E-Book, Italienisch, 264 Seiten
Berruto Lo sport al potere
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6783-542-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La cultura del movimento e il senso della politica
E-Book, Italienisch, 264 Seiten
ISBN: 978-88-6783-542-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
MAURO BERRUTO (Torino, 1969) laureato in filosofia, è stato CT della nazionale maschile italiana di pallavolo, bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Inspirational speaker, formatore e giornalista, è stato CEO e docente della Scuola Holden di Torino. Insegna all'Università di Genova ed è deputato della Repubblica per il Partito democratico di cui guida le politiche per lo sport. È stato primo firmatario di una delle proposte di legge che, nel 2023, hanno introdotto il riconoscimento dello sport nella Costituzione. Per add editore ha pubblicato Capolavori. Allenare, allenarsi, guardare altrove.
Autoren/Hrsg.
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LO SPORT ANTICO È UN PO’ MODERNO
Ottima è l’acqua e l’oro
come fuoco che avvampa
rifulge nella notte
più di ogni superba ricchezza.
Se brami mio cuore
cantare gli agoni
non cercare nel giorno
altro fulgido astro
più ardente del sole
nell’etere deserto,
né mai celebriamo un agone
migliore di quello d’Olimpia.
Pindaro, Le Olimpiche I (1, 7)
Ieri, oggi, domani
Lo sport è politica.
Lo è sempre stato e lo sarà in futuro. Lo sport era un fatto politico duemilaottocento anni fa quando, nel 776 a.C., nacquero i Giochi Olimpici antichi. Inizialmente riti religiosi, presto si dimostrano utili per dare forma allo spiccato «sentimento agonistico» dei Greci che consisteva in un misto di atteggiamenti come discordia, astio, invidia che noi consideriamo disvalori ma che, al contrario, il poeta Esiodo definiva emozioni necessarie, perché capaci di stimolare la lotta per l’eccellenza.1
Non si tratta di inseguire solo la gioia per una più o meno effimera vittoria, ma di lottare per il meglio, per garantirsi, nel presente, un vantaggio competitivo, una posizione di dominio e, nel futuro, il ricordo di sé. Eccellere, insomma, come fatto politico.
Dopo 1169 anni di storia ininterrotta, nel 393 d.C., su esortazione del vescovo di Milano Ambrogio che li considerava un inaccettabile retaggio pagano, i Giochi antichi vennero proibiti dall’imperatore Teodosio I con l’editto di Costantinopoli. Il provvedimento vietava gli agoni atletici per evitare un ritorno a quelle forme di religiosità che il cristianesimo, cui Teodosio si era convertito, combatteva. Anche in questo caso, quella che si mise in moto fu un’azione politica di cui la religione diventò strumento.
La Grecia antica era costituita da numerose città-Stato (poleis) caratterizzate da una forte autonomia politica, spesso in competizione fra loro per il predominio regionale. Queste comunità, pur condividendo una lingua e una cultura, si differenziavano per istituzioni politiche, tradizioni e sistemi di governo. In tale scenario frammentato, la ekecheiría (tregua olimpica) rappresentava qualcosa di simile ai moderni concetti di diplomazia sportiva e soft power, dove lo sport diventava strumento per affermare un principio che potremmo definire, rispetto ai tempi, «nazionalistico» e, contemporaneamente, instaurare un senso di comunità «cosmopolita» rispetto all’idea di un «cosmo», termine che in greco antico rimanda a un’idea di ordine, armonia, bellezza. L’idea di competere in un contesto di pace e rispetto (reciproco e di regole) si faceva carico di una dimensione politica, poiché ogni vittoria era interpretata come l’affermazione della superiorità culturale e fisica della propria polis e insieme espressione di riconoscimento e di appartenenza a una comunità allargata di competitor. Le gare non erano solo prove atletiche, ma momenti di esposizione politica in cui le città si confrontavano in termini di valori, virtù e potenzialità militari, oltre che culturali. Un atleta vittorioso diveniva il simbolo della grandezza della sua città e, allo stesso tempo, ambasciatore di un ideale che andava ben oltre il risultato sportivo.
Il primo vincitore dei Giochi antichi di cui si ha traccia è Corebo, un fornaio dell’Elide che vinse nella prova dello stadion,2 e alla cui memoria, a dispetto delle umili origini, venne dedicato un piccolo edificio di culto ai confini della regione, dimostrando come lo sport fosse un evidente strumento di ascesa sociale.3 Ogni processo che consente e agevola il cambiamento di stato sociale e l’integrazione tra i diversi strati che formano la società non è forse un processo politico?
Si potrebbero raccontare migliaia di storie di moderni Corebo, atleti o atlete che, grazie allo sport, hanno modificato il proprio status all’interno della società e, in qualche modo, ne hanno scalato i gradini. Ne scelgo un paio.
Il 29 giugno 1933, con un epico combattimento al Madison Square Garden di New York, Primo Carnera era diventato campione del mondo dei pesi massimi di pugilato. Tornato in Italia dopo quel trionfo, Benito Mussolini ne aveva fatto un eroe nazionale e un «italiano modello», da imitare. Lo fece affacciare dal balcone di piazza Venezia, con addosso una gigantesca uniforme della milizia fascista, perché la politica, talvolta, confeziona abiti su misura.
