E-Book, Italienisch, Band 12, 304 Seiten
Reihe: I Corvi
Branigan Memoria rossa
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81724-55-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 12, 304 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 979-12-81724-55-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.
Weitere Infos & Material
Prologo
Mao Zedong, nei suoi ultimi mesi di vita, sulla Rivoluzione culturale e sul ritiro forzato del Kuomintang a Taiwan
Il ghiaccio sigillava i laghi nel cuore della città, strade e cieli erano incolori e lo smog si dissolveva in nuvole: l’orizzonte era solo un ricordo. I ginkgo nel parco sembravano tracce d’inchiostro. Stamattina, i cani a passeggio indossavano cappottini pesanti, zampettando con una determinazione che conoscevo bene. Anche se ero di nuovo al chiuso, ancora avvolta in strati su strati di lana, il freddo non dava tregua e penetrava fin nelle ossa. Gli artisti amavano questi capannoni industriali nel Nord di Pechino, ex fabbriche di armamenti, proprio per le loro nude pareti di cemento, i soffitti alti e le ampie vetrate, tutte cose che contribuivano al gelo mortale dello studio.
Sapevo che i quadri erano grandi, ma non mi aspettavo nulla del genere. Erano alti due metri e mezzo ciascuno e appesi alle pareti mi facevano sentire ancora più piccola, come se fossi io a essere osservata. In questa dimensione, in bianco e nero, persino i sorrisi erano sinistri. A prima vista sembravano quasi delle fotografie. I volti ritratti trasmettevano la stessa fatalità delle foto di bambini scomparsi, come se anche loro sapessero cosa li aspettava. Più vicino, le linee nette si scomponevano in un turbine di pennellate: macchie sbavate e tratti grigio cenere e carboncino. I dipinti erano sia imponenti che sfuggenti. La pittura era densa, incrostata sulla tela, qua e là erano rimaste attaccate delle setole. Indietreggiando di nuovo, ho riconosciuto alcuni dei volti che mi guardavano. Un celebre scrittore con un paio di occhiali spessi. Un’attrice accigliata. Eroi comunisti. Altri non li conoscevo. Che fossero famosi, famigerati o ignoti, tutti erano dipinti esattamente allo stesso modo, nelle stesse enormi dimensioni. C’era tragedia, c’era efferatezza, ma il pittore non faceva distinzioni: «Anche se sono persone crudeli, sono comunque persone», mi ha detto.
Era un uomo modesto, infagottato in una grossa giacca di similpelle nera e un maglione arancione – un abbigliamento più adatto a uno studente con la metà dei suoi anni, ma che lui portava con disinvoltura. Si è infilato dei guanti di cotone per cercare tra le pile il quadro che gli avevo chiesto, poi ha tirato fuori una cornice e l’ha messa su un cavalletto prima di scoprirla. È comparso un volto inflessibile, ma con la traccia di un sorriso. Benevolo? Trionfante? Il Presidente Mao guardava davanti a sé e io guardavo lui. Ero abituata a vederlo a grandi dimensioni nel gigantesco ritratto ancora esposto in piazza Tienanmen, sulla grande porta rossa nel cuore della capitale. Ho dato un’occhiata attorno, stupita che gli altri ritratti fossero così grandi. C’erano più di cento dipinti in totale, ma ne mancava uno, mi ha detto Xu Weixin: il primissimo che aveva disegnato da bambino. Era cresciuto nel lontano Nordovest della Cina. Gli piaceva la sua insegnante, la mite signorina Liu, e per questo era rimasto sconvolto e pieno di vergogna quando la situazione era precipitata e aveva capito di essere stato molto ingenuo: quella donna, gli dissero, era un nemico di classe, figlia di un proprietario terriero. Inorridito, chiuse il suo cuore e fece la cosa giusta: prese la penna e disegnò un’orribile caricatura che poi appese alla lavagna. Ricordava ancora come se fosse oggi il momento il cui l’insegnante entrò e vide il disegno, e come impallidì. Sapeva cosa significava, cosa poteva succederle. Xu era troppo giovane, ma dovette crescere in fretta. Presto li avrebbe visti bruciare quadri, distruggere statue del Buddha, picchiare la gente con bastoni e spranghe di metallo. Avrebbe sentito le grida e ascoltato i silenzi che seguivano.
Non si è soffermato troppo sulla sua storia, anche se aveva ricordi «molto, molto vividi», ma ne ha dato un’idea molto chiara. «Aveva otto anni…» ho cominciato. Volevo solo verificare i dettagli, ma lui l’ha presa diversamente, come se avessi fatto una domanda sulla sua colpevolezza, o forse gli avessi dato una rassicurazione indesiderata.
«Certo, ho anch’io le mie colpe. Poi bisogna capire quanto sia grande la mia colpa.»
Abbastanza grande da spingerlo, dopo tutto questo tempo, a dedicare cinque anni ai suoi giganti, passando giornate intere su una scala per tratteggiare un’attaccatura di capelli o la linea di un sopracciglio. Ogni soggetto di Xu aveva avuto una parte in questa follia, come vittima o come carnefice; spesso entrambe le cose. Alcuni avevano fomentato rabbia e odio. Altri erano morti negli scontri. Dipingerli, diceva, lo aiutava ad assumersi le sue responsabilità. Era cominciato tutto con quel primo ritratto per cui si sentiva ancora in colpa, ma che l’aveva aiutato a capire come le persone potessero rivoltarsi tra di loro. Pensava che forse anche altri, vedendo il suo lavoro, avrebbero cominciato a capire.
