Biaggi | Il bikini di Sylvia Plath | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Narrativa

Biaggi Il bikini di Sylvia Plath


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-990-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-990-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Eva è una brillante dottoranda in Filosofia dell'arte, studia la performance femminista, detesta il 'patriarcato negazionista' che si annida dietro i manierismi della 'Dandy-Accademia' e dell'intellighenzia mondana, frequenta la fauna delle Fondazioni che fanno tendenza con la loro coda di after-party e anglismi d'ordinanza, vive a Milano in un monolocale soppalcato che costa più del dovuto, legge Sylvia Plath mentre segue compulsivamente gli account social di Claudia Schiffer. Impelagata in un'ossessiva relazione di sexting su Instagram, in una tesi di dottorato da concludere con un professore-seduttore e nello straniamento sintetico del diluvio digitale, Eva arriva a dividersi tra cocaina, masturbazione, le sleep stories dell'app Calm e gustosi dialoghi fantasmatici con Freud, Woody Allen e David Foster Wallace. Il tutto fra le ingerenze più o meno confessabili di un ingombrante padre accademico e una trafila di amori tossici per diversi maschi manipolatori, che dispensano sapientemente mansplaining per diradare le nebbie della 'complessità femminile'. In un mix di comicità e disperazione, sotto l'egida del sorriso di plastica della suicida Marilyn appeso sul water, le esperienze e i pensieri di Eva si tingono di nero e colori acidi, diventando sempre più allucinatori. Fino a tornare, con nuova luce, sui versi di Sylvia Plath, e sciogliere il nodo del loro segreto.

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1. Virginia e Marilyn allo specchio


Presi la tessera della biblioteca dalla tasca interna in lana scozzese del mio Barbour appeso all’ingresso, era ancora un po’ umido per la pioggia da cui ero fuggita rientrando a casa, ed emanava quell’aroma acquatico di cera che mi piaceva tanto, aveva qualcosa di materno e confortante. Mi misi a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, così da usare il tavolino come base d’appoggio, e stesi due piccole strisce parallele sulla copertina della Nascita della tragedia. Era una brutta edizione economica del 1981 ma Nietzsche non si sarebbe offeso per questo.

Dopo aver tirato mi piaceva fare qualcosa di molto infantile come mangiare una barretta di cioccolato Kinder o dei bastoncini di pesce Findus oppure bere un bicchiere di Coca-Cola. Mi galvanizzava l’idea che la cocaina si mescolasse con le molecole di cui era fatta la mia infanzia; con il latte scremato in polvere, con le panature aromatizzate chimicamente e con lo sciroppo di glucosio. Mi redimeva dall’aver fatto uso di droga e naturalmente pure il pippare su libri di un certo spessore intellettuale faceva parte della mia surreale redenzione. Del resto, mi era capitato di vivere in una società che mi faceva sentire la coscienza sporca se andavo a mangiare una pizza e non postavo una foto prima di iniziare a tagliarla: mai nella storia dell’umanità era esistito qualcosa di più profondamente giudeo-cattolico di questo costante senso di colpa performativo che eravamo costretti a provare quotidianamente nei confronti di noi stessi, delle nostre azioni, dei nostri vestiti, dei pori troppo dilatati della nostra pelle, perfino nei confronti delle nostre idee e delle loro immediate conseguenze estetiche nel mondo, se non le postavamo subito. Molte e molti di noi si ritrovavano a un certo punto della giornata angosciatamente indecisi tra il ricondividere sui propri profili social un meme con “Condescending Wonka” o uno con “Conspiracy Keanu” per ironizzare sulla questione israelo-palestinese.

La nostra era una società in cui i momenti non accadevano più in sé e per sé ma erano condannati a diventare rettangoli istantanei di contemporaneità condivisa, meglio se in movimento, con degli effetti speciali e una descrizione accattivante che li rendesse mercificabili nell’immediato. Una società che hackerava i concetti di tempo, memoria e apparenza con più furia intellettuale e certo più confusione di quanto non avesse fatto l’ultimo secolo di filosofia francese e tedesca. Una società che aveva secolarizzato il proselitismo convertendolo in algoritmi per conquistare follower. Una società che aveva reso il drappeggio bagnato delle statue un orpello inutile, lasciandoci nude e nudi davanti al presente.

Io mi facevo sempre alle in punto o alle e trenta; indipendentemente da che ora del giorno e da che giorno fosse, era come se ogni volta dovessi timbrare il cartellino con la mia dipendenza. Difatti si trattava dello stesso meccanismo di controllo che avevo messo a punto al liceo per studiare, che avevo mantenuto durante l’università e che col passare del tempo, senza accorgermene, aveva finito per fagocitare tutte quelle piccole decisioni del quotidiano bisognose di un blocco di partenza: mandare una mail, inviare un’application per una borsa di studio all’estero, mettermi lo smalto, postare una foto su Instagram, annaffiare le piante, assumere droga, accendere la piastra, schiacciare conferma per prenotare un volo online, mettere sul fornello il primo caffè della mattina, fare una pausa dalla stesura della tesi per masturbarmi e così via.

