Boye | Kallocaina. Il siero della verità | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 34, 256 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Boye Kallocaina. Il siero della verità


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-881-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 34, 256 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-881-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri e di se stesso? Quale giudice non lo vorrebbe, quale potere non lo riterrebbe l'ideale strumento di controllo? Kallocaina è appunto il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall ha inventato per garantire allo Stato sicurezza e stabilità. Ma la verità sfugge alla strumentalizzazione, i suoi effetti sono sconvolgenti, rivelando la complessità dei rapporti umani e portando il germe della disgregazione nel sistema. Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi speranze nell'avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l'allucinata visione di una società spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà. Benché le distopie appaiano spesso ingenue e superate dalle atrocità del reale, le questioni sollevate dal romanzo suonano di allarmante attualità. La continua violazione dei diritti umani, l'uso strumentale della giustizia, la disinvolta interpretazione delle leggi, la delazione eretta ad atto civico, l'acquiescente conformismo fanno parte del nostro panorama quotidiano. Ma l'originalità di Kallocaina, rara voce di donna in questo genere letterario, sta altrove: nella progressiva presa di coscienza del protagonista che verità e ragione, verità e controllo, verità e potere restano inconciliabili, nel suo lento processo di liberazione dal proprio super-io, fino all'accettazione delle esigenze più profonde che aveva negato e soffocato dentro di sé: quel bisogno di amore, di libertà e di fiducia, senza i quali l'esistenza e la persona umana perdono di valore e di significato.

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Il libro che mi accingo a scrivere sembrerà senza senso a molti – sempre che osi pensare che «molti» possano leggerlo – dal momento che neppure io, che mi metto all’opera di mia spontanea volontà, senza che nessuno me l’abbia ordinato, ne ho ben chiaro lo scopo. Voglio e devo, tutto qui. Non si fa ormai che esigere sempre più inesorabilmente un obiettivo e un metodo in tutto ciò che si fa e si dice, e neanche una parola viene lasciata al caso. Solo l’autore di questo libro si è visto costretto a procedere in senso opposto, seguendo la via dell’inutilità. Anche se gli anni trascorsi qui come prigioniero e chimico – credo più di venti, ormai – sono stati certo anni di lavoro e di costante pressione, dev’esserci stato qualcosa dentro di me a cui non è bastato e che ha maturato e diretto a mia insaputa un altro compito, uno che a priori non avrei mai potuto assumermi, e nel quale, tuttavia, sono rimasto profondamente e quasi dolorosamente coinvolto. Quel compito sarà concluso quando avrò terminato il mio libro. Mi rendo conto dunque di quanto queste mie note debbano apparire assurde sotto ogni punto di vista razionale e pratico, ma non posso fare a meno di scrivere.

Forse una volta non avrei osato. Può anche darsi che sia stata proprio la prigionia a rendermi un po’ incosciente. Le mie condizioni di vita attuali non sono poi così diverse da quelle di quando ero libero. Il cibo è appena un po’ più cattivo – ma ci si abitua. La branda un po’ più dura del mio letto di casa nella Città Chimica n. 4 – ma ci si abitua. Esco un po’ più di rado all’aria aperta – ma anche a questo ci si abitua. La cosa peggiore è stata la separazione da mia moglie e dai miei figli, soprattutto perché non ho più saputo né so niente della loro sorte; è questo che ha riempito di inquietudine e di angoscia i miei primi anni di prigionia. Ma con il passare del tempo ho cominciato a sentirmi più in pace di prima e a trovare perfino piacevole la mia nuova esistenza. Qui non ho nulla di cui angosciarmi. Non ho subordinati né capi, a parte i guardiani della prigione che raramente disturbano il mio lavoro e si preoccupano soltanto che mi attenga al regolamento. Non ho né protettori né rivali. Gli scienziati che talvolta mi è stato concesso di incontrare per aggiornarmi sulle nuove scoperte nel ramo della chimica mi hanno trattato in modo cortese e diretto, anche se con un po’ di condiscendenza per via della mia nazionalità straniera. So che nessuno aveva motivo di invidiarmi. Per farla breve: in un certo senso ho potuto sentirmi più libero di quando ero in libertà. Ma man mano che cresceva la mia tranquillità cresceva anche quel mio strano lavorio interiore sul passato e ora non potrei darmi pace se non dopo aver scritto i ricordi di un periodo particolarmente significativo della mia vita. Per via del mio lavoro di scienziato mi è data piena libertà di scrivere e il controllo non viene esercitato che al momento in cui consegno un lavoro finito. Posso dunque permettermi questa soddisfazione, dovesse anche essere l’ultima che mi si offre.

