla propria attività cinematografica. Conversazioni perlopiù pubblicate da riviste specializzate che verso il suo cinema avevano una particolare attenzione (i , ), o rilasciate a critici da lui stimati. Ma questo, specie nelle prime interviste (uscite a ridosso dei primi due film sullo scorcio degli anni Sessanta), non gli impedisce di confutare, negare, demolire la forma dell’intervista, le idee di fondo di chi fa le domande, e l’oggetto stesso della discussione. Contraddicendosi, parlando per iperboli o per improbabili citazioni («Io cito cose che potrebbero essere mie. Solamente per ragioni di sintesi dico: L’ha detto anche tizio; così per confortarvi, perché non sia sempre io a parlare», dice nell’intervista inedita del 1969 qui pubblicata), Bene spinge immediatamente l’interlocutore a chiedersi di cosa sta parlando quando parla di cinema.

Particolarmente accanito appare nel negare ogni connessione più ovvia: con l’Italia, soprattutto, o con il cinema passato e presente. Poiché spesso gli intervistatori sono dei cinefili, Bene ha buon gioco a ostentare il proprio disprezzo per il cinema come qualcosa che cambia o salva la vita: Ejzenštejn o Chaplin, ma anche Hitchcock o Jerry Lewis, i miti della , sono dei mezzi falliti, come l’arte (?) che hanno praticato. Negli anni successivi, il rifiuto di Bene coinvolgerà il proprio stesso cinema, come qualcosa di poco interessante, del quale sono da salvare al massimo due-tre idee, due-tre scene. Nello stesso tempo, il suo sguardo si fa più distaccato, anche perché la polemica contro il mezzo-cinema è ormai retroguardia.

Eppure la sconcertante poetica proposta a frammenti da Carmelo Bene in queste pagine, più che essere distruttiva, mantiene soprattutto, come si accennava, un carattere utopico, quasi fosse un sogno dei «cinemi» possibili, delle promesse che il mezzo-cinema non ha saputo adempiere. Il suo film ideale è l’ di Joyce, anzi, come dice in un’intervista televisiva del 1988 su quel romanzo, l’ è «tutto quello che il cinema non è mai riuscito a fare. Il cinema dai fratelli Lumière in poi l’ha fatto Joyce con l’, queste sono immagini... immagini di prima si direbbe... mentre il cinema non fa altro che riferire un’immagine morta dal set». Insomma, quello che il cinema poteva essere, tanto vale cercarlo o intuirlo altrove. In questo, ricorda le invocazioni di Antonin Artaud, quando diceva che «tutti i generi di film devono ancora essere creati» e, dopo l’affermazione del sonoro, parlava di una «vecchiaia precoce del cinema», osservando desolato che «il mondo cinematografico è un mondo morto, illusorio e fatto a pezzi».2

L’eredità più forte di Bene «teorico» è forse proprio in questa negazione della storia e della realtà del cinema, per andare alla scoperta di quel che esso poteva essere e non è stato. Una spinta che, in tempi in cui il cinema come mezzo di comunicazione di massa è secondario e superato, può rivelarsi una insospettabile forza di slancio per le pratiche presenti e future.

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Del resto, se il cinema appare a Bene qualcosa di non adempiuto, a darne conferma è la stessa sua pratica registica. Il suo passaggio nel cinema appare una meteora, un e, a distanza di decenni, un vero e proprio , che rischia di essere ancora più anestetizzato dallo status di classico cui è stato presto consegnato l’autore. Il cinema, all’interno della sua carriera, rappresenta una parentesi cronologica ben definita, tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, con cinque lungometraggi e altri tentativi minori. Per dirla con le sue parole, è «il ciclo della . [...] Cinque film d’“autore”, autore in particolare del proprio disfacimento. [...] Parentesi di cinema e fulgore di sublimi insensatezze disseminate propriamente in terra del Sud».3

Quest’ultima frase merita qualche aggiunta. Come per tutti i grandi artisti, anche l’opera di Bene si presta a molteplici interpretazioni, di cui la più nota è quella di Gilles Deleuze.4 Ma il cinema e il teatro di Bene affondano le radici anche nella cultura italiana aulica e popolare, nelle bande musicali del Salento e nel melodramma verdiano, nel sontuoso estetismo dei cerimoniali cattolici e in una ironica parodia della cultura scolastica, libresca e provinciale.

Nel suo cinema è presente una componente di ossessione . Si tratta, forse, di una particolare versione di un altro profondo rapporto conflittuale, quello di Bene con la storia contemporanea. Bene definisce ad esempio «film dichiaratamente anti ’68, in dispregio non solo a quel “maggio italo-gallico”, ma a tutti i “maggi” socialmondani della Storia in saecula saeculorum».5 In più di un’occasione tornerà sul rapporto col ’68, di volta in volta per negarlo o amplificarlo, e tanta insistenza è perfino sospetta. In apparenza, Bene non fa che maledire la storia, demolire ogni illusione progressiva e ogni razionalità politica. Ma c’è il sospetto che ne sia in realtà ossessionato. Il suo rifiuto preliminare della cronologia, della causalità storica e della geografia (della contemporaneità e dell’Italia) è un modo radicale di farne problema. È un caso se in fondo il suo teatro è stato amato da critici contemporaneamente non provinciali e arci-italiani, dediti a interrogarsi sul senso dell’Italia in anni decisivi della sua storia, da Flaiano a Moravia e Arbasino?6

Il rapporto tra storia e geografia, tra presente storico e tradizione autoctona si articola in maniera molto varia. Già è un film in certo modo super-italiano: parodia dell’intellettuale italiota oltre che della «vita interiore», carico di zavorre iper-storicizzate, coppole e tricolori, poeti santi e navigatori, sembra...



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