Bodelsen | La borsa e la vita | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 216 Seiten

Bodelsen La borsa e la vita


1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7091-336-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 216 Seiten

ISBN: 978-88-7091-336-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



È il 1968, un'onda di sogni e contestazioni sta travolgendo la società, ma Flemming Borck la sua rivoluzione l'ha già fatta, quando per fuggire dalla mediocrità della sua vita di cassiere di banca ha ceduto alla tentazione di fregare un rapinatore e intascarsi il bottino. Mantenuta l'immagine di impiegato al di sopra di ogni sospetto, da allora la sua seconda vita è una spirale di ricatti, doppi giochi e maldestri inseguimenti, che lo ha portato dai gelidi inverni danesi alle torride spiagge della Tunisia, e lo ha trasformato, un po' per errore un po' per necessità, in un assassino. Perché Borck è tenuto in scacco dal folle Sorgenfrey, il bandito visionario che ha lasciato a bocca asciutta, e dalla sua compagna Alice, gelida truffatrice giramondo. E in un'inevitabile resa dei conti con il crimine e i propri rimorsi, si troverà a dover salvare non solo la propria pelle ma anche quella di un innocente bambino, emblema della rifiutata 'normalità' che è ora il suo sogno di liberazione. Sullo sfondo di un'avventura all'ultimo respiro che ha la patina originale del poliziesco anni Sessanta, l'ironia sottile di Anders Bodelsen indaga l'eterno interrogativo dell'individuo di fronte alla sua coscienza e alla società: cosa saremmo disposti a fare per cambiare la nostra vita?

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2

Pochi minuti prima dell’apertura, alle nove e mezzo, Miriam attraversò l’area di aspetto della banca e si fermò davanti al termometro appeso alla finestra che dava verso l’autostrada. Pur essendo in ombra segnava già ventitré gradi. Tornò alla cassa e spostò la borsetta in modo che non impedisse il libero accesso del suo piede al pulsante d’allarme. Oggi la borsetta era particolarmente gonfia perché conteneva una camicetta di ricambio, un deodorante spray e, come il giorno prima, un grosso pacchetto di cotone idrofilo.

Si sedette e controllò senza pensarci, per forza d’abitudine, se il pulsante d’allarme era alla sua portata. Poi rivolse distrattamente lo sguardo, attraverso il vetro dello sportello e la vetrata della banca, alla piazza piena di negozi che affrontava un altro giorno sonnolento sotto il sole implacabile, senza bambini, senza suoni di clacson o rumori di portiere sbattute, attraversata solo a lunghi intervalli da qualche silenziosa macchina di passaggio. Miriam si sentì come un’attrice in attesa che il sipario si levasse davanti a una platea troppo vuota. Ma lo spettacolo doveva continuare, come se la sala fosse gremita.

Il personale della banca era un po’ cambiato negli ultimi due anni. Era arrivato un nuovo direttore, al momento in ferie e sostituito da Flemming Borck. Sei mesi prima Borck era stato promosso procuratore e poteva quindi ricoprire il ruolo di vicedirettore. Sia lui che Miriam lavoravano in quella banca da ormai dieci anni.

L’altro veterano era Simonsen, rimasto però con la qualifica di impiegato semplice. Era l’elemento comico della compagnia, quasi una specie di buffone, una parte che forse si era scelta lui stesso.

Simonsen aveva appena raccontato di aver visto un topo mentre portava la bicicletta nello scantinato sul retro dell’edificio. Si trattava sicuramente di un topo di banca, non di biblioteca, aveva detto, guardandosi attorno per osservare l’effetto della sua battuta, senza peraltro aspettarsi che qualcuno ridesse.

I due nuovi assunti erano Nina e Ulrik. Miriam si stupì di pensarli automaticamente con il solo nome di battesimo. Erano entrambi molto giovani e fin dal primo giorno le avevano dato del «tu».

Ulrik portava i capelli lunghi. Gli arrivavano alle spalle e gli scendevano sulle tempie coprendogli le stanghette degli occhiali. Al momento si sarebbe detto che voleva anche farsi crescere la barba. Per ora non aveva che l’aspetto sciatto di chi non si rade da parecchi giorni. La sua mise preferita erano le camicie a scacchi.

In maggio, quando i giornali si erano ampiamente occupati della rivolta studentesca in Francia, Ulrik aveva dichiarato che a suo parere gli impiegati avrebbero dovuto contare di più nella conduzione della banca. Avrebbero dovuto organizzarsi, stabilire contatti con gruppi affini di altre banche. Il primo passo era ottenere maggiore influenza su quelle che Ulrik definiva le «buone condizioni di lavoro». A lungo andare, gli impiegati avrebbero dovuto conquistarsi un ruolo importante negli «obiettivi prefissati della banca».

Le idee di Ulrik avevano provocato tutta una serie di commenti scherzosi, ma in effetti, su scala limitata, qualcosa era successo. Borck, per esempio, era arrivato un giorno al lavoro con una camicia verde al posto della solita bianca, per quanto non avesse potuto fare a meno di indossare la cravatta di rito.

Nina, l’altra recluta, era di dodici anni più giovane di Miriam e quest’ultima si era resa conto di non aver mai sperimentato così chiaramente cosa volesse dire differenza d’età. Una differenza che le appariva un vero e proprio abisso generazionale. Nina parlava solo di musica beat e di hashish. E anche quando affrontava argomenti completamente diversi, usava un vocabolario non soltanto sconosciuto a Miriam, ma che sembrava creato al solo scopo di rendere impossibile ogni comunicazione.

