Berni | Fiabe norvegesi | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 151 Seiten

Reihe: Narrativa

Berni Fiabe norvegesi


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7091-589-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 151 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-589-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Spazi deserti, montagne sopra e sotto il suolo terrestre, foreste di betulle e boschi di rame, d'argento o d'oro, un mare che dalla Scandinavia può portare fino all'Arabia, perfino l'inferno con i suoi diavoli: questi i paesaggi delle Fiabe norvegesi, «le migliori che esistono», come disse Jacob Grimm. Protagonista assoluto è il riscatto dei fratelli più piccoli e di chi è da tutti considerato inferiore: che siano figli di mendicanti o di re, sono sempre loro, in barba ai più esperti, a superare prove e avversità per raddrizzare lo storto e avere la meglio, finendo sposati con la ragazza più bella. Contro giganti cattivi, troll policefali, draghi delle voragini, e contro le aspettative e lo scherno dei più grandi, il Ceneraccio della tradizione fiabesca del Nord, nelle sue molte varianti, si guadagna col suo buon cuore l'aiuto di lupi, cavalli, aquile e salmoni parlanti, e grazie all'audacia, all'ingegno e alla curiosità si impossessa di spade invincibili, rose selvatiche che diventano boschi, gocce d'acqua che si allargano in laghi. Attinte al patrimonio folklorico norvegese trascritto e raccolto per la prima volta da Asbjørnsen e Moe nell'Ottocento dopo essere stato tramandato di bocca in bocca per tempi immemorabili, queste fiabe intessono trame e atmosfere a noi nuove con personaggi e motivi che ci sono familiari, come la scarpetta di Cenerentola o gli stivali delle sette leghe, incantandoci con la loro ricchezza narrativa e avvicinandoci con il loro stile scarno alla freschezza della lingua del popolo.

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Il gigante che aveva nascosto il suo cuore


C’era una volta un re che aveva sette figli, e li amava tanto da non poterli mai avere lontani tutti in una volta: almeno uno doveva rimanere sempre con lui. Quando furono grandi, sei di loro dovettero partire per cercar moglie, mentre il più giovane, Ceneraccio, il padre volle tenerselo a casa: ci avrebbero pensato gli altri a portargli una principessa. Il re diede ai sei figli gli abiti più splendidi che si fossero mai visti, tanto fulgidi che si vedevano scintillare da lontano, e a ognuno un cavallo, costato centinaia di talleri. E così partirono. Dopo essere stati in molte regge a incontrar principesse, giunsero infine da un re che aveva sei figlie: principesse così belle non ne avevano mai incontrate, perciò ne chiesero in sposa una ciascuno e poi se ne tornarono a casa. Ma avevano perso così tanto la testa per le loro fidanzate da dimenticarsi completamente di portarne una anche a Ceneraccio, che era rimasto a casa.

Dopo aver fatto un bel pezzo di strada passarono davanti a una parete rocciosa dove si trovava la casa del gigante. Il gigante uscì e li vide, e li trasformò tutti in pietre, principi e principesse.

Intanto il re aspettava i suoi sei figli, ma aspetta aspetta, non arrivava nessuno, e lui se ne andava in giro mogio dicendo che non sarebbe stato felice mai più:

«Se non mi rimanessi tu», disse a Ceneraccio, «non vorrei più vivere, tanto sono addolorato per aver perso i tuoi fratelli.»

«Ma io avevo pensato di chiederti il permesso di andarli a cercare», disse Ceneraccio.

«No, questo non te lo permetto», rispose il padre. «Non torneresti più nemmeno tu.»

Ma Ceneraccio voleva proprio partire, e lo pregò e scongiurò tanto che alla fine il padre dovette lasciarlo andar via. Ora il re non aveva altro da dargli che un vecchio ronzino, perché i sei principi e gli uomini del seguito si erano presi tutti i cavalli che aveva, ma a Ceneraccio non importava niente e montò in sella al vecchio ronzino spelacchiato.