All’epoca in cui inizia il mio racconto mi avvicinavo alla quarantina. Se devo presentarmi, sarà forse opportuno cominciare col dire quale fosse la mia visione della vita. Poche cose sono più rivelatrici di un essere umano quanto il suo modo di immaginarsi l’esistenza: può vederla come un cammino, un campo di battaglia, un albero che cresce o come un mare tempestoso. Io, da bravo scolaro, la vedevo come una scala su cui arrampicarmi di rampa in rampa il più veloce possibile, con il fiato corto e i rivali alle calcagna. In realtà di rivali non ne avevo molti. La maggior parte dei miei colleghi di laboratorio aveva posto le sue mire altrove e considerava il lavoro diurno come una noiosa, per quanto necessaria, interruzione al servizio militare serale. Io avrei a malapena osato confessare a qualcuno di loro quanto ero più interessato alla chimica che al servizio militare, benché non fossi di certo un cattivo soldato. In ogni caso seguitavo a correre su per la mia scala. Quanti gradini ci fossero realmente da superare non me l’ero mai chiesto e neppure quali meraviglie avrei trovato in cima. Forse la mia immagine della vita somigliava vagamente a una delle nostre normali case di città, in cui si sale dalle profondità del sottosuolo per arrivare alla fine sulla terrazza del tetto, all’aria aperta, al vento e alla luce del giorno. Che cosa sarebbero stati il vento e la luce del giorno nel cammino della mia vita, non mi era chiaro. Quel che era certo, però, era che ogni piano in più veniva segnalato da una breve comunicazione ufficiale proveniente dalle alte sfere: un esame superato, una prova riuscita, un trasferimento a un campo di attività più importante. Avevo già alle mie spalle un’intera serie di simili tappe vitali, ma non ancora così tante da rendermi indifferente a una nuova. Fu perciò con il sangue in subbuglio che tornai dalla breve telefonata che mi informava che dovevo aspettare il giorno seguente il mio capo supervisore e cominciare quindi a sperimentare su materiale umano. Domani dunque sarebbe arrivato il momento della prova del fuoco della più grande scoperta che avessi finora fatto.

Ero talmente eccitato che mi era impossibile dedicarmi a qualcosa di nuovo nei dieci minuti di lavoro che ancora mi restavano. Così bighellonai un po’ – credo più o meno per la prima volta nella mia vita – e cominciai a riordinare gli strumenti prima del tempo, lentamente e con cura, gettando di tanto in tanto qualche occhiata intorno attraverso le pareti vetrate, per controllare se qualcuno mi osservava. Non appena la sirena annunciò che per quel giorno il lavoro era terminato, fui tra i primi a infilare i lunghi corridoi del laboratorio. Feci in fretta la doccia, cambiai gli abiti da lavoro con l’uniforme del tempo libero, mi precipitai nell’ascensore che saliva e in pochi istanti mi trovai in strada. Poiché abitavo nel distretto in cui lavoravo, infatti, avevo il permesso di uscire in superficie in quella zona e mi faceva sempre piacere sgranchirmi le gambe all’aperto.

Passando davanti alla stazione della metropolitana mi venne in mente che potevo aspettare Linda. Dal momento che ero così in anticipo non poteva di sicuro essere già rientrata dalla fabbrica di alimentari dove lavorava, a venti minuti buoni di metrò da lì. Era appena arrivato un treno e una fiumana di persone traboccava dal sottosuolo, si accalcava alle sbarre dove venivano controllati i permessi di uscita e fluiva nelle strade circostanti. Al di là dei tetti a terrazza ora deserti, al di là dei tendoni arrotolati grigi come le montagne o verdi come i prati – che in dieci minuti potevano rendere la città invisibile dall’alto – guardavo la folla brulicante di compagni soldati che tornavano a casa nelle loro uniformi del tempo libero e mi venne all’improvviso in mente che forse avevano tutti il mio stesso sogno: il sogno di salire.

Il pensiero si impadronì di me. Sapevo che una volta, all’epoca «dei civili», gli uomini dovevano essere attirati al lavoro e alla fatica dalla speranza di ottenere case più grandi, cibi più raffinati e vestiti più belli. Ormai non ce n’era più bisogno. L’appartamento standard – una camera per chi non era sposato e due per le famiglie – era più che sufficiente per tutti, dai più umili ai più meritori. I pasti della cucina condominiale nutrivano il generale come il soldato semplice. L’uniforme comune – una per il lavoro, una per il tempo libero e una per il servizio militare o di polizia – era uguale per tutti, uomini e donne, di basso o alto rango, eccetto che per i distintivi di grado. Ma anche questi non differivano l’uno dall’altro per eleganza. Ciò che rendeva desiderabile un distintivo di grado superiore era unicamente il suo valore simbolico. Tale è il livello di spiritualizzazione, pensavo felice, raggiunto da ogni camerata dello Stato Mondiale, che quel che considera come il più alto valore della vita non ha forma più concreta di tre galloni neri sulla manica – tre galloni neri che sono per lui garanzia della propria stima e di quella altrui. Dei piaceri materiali si finisce anche per averne più che abbastanza – sospetto anzi, a questo proposito, che perfino gli appartamenti di dodici stanze dei capitalisti dell’epoca «civile» fossero in fondo poco più di un simbolo – ma di quella forma di piacere più sottile che si ricerca nei distintivi di grado non si può mai arrivare alla sazietà. Per quanta stima propria e altrui si arrivi ad avere, si può sempre desiderarne di più. Il nostro ordine sociale riposa dunque sicuro per sempre su quanto vi è di più immateriale, più etereo e più irraggiungibile.

Ero immerso così nelle mie riflessioni vicino all’uscita della metropolitana e vedevo come in sogno la sentinella andare avanti e indietro lungo il muro sormontato da filo spinato del distretto. Quattro treni erano già arrivati riversando per quattro volte la folla alla luce del giorno, quando finalmente Linda oltrepassò le sbarre. Le andai rapidamente incontro e proseguimmo il cammino fianco a fianco.

Parlare era naturalmente impossibile,...



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