Carnera diventò così popolare da ispirare una ricca produzione di fumetti, manifesti e articoli che lo omaggiavano come pugile e uomo invincibile. Fu inserito nella Sports Hall of Fame di Chicago, diventò un attore cinematografico e venne anche rappresentato in una delle molte statue che animano il paesaggio delle guglie del Duomo di Milano e che, con un po’ di attenzione, è ancora possibile scorgere tra le altre. Era nato nel 1906a Sequals, nei pressi di Pordenone, in una famiglia poverissima che tirava avanti grazie al lavoro del padre, un mosaicista rientrato dalla Germania. Quando fu chiamato alle armi per la Prima guerra mondiale, Isidoro Sante Carnera lasciò la sua famiglia in una condizione di indigenza tale che il giovanissimo Primo fu costretto ad abbandonare la scuola e a mendicare insieme ai due fratelli. Adolescente, spinto dalla fame e dalla povertà assoluta, Primo emigrò in Francia presso gli zii e trovò un’occupazione come carpentiere, fino a quando la sua stazza gigantesca venne notata dall’impresario di un circo che lo ingaggiò come lottatore e fenomeno da baraccone.4 Ad avviarlo alla boxe fu il pugile francese Paul Journée, che incontrò Primo ad Arcachon, sull’oceano Atlantico, in occasione di una tappa del circo.
Sliding doors che oggi non si aprono più al momento giusto? Direi di no, pensando all’incredibile storia di Giannis Antetokounmpo, oggi superstar della nba con un contratto da 62 milioni di dollari a stagione con i Milwaukee Bucks. La sua famiglia parte dalla Nigeria, per cercare fortuna in Grecia. Giannis nasce a Zografo, sobborgo di Atene, cresce nel quartiere di Sepolia, dividendosi fra il commercio ambulante di orologi, borse, occhiali da sole, e un playground, oggi trasformato in un’opera d’arte dallo street artist ateniese Same84 che lo ha raffigurato mentre schiaccia con la maglia verde dei Bucks.
C’entra anche qui la politica? Sì, perché Giannis, pur essendo nato in Grecia, avendo ricevuto dai genitori un nome greco, parlando greco, essendo andato a scuola in Grecia, sentendosi greco, amando la Grecia e giocando per la sua nazionale, per i primi diciotto anni di vita è stato apolide, perché in quel Paese (proprio come accade oggi in Italia) la legge sulla nazionalità si basa sul principio giuridico dello ius sanguinis, quello che ha permesso a Mateo Retegui di esordire con la maglia della nazionale azzurra il 23 marzo 2023, senza avere mai vissuto in Italia e necessitando di un traduttore per le interviste post partita.
Lo sport, dunque, influenza un processo politico che può celebrare, esaltare, idealizzare o, viceversa, denigrare, svilire, disprezzare. Attraverso lo sport, la politica può dare o negare cittadinanze, definire confini e limiti, appartenenza ed esclusione. Lo sport orienta la politica e, simmetricamente, la politica orienta lo sport, oggi come nella notte dei tempi e ovunque nel mondo, senza eccezioni.
Nella sua storia millenaria, lo sport è stato strumento di «ascesa sociale» e anche di lotta per i diritti civili, compreso quello dell’ancora lontana parità di genere. Lo raccontano le storie di tante donne coraggiose che nello sport hanno trovato uno strumento di emancipazione, come Callipatera e Sahar Khodayari, vissute in epoche distanti tra loro, ma entrambe costrette a mascherarsi da uomo per poter assistere a un evento sportivo.
Callipatera, figlia del supercampione olimpico Diagora di Rodi, seguì a Olimpia suo figlio Eukles che, nel 404 a.C., trionfò nel pugilato, stessa disciplina del famosissimo nonno. Per aggirare la legge che impediva alle donne, pena la morte, di entrare nel recinto sacro di Olimpia, Callipatera si era travestita da uomo, fingendo di essere l’allenatore di Eukles. Dopo la proclamazione della vittoria del figlio, si lanciò nell’arena per abbracciarlo, ma nello scavalcare lo steccato, la veste si sollevò, denunciandola come donna.
Venne perdonata dagli ellanodici,5 i giudici supremi di Olimpia, come gesto di rispetto per le glorie olimpiche conquistate dalla sua famiglia, ma dopo quest’episodio fu stabilito che anche gli allenatori dovessero assistere alle gare dei loro protetti completamente nudi. Callipatera ha avuto sorte migliore rispetto a Sahar Khodayari, donna iraniana e tifosa di calcio che, nel marzo 2019, aveva tentato di entrare nello stadio Azadi della capitale Teheran, travestita da uomo per poter assistere alla partita tra la sua squadra del cuore, l’Esteghlal, allenata dall’italiano Andrea Stramaccioni, e l’al-Ain, un club degli Emirati Arabi Uniti. Scoperta e arrestata, viene portata nella prigione di Shahr-e Rey, un ex allevamento di polli, dove centinaia di donne sono trattenute in terribili condizioni di...