Nello stesso periodo in cui Ulrik aveva cominciato a farsi crescere la barba, Nina era comparsa un giorno senza reggiseno sotto il sottile maglioncino.

Le nove e mezzo. Sebbene Simonsen non fosse più un novellino, aveva continuato a occuparsi di certe mansioni ordinarie, come quella di aprire la porta d’ingresso. E adesso era all’entrata, in attesa che venisse provato il segnale d’allarme. Quando fu il momento, Borck si affacciò sulla soglia dell’ufficio del direttore, che occupava temporaneamente, fece un cenno di assenso e Simonsen aprì la porta che dava sulla piazza. Non c’era nessuno in attesa e nessuno entrò. Miriam si abbandonò rilassata sulla sedia massaggiandosi la nuca, e sentì che la camicetta era già intrisa di sudore sotto le ascelle.

Alle dodici e mezzo, dopo un’altra mattinata tranquilla, Borck le diede il cambio alla cassa. Miriam evitò accuratamente di toccarlo mentre gli passava vicino. Si sentiva sudata e del resto in banca evitavano certe intimità.

Con la borsetta sotto il braccio andò alla toilette, si tolse camicetta e reggiseno, si diede una sciacquata, si spruzzò il nuovo deodorante «sicuro ventiquattr’ore su ventiquattro» e infilò la camicetta pulita di ricambio. Poi prese il sacchetto di plastica con pomodori, uova sode e succo di frutta e uscì a sedersi all’ombra dei cespugli, con vista sull’autostrada.

Il posto era pieno di rumore e polvere, ma oltre all’ombra offriva un soffio d’aria ogni tanto. Sulla nuova strada ghiaiosa fra lei e la banca passavano autocarri diretti al cantiere del supermercato in costruzione.

Si era svegliata alle quattro, quella mattina, aveva raccolto le urine in un vasetto e con una pipetta aveva introdotto le tre gocce prescritte nel tubicino del test, prima di agitarlo e posarlo in un recipiente di plastica sopra la mensolina dello specchio. Dovevano passare due ore. Ne aveva approfittato per fare un lavoretto che rimandava da più di sei mesi. Era uscita sul lungo ballatoio esposto a est che collegava fra loro tutti gli appartamenti del terzo piano, aveva svitato la targhetta e tolto il nome «Berg». Già da tempo il portinaio le aveva fornito le cinque lettere di plastica che componevano il suo nome da ragazza: «Levin». Era stato molto facile metterle al loro posto, premendo sui bordi, mentre aveva avuto qualche difficoltà imprevista a riavvitare la targa alla cassetta delle lettere. Aveva poi passato il tempo rimasto a riordinare la stanza. Dopo le due fatidiche ore aveva guardato il vetrino del test, dove il cerchio bruno scuro si delineava chiaramente nel liquido dorato: era incinta.

Il bambino era di Flemming. Sei mesi, forse poco più, era durata la loro relazione, e avevano parlato sempre meno di quello che avrebbero voluto fare della loro vita. A questo punto, però, essendo entrato in scena un nuovo essere umano, era arrivato il momento di discutere seriamente e prendere delle decisioni. Ma certo non in banca. Mentre raccoglieva nel sacchetto gli avanzi del pranzo e si alzava, con cautela, per via del dolore ai reni, Miriam si ripromise di telefonare a Flemming appena arrivata a casa e di chiedergli di incontrarsi.

Quando rientrò in banca erano le tredici. Passò di nuovo dal bagno. Seguirono due ore interminabili, con lunghissimi intervalli tra un cliente e l’altro, e poi l’ultima, quella a porte chiuse riservata al lavoro d’ufficio. Scese al piano interrato con Borck e depose in cassaforte il denaro contato e controllato. Anche stavolta evitò di toccarlo, e lui da parte sua fece altrettanto, non guardandola più di quanto non fosse necessario. Lo avrebbe chiamato subito dopo il lavoro.

“Non c’è molto”, commentò Borck. “Non dovremmo chiedere più soldi per la cassa domani?”

Miriam lo guardò, ma lui continuava a evitare i suoi occhi.

“Non vedo la necessità, Flemming”, rispose. “Forse giovedì o venerdì, ma non domani.”

“Bene”, disse lui. “In caso di bisogno…”

“Ne faremo richiesta”, terminò Miriam.

Dalla sede centrale, il denaro era stato trasferito nelle località di villeggiatura o oltre frontiera, insieme ai clienti in ferie.

“Bene”, ripeté di nuovo Borck e lasciò che lei lo precedesse su per la scala a chiocciola.

Pochi minuti dopo le quattro, Miriam uscì. Quel giorno avrebbe rinunciato a comprare il gelato per David. Il termometro in banca era salito a ventisei gradi prima ancora di essere colpito direttamente dai raggi del sole. Poi aveva superato i trenta. Miriam si incamminò lentamente verso il ponte. Alle quattro e dodici aveva raggiunto la casa della signora Koch.

La porta si aprì al primo suono del campanello. La radio era spenta e ai bambini sembrava fosse stato ordinato di starsene quieti.

“Meno male che è passata”, disse la signora Koch. “C’è una signora che la cerca al telefono, proprio adesso.”

“Una signora al telefono, per me?”

...



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