«Addio, papà!» disse al re. «Tornerò sicuramente e forse avrò con me anche i miei fratelli.» E detto questo partì.

Dopo aver cavalcato per un bel pezzo trovò accasciato sulla strada un corvo che sbatteva le ali senza riuscire a muoversi, tanta era la fame che aveva.

«Ah, caro amico! Dammi qualcosa da mangiare e io ti aiuterò nell’estremo bisogno», disse il corvo.

«Da mangiare non ne ho molto, e nemmeno hai l’aria di potermi aiutare granché», rispose il principe, «ma ti darò lo stesso qualcosa perché vedo che ne hai proprio bisogno.»

E diede al corvo un po’ delle provviste che aveva.

Dopo aver fatto un altro pezzo di strada giunse a un torrente dove un grosso salmone era finito sulla riva, e si agitava e dimenava senza riuscire a tornare in acqua.

«Ah, caro amico! Aiutami a tornare in acqua», disse il salmone al principe, «e io ti aiuterò nell’estremo bisogno.»

«L’aiuto che potrai darmi tu non sarà certo grande», rispose il principe, «ma è un peccato che tu debba restar qui a morire di fame.» E spinse il pesce nell’acqua.

Viaggiò ancora un bel po’, finché incontrò un lupo che si trascinava a fatica per la fame.

«Ah, caro amico! Dammi il tuo cavallo!» lo pregò il lupo. «Ho così tanta fame che mi fischiano le budella. Sono due anni che non metto niente sotto i denti.»

«No», rispose Ceneraccio, «questo non posso farlo. Prima ho trovato un corvo e ho dovuto dargli le mie provviste, poi ho incontrato un salmone e ho dovuto aiutarlo a tornare in acqua, e adesso tu che vuoi il mio cavallo. È proprio impossibile dartelo, perché poi non saprei cosa cavalcare.»

«Ma sì che puoi aiutarmi, caro», replicò il lupo. «Poi cavalcherai me e ti aiuterò nell’estremo bisogno.»

«L’aiuto che potrai darmi non sarà certo grande, ma prenditi pure il cavallo, visto che ne hai tanto bisogno», gli rispose il principe.

Quando il lupo ebbe divorato il cavallo, Ceneraccio raccolse il morso e lo infilò nelle fauci al lupo, prese la sella e gliela mise sul dorso, e il lupo era diventato così forte, dopo tutto quel che aveva messo nello stomaco, che partì con il principe in groppa come se niente fosse: così veloce non era stato mai.

«Quando avremo fatto ancora un po’ di strada ti farò vedere la fattoria del gigante», promise il lupo, e in breve tempo vi arrivarono.

«Ecco là la fattoria», disse, «ed ecco i tuoi sei fratelli che il gigante ha trasformato in pietre, e le loro sei spose, e laggiù c’è la porta: è da lì che devi entrare.»

«Non ho il coraggio», disse il principe. «Quello mi ammazza.»

«Ma no», rispose il lupo. «Una volta dentro vedrai una principessa, e lei ti dirà come comportarti per riuscire a far fuori il gigante. Ma mi raccomando, fai come ti dice lei!»

E così Ceneraccio entrò, ma aveva proprio paura. Là dentro il gigante non c’era, ma in una stanza sedeva la principessa, proprio come aveva detto il lupo, e una fanciulla così bella Ceneraccio non l’aveva mai vista.

«Ah, Dio ti salvi! Come hai fatto ad arrivare qui?» gli chiese la principessa quando lo vide. «Questa sarà la tua fine: nessuno può uccidere il gigante che abita qui, perché lui non ha il cuore nel petto.»

«Va bene, ma visto che sono arrivato fin qui, voglio provarci lo stesso», disse Ceneraccio. «E voglio anche vedere di salvare i miei fratelli che se ne stanno lì davanti trasformati in pietre, e voglio cercare di salvare anche te», disse.

«D’accordo, visto che vuoi proprio rimanere, penseremo a come fare», disse la principessa. «Adesso infilati sotto il mio letto e ascolta i discorsi che farò con lui. Ma non fare un fiato.»

