E-Book, Italienisch, 195 Seiten
Reihe: Narrativa
Benedetti La tregua
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7452-533-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 195 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-533-1
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
'Signore maturo, posato, quarantanove anni, ottimo stipendio': così si descriverebbe Martín Santomé, il protagonista di questo classico della letteratura sudamericana. Schiacciato dalla noia di una vita da impiegato, vedovo con tre figli ormai grandi, guarda al trascorrere del tempo con tranquilla disillusione. E tutto rimarrebbe immobile fino al suo pensionamento, se in ufficio non venisse assunta la giovane Avellaneda: per lei Santomé sente nascere un amore insperato, che lo porterà a vivere una relazione clandestina, rimettendo il tempo in movimento. La tregua racconta la capacità straordinaria che ha la vita di prendere il vento e gonfiare le vele, per poi tornare alla quiete della bonaccia. Con questo romanzo Benedetti ha acquistato notorietà internazionale: tradotto in una ventina di lingue, è stato adattato per il teatro, la radio, la televisione e il cinema.
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Lunedí, 24 giugno
Esteban è malato. Il medico dice che può essere qualcosa di grave. Speriamo di no. Pleurite o qualche altra complicazione polmonare, non sa ancora. E quando lo saprà? Dopo pranzo sono andato in camera sua a vedere come stava. Leggeva, la radio accesa. Vedendomi entrare, ha chiuso il libro, dopo aver messo il segno piegando l’angolo superiore della pagina. Ha spento la radio, come a dire: “Bene, fine della tranquillità”. Ho finto di non rendermene conto. Non sapevo di che parlare. Non so mai di che parlare con Esteban. Qualunque sia l’argomento che affrontiamo, sfocia fatalmente in una discussione. Mi ha chiesto come va con la faccenda della pensione. Credo bene. In effetti, non può essere una questione molto complicata. Da un pezzo ormai ho fatto tutte le pratiche, ho pagato quel che dovevo, e adesso le mie carte dovrebbero essere a posto. “Secondo il tuo amico, non ci vorrà molto”. L’argomento “pensionamento” è uno dei piú frequenti tra Esteban e me. C’è una sorta di tacito accordo per tenerlo sempre all’ordine del giorno. Nonostante tutto, ho fatto un tentativo: “Be’, raccontami un po’ come ti vanno le cose. Non parliamo mai”. “È vero. Dev’essere perché io e te siamo sempre occupatissimi”. “Credo anch’io. Dimmi la verità, hai molto da fare in ufficio?” Una domanda idiota, fatta tanto per fare. E la risposta è stata prevedibile, anche se io non l’avevo prevista: “Che vuoi dire? Che noi statali siamo degli scansafatiche? È questo che vuoi dire? Oh, chiaro, soltanto voi, gli esimi impiegati di commercio, avete il monopolio dell’efficienza e della laboriosità”. Mi sono sentito doppiamente irritato, perché la colpa era mia. “Su, non essere cosí suscettibile. Non volevo dire questo, e neppure lo pensavo. Sei peggio di una zitella! Oppure, hai una coda di paglia grande come una casa”. Inaspettatamente, non ha ribattuto in maniera offensiva, forse perché la febbre lo ha indebolito. E, per giunta, si è persino scusato: “Può darsi che tu abbia ragione, sono sempre di cattivo umore. Non so, è come se mi sentissi a disagio con me stesso”. Fatta da Esteban, quella confidenza era poco meno che eccessiva ma credo che, come autocritica, sia assai vicina alla verità. Da qualche tempo ho l’impressione che la via intrapresa da Esteban abbia poco a che fare con quella indicata dalla sua coscienza. “Che ne diresti se rinunciassi all’impiego statale?” “Adesso?” “Be’, non proprio adesso. Quando sarò guarito, se guarisco. Il medico dice che nel migliore dei casi ci vorrà qualche mese”. “E a che cosa si deve questa improvvisa decisione?” “Non farmi troppe domande. Non ti basta che abbia voglia di cambiare?” “Mi basta, sí, e ne sono molto contento. Mi preoccupa solo che, se hai bisogno di un permesso per malattia, è piú facile che tu lo ottenga dove sei adesso”. “E tu, quando hai avuto il tifo, ti hanno forse messo alla porta? No, giusto? E sei mancato qualcosa come sei mesi”. In realtà, se lo contraddicevo, era per il puro piacere di vederlo dare prova di fermezza. “Quello che conta, adesso, è che tu guarisca, poi si vedrà”. Allora si è lanciato in un lungo ritratto di se stesso, dei suoi limiti, delle sue speranze, tanto lungo che sono arrivato in ufficio alle tre e un quarto, e sono dovuto andare a giustificarmi dal direttore. Mi sentivo sulle spine, ma non avevo il diritto di interromperlo. Era la prima volta che Esteban si confidava, e non potevo deluderlo. Poi ho parlato io. Gli ho dato qualche consiglio, ma tenendomi il piú possibile sulle generali. Non volevo spaventarlo. Al momento di andarmene gli ho dato un paio di colpetti sul ginocchio alzato sotto la coperta ed Esteban mi ha sorriso. Mio Dio, mi è parsa l’espressione di un estraneo. Possibile? Però un estraneo pieno di simpatia. E dire che è mio figlio. Che bello.
Sono dovuto restare in ufficio sino a tardi e, di conseguenza, rinviare l’inizio della mia “luna di miele”.
Martedí, 25 giugno
Lavoro massacrante. Sarà per domani.
Mercoledí, 26 giugno
Ho dovuto lavorare fino alle dieci di sera. Sono letteralmente a pezzi.