Solitamente, dopo, mi passavo del balsamo di tigre sotto le narici, facevo un bel respiro a occhi chiusi come mi trovassi in alta montagna e leggevo un saggio, ascoltavo le poesie di Sylvia Plath su YouTube, i video di AD delle case delle celeb o guardavo qualcosa dal Mac in streaming, un film d’autore o un documentario qualsiasi – bastava che fosse in lingua originale e con i sottotitoli. La cocaina mi rendeva concentrata ed euforica, insieme. Mi dava quel tipo di energia che hai quando stai per defecare e il tuo desiderio più brutale consiste nel leggere gli ingredienti dell’etichetta del detergente intimo che hai proprio lì, di fianco a te, e nonostante tu l’abbia già fatto un migliaio di volte non può che incessantemente sorprenderti, perché leggere nella mente Aqua, sodium laureth sulfate, menthol, lactic acid, triclosan è una di quelle rarissime esperienze in grado di portarti così vicino, e in maniera così velocemente inaspettata, a una pura e semplice felicità. Ecco, con la cocaina per me si trattava di un’energia del genere, ma declinata in modo più penetrante, intenso e prolungato.

I momenti di down che seguivano alla sua assunzione erano stati fino ad allora tutto sommato sostenibili e tendevano più alla malinconia di una Lene Marlin vestita di nero in mezzo a un campo da basket in Norvegia nel video di You Weren’t There che a un qualche dolore esistenziale e lancinante che mi avrebbe condotta al suicidio domestico, come quello che doveva aver provato Ian Curtis nella sua cucina di Macclesfield nel maggio del 1980. E così anche quella sera, dopo aver iniziato a vedere un documentario sul turismo di massa ad Auschwitz di un regista ucraino che mi aveva consigliato mio padre, gli scrissi.

Non prima, però, di aver fatto una corsa in bagno a sistemarmi: mi tolsi con la pinzetta i peli che mi uscivano dalle mutandine, quelli che sull’inguine dimostrano la stessa resilienza nei confronti della vita, ma anche lo stesso livello di disagio estetico, dei papaveri sui binari. Sul versante capelli decisi per la riga in mezzo, mi feci una coda bassa, bella tirata dalla radice, e ci attaccai sopra una coda di cavallo extension che mi arrivava fino al sedere, la fissai alla mia con delle forcine, la spazzolai per bene per amalgamarla ai miei capelli, tenendola dalla metà in mano di modo che non si staccasse, poi mi spruzzai un po’ di lacca Splendor per fissare il tutto. Avevo acquistato quel cilindro saturo di propellenti il giorno prima al supermercato nella sua versione mini da 76 ml; preferendolo alle cicche allo xilitolo, agli orsetti gommosi Haribo, ai preservativi, alle bustine di frutta secca sgusciata a 0,99 e alle pile – tutte merci la cui esistenza ordinata nei cestelli prima della cassa era finalizzata a frustrare il concetto di risparmio, invano racchiuso nell’espressione “non riuscire ad arrivare a fine mese”, il leitmotiv da tg della nuova non-classe media di cui ero destinata a fare parte, “stando alle statistiche”. Fissaggio forte. “Dal 1948 le lacche contribuiscono ad aumentare l’inquinamento atmosferico”: lo avevo letto sul sito di Cosmopolitan. Anche lo spruzzarmi la lacca era quindi un atto intriso del profondo senso di colpa del quale mi sentivo ormai costantemente prigioniera. A ogni modo, constatai con soddisfazione che pettinata così assomigliavo tantissimo a mia madre da giovane. Solo, mi tirai due ciuffetti fuori sul davanti e spettinai un po’ la coda arricciandola con le mani, per far sembrare quel raccolto naturale. Poi mi misi la BB cream Forever, un po’ di blush Doll Face sulle guance, un filo di mascara Volume Obsession e quattro spruzzi di Prada Candy facendomi una sorta di propiziatorio segno della croce.

Mi preparavo sempre per Ludovico come se mi dovessi presentare a un appuntamento nel mondo reale. Avevo addosso una t-shirt un po’ oversize del “Banana Album” dei Velvet Underground, me la tolsi.

Instagram, 19 maggio


Sono già bagnata. Cosa mi vuoi fare stasera?

Gli mandai una foto delle mie gambe dalla prospettiva delle mutandine bianche in tulle, che si intravedevano leggermente.

Ciao mia piccola Ariel. Stasera, ti leccherei quello splendido bottone grinzoso che hai in mezzo al culo e con le dita mi concentrerei sul davanti; prima ti coccolerei il clitoride, poi ti infilerei un dito dentro la figa, poi due, poi tre, poi continua tu a contare.

No, non so contare. Ti prego, vai avanti tu, non fermarti Ulisse; sono qui ad aspettarti accovacciata su uno degli scogli a sud della penisola sorrentina

Ero già rimasta nuda, a gambe aperte sul letto, con la schiena appoggiata alla testiera e intanto sull’altro schermo una famiglia composta da tre persone si stava facendo una foto ricordo davanti al cancello con la scritta “ARBEIT MACHT FREI”.

Quattro: a questo punto ti darei una bella sculacciata, guarderei un po’ la tua chiappa destra leggermente arrossata con un’immensa soddisfazione, la stessa che deve aver provato Tinto Brass ai tempi d’oro ogni volta che vedeva un culo sul set, e poi ti girerei con violenza. Cinque: ti metterei una mano sul collo e ti scoperei forte, guardandoti fissa negli occhi. Ti vorrei penetrare anche quelli, lo sai? Se solo fosse una pratica sessuale plausibile da un punto di vista anatomico. E morale. Sei: ti verrei dentro, chiedendo prima il permesso, sia chiaro. Poi lascerei a te la scelta di come vuoi venire.

Cavalleresco, My Lord

Nel chiamarlo così me lo immaginai nudo mentre si versava del gin in una tazza da tè come cantava Pete Doherty in Albion; tutto solo, in piedi al centro di una stanza tappezzata con una carta da parati in tartan Wexford verde e un letto dietro di lui, incastonato nell’angolo, in ferro battuto, con un fucile da caccia bello lucidato appoggiato...



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