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E-Book, Italienisch, 211 Seiten

Bodelsen Pensa un numero


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-315-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 211 Seiten

ISBN: 978-88-7091-315-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Piccolo-borghesi si nasce. Criminali si diventa. Una fredda sera di dicembre, nei sobborghi di Copenaghen, Flemming Borck, prima di lasciare lo sportello della banca dove lavora da lunghi, monotoni anni e tornare alla sua grigia vita da scapolo senza speranze, scopre in maniera del tutto casuale il piano di un rapinatore che da giorni fa la posta al suo sportello travestito da Babbo Natale. E se fosse l'occasione della sua vita? Quando arriva il fatidico momento, il cassiere non si fa trovare impreparato e grazie a un geniale stratagemma s'intasca il grosso del bottino. Né la banca, né la polizia, né i colleghi sospettano di essere stati raggirati dall'inedito malvivente, ma purtroppo Sorgenfrey, lo squilibrato rapinatore, sì. Scatta così una serrata caccia ai ladri tra doppi giochi e tripli inseguimenti, in cui Flemming, pericolosamente affiancato dall'interessata femme fatale Alice, scopre di aver superato un rischioso confine, e di non poter più tornare indietro. Azione e humour in un giallo psicologico di atmosfere retrò che ha i solidi ingranaggi dei grandi classici del genere.

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Dicembre 1964


1

Borck era rimasto in banca per ultimo. E come sempre quando gli capitava, cominciò a guardarsi in giro e a rimettere in ordine, cosa che avrebbe potuto benissimo lasciar fare agli addetti delle pulizie il mattino seguente.

Dopo aver sistemato i sette cestini di carta straccia vicino alla porta sul retro, ritornò nella sala principale e si affacciò alla vetrina. Sull’altro lato della piazza, dove erano i negozi, di fronte all’edificio che ospitava un cinematografo, un albero di Natale si levava alto sopra le auto parcheggiate. E proprio davanti a Borck, nella vetrina della banca, un elfo natalizio reggeva tra le gambe una grossa cornucopia da cui sgorgava un fiume di monete d’oro. Grazie a un meccanismo inserito nel corpo, il pupazzo muoveva la testa su e giù con un incessante ronzio per tutto l’orario d’apertura. Quell’elfo era alla banca da molti più anni di lui.

Borck aveva ancora qualche piccola faccenda da sbrigare. Si portò avanti col lavoro del giorno dopo cambiando il cartoncino di plastica del calendario a muro e rifornendo i vari tavoli delle scatole di fiammiferi prodotti appositamente per la banca. Su un tavolo basso e ampio a cui si sedevano i clienti per riempire i moduli o semplicemente ad aspettare, trovò una gran confusione. I dépliant di viaggi e crociere solitamente impilati con cura erano sparpagliati tra i moduli che, invece, dovevano stare nei rispettivi raccoglitori di plastica. Si sedette e cominciò a fare ordine.

Le copertine dei dépliant erano smaglianti di fotografie a colori con gente abbronzatissima che nuotava o prendeva il sole. Sabbia dorata, cielo incredibilmente azzurro, palme, chioschi bar, un immenso sole mediterraneo in procinto di tramontare. Risistemò i dépliant e fece la cernita dei moduli. Molti potevano essere recuperati e rimessi nei relativi raccoglitori: versamenti, depositi, prelievi, a seconda del tipo di operazione. Ma altri, troppo sciupati ai bordi, era costretto a buttarli via. C’era un nuovo tipo con la carta carbone incorporata al primo foglio. Immancabilmente, durante la giornata, Borck si trovava tra le mani un modulo la cui copia era illeggibile perché ci si erano trasferiti gli scarabocchi di un cliente. Spesso il documento che finiva sul banco del cassiere risultava pulito, ma la copia che veniva timbrata e restituita era disseminata dei numeri e dei calcoli più stravaganti, tanto che a volte i clienti stessi si lamentavano di non riuscire a decifrare la propria calligrafia. Per questo Borck aveva preso l’abitudine di raccogliere i moduli rovinati e buttarli via.

Anche adesso ne trovò uno, sopra un dépliant raffigurante una bella ragazza abbronzata. Si accorse subito che era stato usato come appoggio da qualcuno che nello scrivere aveva calcato troppo la mano. E non si trattava come sempre di numeri, ma di lettere. Un paio di frasi.

Borck fece per accartocciarlo ma, come gli capitava spesso, non poté resistere alla curiosità di leggere cosa c’era scritto, magari qualcosa che nessun altro a parte l’interessato avrebbe dovuto vedere. Lisciò il modulo, lo aprì e osservò la sottile grafia azzurra che attraversava diagonalmente lo spazio riservato a «Nome del cliente», «Reg. n°» e «Conto corrente n°». Non capì subito quello che aveva sotto gli occhi.