Giovedí, 27 giugno
Credo che oggi sia l’ultima giornata di caos. Non ho mai visto una richiesta di informazioni piú minuziosa e superflua. E come se non bastasse, tra poco c’è il bilancio.
Esteban non ha piú la febbre, meno male.
Venerdí, 28 giugno
Finalmente. Alle sette e mezza sono uscito dall’ufficio e sono andato all’appartamento. Era già lí, aveva aperto con la sua chiave, si era messa comoda. Quando sono arrivato, mi ha accolto allegramente, senza inibizioni, questa volta con un bacio. Abbiamo mangiato. Parlato. Riso. Fatto l’amore. È andato tutto talmente a gonfie vele, che non vale la pena di scriverne. Mi sto ripetendo: “Fa’ che duri,” e per fare pressione sul buon Dio tocco legno.
Sabato, 29 giugno
Pare che Esteban non sia poi tanto grave. Radiografie e analisi hanno smentito il medico e il suo pessimismo. È un tipo che ama fare paura, annunciare almeno la possibilità di gravi complicazioni, di pericoli indefiniti quanto inevitabili. Poi, se la realtà non è cosí tragica, sopravviene una sensazione di grande sollievo, e di solito il sollievo in seno alla famiglia è il miglior clima perché si paghi senza batter ciglio, anzi con riconoscenza, un onorario assolutamente esagerato. Quando gli si chiede, con tono umile, quasi vergognoso, avvertendo con chiarezza l’imbarazzo di toccare un tasto cosí volgare e grossolano con chi sacrifica la propria vita e il proprio tempo per la salute del prossimo: “Quanto le devo, dottore?”, lui risponde sempre, accompagnando le parole con un gesto di fastidio generoso e comprensivo: “La prego, non è il caso di parlarne adesso. E non si preoccupi, con me non avrà mai problemi”. E subito dopo, per riscattare l’umana dignità da una tale bassezza, va punto e a capo, e si mette a pontificare sul brodino che il convalescente dovrà bere domani. Poi, quando finalmente viene il momento di parlare di “quello”, ecco che arriva una parcella eccessiva, da sola, per posta, e si resta un po’ stupefatti davanti alla cifra, forse perché in quel momento manca il sorriso affabile, paterno, francescano, di quell’austero martire della scienza.
Domenica, 30 giugno
Un’intera giornata per noi, da mattina a sera. Ero ansioso di controllare, di assicurarmi che tutto fosse a posto. Venerdí è stata un’esperienza unica ma torrenziale. Tutto è successo cosí rapidamente, con tale naturalezza, cosí felicemente, che non ho avuto il tempo di prendere neppure un’annotazione mentale. Quando si è nel cuore stesso della vita, è impossibile riflettere. E io voglio riflettere, valutare il piú esattamente possibile questa strana cosa che mi sta accadendo, riconoscere i miei stessi segnali, compensare la mia mancanza di gioventú con un eccesso di consapevolezza. E tra i particolari che voglio verificare c’è il tono della sua voce, le sfumature della sua voce, dall’estrema sincerità all’ingenua simulazione; c’è il suo corpo, che in pratica non ho visto, che non ho potuto scoprire, perché ho preferito pagare intenzionalmente questo prezzo pur di sentirla rilassata, che i suoi nervi cedessero il posto ai sensi; ho preferito che l’oscurità fosse davvero impenetrabile, a prova di ogni raggio di luce, in modo che i suoi sussulti di vergogna, di paura, di non so che, si tramutassero pian piano in altri sussulti, piú deboli, piú normali, piú adeguati all’abbandono. Oggi mi ha detto: “Sono felice che tutto sia passato,” e pareva, per la foga delle sue parole, per il brillare dei suoi occhi, che si riferisse a un esame, a un parto, a un attacco, in ogni caso a un evento assai piú rischioso e di maggior responsabilità che non la semplice, ordinaria, quotidiana azione che consiste, per un uomo e la sua donna, nell’andare a letto insieme, assai piú semplice, ordinaria e quotidiana che non quella del congiungimento tra un uomo e una donna qualunque. “Direi persino che mi sento senza colpa, monda da ogni peccato”. Devo aver avuto un gesto di impazienza, perché ha subito aggiunto: “So che questo non lo puoi capire, è qualcosa che non rientra nell’ampia ottica maschile. Per voi, fare l’amore è quasi una pratica normale, un obbligo quasi igienico, raramente una questione di coscienza. Davvero invidiabile, come riusciate a separare quel particolare che si chiama sesso da ogni altra cosa essenziale, da tutte le altre sfere della vita. Siete stati voi a inventarvi che nella donna il sesso è tutto. Ve lo siete inventato e poi lo avete distorto, l’avete ridotto a una caricatura del suo vero significato. Quando lo dite, pensate alla donna come a una gaudente per vocazione, incorreggibile. Affermare che nella donna il sesso è tutto, è come dire: l’intera vita della donna, con i suoi trucchi, con la sua arte dell’inganno, con la sua patina di cultura, con le sue lacrime sempre pronte, con il suo bagaglio di seduzioni per catturare l’uomo e trasformarlo in uno strumento della sua vita sessuale, delle sue esigenze sessuali, del suo rito sessuale”. Parlava con passione, sembrava addirittura irritata con me. Mi guardava con un’ironia cosí evidente da farla sembrare la depositaria di tutta la dignità femminile dell’intero mondo. “E niente di tutto questo è vero?” ho chiesto, semplicemente per provocarla, perché era molto bella, cosí aggressiva. “C’è del vero. A volte è vero. So che ci sono donne che sono questo e nient’altro. Ma ce ne sono altre, la maggior parte, che non sono cosí, e altre ancora che, pur essendolo, sono anche qualcos’altro, un essere umano complesso, egocentrico, estremamente...