Ceneraccio allora strisciò sotto il letto, e non fece in tempo a sistemarsi che arrivò il gigante.

«Acci acci! Qui c’è odor di cristianacci!» disse il gigante.

«Sì, è passato un uccellaccio con un osso nel becco e lo ha lasciato cadere giù per il camino», rispose la principessa. «Io l’ho gettato subito fuori, ma l’odore non se n’è ancora andato.»

E così il gigante non ne parlò più.

Quando venne la sera andarono a letto, e dopo un po’ la principessa disse:

«Ci sarebbe una cosa che vorrei tanto domandarti, se solo ne avessi il coraggio.»

«E che cos’è?» chiese il gigante.

«Vorrei tanto sapere dove tieni il tuo cuore, visto che non lo porti con te», disse la principessa.

«Be’, non è una cosa di cui impicciarti, e comunque è sotto la soglia», rispose il gigante.

Bene, lì non sarà difficile trovarlo, pensò Ceneraccio sotto il letto.

La mattina dopo il gigante si alzò prestissimo e se ne andò nel bosco, ed era appena uscito che Ceneraccio e la principessa cominciarono a cercare il suo cuore sotto la soglia, ma ebbero un bel cercare e scavare: non trovarono nulla.

«Stavolta ce l’ha fatta», disse la principessa, «ma ci riproveremo.»

Poi colse tutti i fiori più belli che trovò e li sparse intorno alla soglia: l’avevano rimessa a posto. Quando giunse il momento in cui il gigante doveva tornare, Ceneraccio strisciò di nuovo sotto il letto.

Si era appena messo lì che arrivò il gigante.

«Acci acci! Qui c’è odor di cristianacci!» esclamò.

«Sì, è passato un uccellaccio con un osso nel becco e lo ha lasciato cadere giù per il camino», rispose la principessa. «Io l’ho portato fuori più presto che potevo, ma di certo è quell’osso ad aver lasciato l’odore.»

Il gigante si calmò e non disse più niente. Ma dopo un po’ chiese chi era stato a spargere i fiori sulla soglia.

«Be’, sono stata io», rispose la principessa.

«E perché?» chiese il gigante.

«Ti voglio tanto bene che non posso farne a meno, sapendo che lì sotto c’è il tuo cuore», rispose la principessa.

«Ah capisco, ma tanto non è lì che sta», disse il gigante.

La sera, quando si furono coricati, la principessa chiese di nuovo dove teneva il cuore: gli voleva tanto bene che avrebbe proprio voluto saperlo, disse.

«Oh, è là nell’armadio», disse il gigante.

Bene, pensarono Ceneraccio e la principessa, lo cercheremo là dentro.

La mattina dopo il gigante si alzò presto e tornò nel bosco, e si era appena allontanato che Ceneraccio e la principessa erano già nell’armadio a cercare il suo cuore, ma ebbero un bel cercare: non lo trovarono neppure lì.

«E va bene, ci riproveremo di nuovo», disse la principessa.

Poi adornò anche l’armadio di fiori e ghirlande, e verso sera Ceneraccio strisciò di nuovo sotto il letto.

Subito arrivò il gigante:

«Acci acci! Qui c’è odor di cristianacci!» esclamò.

«Sì, poco fa è passato un uccellaccio con un osso nel becco e lo ha lasciato cadere giù per il camino», disse la principessa. «Ho cercato di portarlo fuori più presto che potevo, ma di certo è l’osso ad aver lasciato ancora un po’ di odore.»

A sentir questo, il gigante non disse più nulla, ma dopo un po’ vide tutti i fiori e le ghirlande appesi all’armadio e chiese chi era stato a metterli lì.

Be’, era stata la principessa.

«E che cosa significa questa stupidaggine?» chiese il gigante.

«Che ti voglio tanto bene da non poterne fare a meno, sapendo che lì dentro c’è il tuo cuore», rispose lei.

«Puoi essere così stupida da crederci?» disse il gigante.

«Devo pur crederci, se me lo dici tu», rispose la...



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