Era scritto in stampatello. Grandi, accurati, infantili (o forse soltanto impersonali) caratteri stampatello. In diagonale, attraverso la riga tratteggiata su cui dovevano comparire nome e numero di conto, Borck lesse:

quello che ho in tasca è una pistola.

dammi tutto il denaro che hai in cassa senza attirare l’attenzione

Sulle prime non diede a quelle parole un significato preciso, poi lesse di nuovo. Il compilatore sconosciuto aveva meticolosamente messo un punto tra le due frasi, ma nessuno alla fine. A quanto pareva, aveva impiegato parecchio tempo a stilare ogni lettera: la Z, per esempio, era stata accuratamente rifinita con un tratto ondulato. Sembrava quasi un esercizio di calligrafia.

Borck sentì il frastuono dei clacson fuori, segnale che il traffico cominciava a imbottigliarsi, che le macchine riuscivano ancora a entrare nella piazza, ma poi, non trovando parcheggio, erano costrette a mettersi in coda all’ingorgo per uscirne.

Scosse il capo lentamente, come se con quel gesto potesse chiarire il senso di quanto aveva letto. Ripiegò il modulo e ne studiò il primo foglio, con i segni da cui aveva dedotto che fosse stato usato da appoggio. Ora che aveva letto le due frasi sulla copia, riusciva a decifrarle anche sulla matrice: erano state scritte con mano pesante. Probabilmente su una carta molto sottile. Si mise a cercarla sul tavolo, ma niente da fare.

Colto dall’illogico pensiero che qualcuno potesse avergli fatto uno scherzo e ora lo stesse osservando, si guardò intorno nella sala. Lanciò anche un’occhiata verso la piazza. Nessuno. Nessuno lo stava osservando. Ogni tanto i colleghi si divertivano a prenderlo in giro; a volte ridevano di qualcosa che lui non capiva e che gli veniva spiegato soltanto più tardi. Ma come potevano prevedere che avrebbe aperto quel modulo per i versamenti e quindi letto cos’era passato sulla copia? Nessuno poteva prevederlo. Nessuno poteva anche solo immaginare che qualcuno leggesse quelle frasi. Nessuno, per quanto ne sapeva, era a conoscenza della sua abitudine di rimettere in ordine la sala, quando gli capitava di uscire per ultimo.

Aprì il modulo e rilesse le parole azzurre. Ancora una volta rimase colpito dalla pressione usata per fare quel punto solitario. Poi l’accartocciò: non aveva senso, doveva pur esserci una qualche spiegazione. Magari si trattava di un cliente che, dovendo aspettare, in un momento di distrazione, aveva cercato di ammazzare il tempo scrivendo la prima cosa che gli passava per la mente. Chissà.

Borck raccolse tutti i moduli sciupati e li gettò nei cestini della carta straccia. Poi, dopo un’ultima occhiata in giro, spense le luci al neon e uscì dalla porta sul retro. Un istante più tardi si trovava nella piazza.

Il centro commerciale era costituito da tre ali: in una c’erano la banca e vari negozi, in quella opposta il cinema, e lungo la terza che univa le altre due correva un loggiato che dalla fine di novembre era addobbato con festoni di rami d’abete e luci multicolori. In mezzo alla piazza, due anziani vendevano alberi di Natale. Il quarto lato era aperto sul panorama piatto e la vicina superstrada, che a quell’ora era punteggiata da un’ininterrotta fila di fari accesi. Oltre la superstrada, il treno urbano emergeva dai boschi come una lucertola, procedendo sinuoso verso la stazione successiva.

Borck s’incamminò verso casa. Uscendo dalla piazza pensò che quel Natale gli acquisti erano più caotici dell’anno prima. Il freddo sembrava smorzare tutti i rumori rinforzando allo stesso tempo quelli lontani. Il treno entrò fragorosamente nel terminal mentre le automobili guizzavano accanto a Borck con un ronzio soffocato, scivoloso. A un tratto si sentì stranamente eccitato. L’aria gelida odorava di benzina e di qualcos’altro, qualcosa che gli solleticava il naso e la gola. Le pietre del lastricato davanti a lui luccicavano umidicce, sentiva il proprio tacchettio. Sebbene non avesse nessun progetto – o forse proprio per quella ragione – il mondo gli sembrava aperto a tutte le possibilità. Una sola parola gli frullava per la testa: … e non avrebbe saputo spiegarsene il motivo. Pensò che quell’idea doveva essergli nata dall’impatto con l’aria fredda che gli aveva riempito i polmoni all’uscita dalla banca.

Superò la fabbrica di calze mentre l’ultima operaia stava uscendo, poi, un po’ più lentamente, passò davanti all’autosalone della Volvo, i cui locali illuminati si vedevano fin dalla superstrada. Ogni volta gli faceva venire in mente un acquario. L’ultimo modello era più in vista degli altri: le sole differenze evidenti consistevano nei fari gialli antinebbia, in un riflettore grande e nel piccolo marchio GT sul tappo del radiatore. L’idea di possedere una macchina che sembrava uguale alle altre ma che volendo poteva partire a tutta birra lo eccitava.

La fabbrica di candele riempiva la città di un aroma natalizio. L’odore seguì Borck fino al portone di casa e lo lasciò soltanto quando entrò nel suo appartamento. Lì trovò un altro odore: c’era stata la donna delle pulizie.

Quella sera, seduto sul pavimento di fronte alla sua piccola, sfrigolante lampada al quarzo,...



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