La Cina moderna aveva prodotto artisti che non avevano paura di esporsi e che amavano i messaggi provocatori: il dito medio in piazza Tienanmen, la scultura di Mao in groppa a un maiale. A Xu non interessavano le provocazioni o i proclami. Non faceva satira sulle demolizioni forzate, non si vantava di mangiare feti né simulava atti sessuali. Aveva un buon impiego in una delle più prestigiose università cinesi. Il suo stesso mezzo espressivo, la pittura a olio, era conservatore. Anche ora che sapevo della sua infanzia, mi colpiva l’impegno che aveva messo nei ritratti, era quasi singolare. Sperava che un giorno potessero essere esposti in un museo e che i visitatori, riflettendo sul proprio passato, avrebbero aiutato il paese a voltare pagina. Ma le difficoltà del suo progetto erano racchiuse nel titolo, quel cauto , con un’aggiunta eloquente, . Le date della Rivoluzione culturale: il decennio di fanatismo maoista che costò la vita a ben due milioni di persone per i loro presunti peccati politici, con altri trentasei perseguitati. Queste persone avevano commesso crimini di pensiero: critiche a Mao o al Partito e alle sue politiche, o commenti ambigui. Altre, come l’insegnante di Xu, erano colpevoli per discendenza di sangue: bastava una parentela a condannarle. La Cina moderna era figlia dell’isteria, della violenza e della sofferenza, ma ultimamente era raro che si parlasse del movimento. Non era un vero e proprio tabù, come la cruenta repressione delle proteste democratiche in piazza Tienanmen nel 1989. In passato se n’era discusso di più, anche se mai con piena libertà. Ma al mio arrivo, nel 2008, l’argomento non poteva stare al centro del discorso, restava nell’ombra. La paura, il senso di colpa e la repressione ufficiale l’avevano relegato ai margini delle storie famigliari e sugli scaffali più polverosi degli archivi. Xu era riuscito a esporre i quadri tutti insieme una volta sola, a Pechino, anni prima. «Un’esperienza spettrale», aveva detto Carol Chow, la figlia di uno dei soggetti. Si era ritrovata faccia a faccia con il padre che non ricordava, il padre che era morto nelle sommosse e ora era dipinto come un ricordo, come se fosse congelato nel tempo. Dopo tutto quello che avevo sentito, volevo vederlo anch’io. L’ho chiesto a Xu e lui ha tirato fuori il ritratto di un bel giovane con una giacca dall’orlo di pelliccia, lo sguardo sveglio e un sorriso appena accennato sul volto sicuro, forse troppo sicuro. Zhou Ximeng discendeva da una lunga stirpe di illustri studiosi e lui stesso si era sempre distinto a scuola, primeggiando sui compagni. Per secoli l’istruzione era stata la chiave per l’avanzamento sociale in Cina. Durante la Rivoluzione culturale poteva significare la rovina. Distinguersi non era un vantaggio. Una squadra di Guardie rosse, i giovani vigilantes politici di Mao, lo sequestrarono perché gli era sfuggito un commento e lo tennero prigioniero in un villaggio vicino a Pechino. Aveva ventisette anni, si era sposato da poco ed era appena diventato padre, ma secondo sua figlia era arrivato al punto di non avere più il controllo della sua vita. «Prima dovevi rinunciare a te stesso, poi alla famiglia e agli amici. Penso che arrivato a quel punto si fosse chiuso in se stesso.»
Chow, che allora aveva solo pochi mesi, non l’avrebbe mai più rivisto. Suo padre riuscì a sfuggire ai suoi carcerieri e si buttò sotto un treno. Trent’anni dopo anche la nonna si sarebbe uccisa. La notte prima, la famiglia l’aveva sentita chiamare nel sonno: «Ximeng, la mamma sta arrivando…»
Era stata la storia di Chow a portarmi nello studio di Xu. Me l’aveva raccontata suo marito, un investitore e acuto osservatore politico; ci eravamo incontrati per pranzo in un bistrot italiano, dove avevamo mangiato un toast, scambiandoci pettegolezzi e confrontandoci sui recenti sviluppi di Pechino. Poi, davanti a un caffè, mi aveva accennato a un viaggio che aveva fatto insieme alla moglie anni prima, nel villaggio dov’era stato prigioniero il padre di Chow. I contadini erano stati abbastanza gentili con loro. Dopo tutti quegli anni, non avevano dimenticato quel giovane. Ricordavano com’era stato taciturno quella mattina. Avevano recuperato il corpo dai binari e l’avevano sepolto nelle vicinanze. Ma respinsero la richiesta della famiglia di avere la salma, facevano perfino fatica a capirne il motivo. Ci sono troppe ossa di quel periodo sparse alla rinfusa nel terreno. Come potevano sapere qual era il suo corpo?
Era una storia terribile, ma non la peggiore che avessi sentito di quell’epoca....




