E-Book, Italienisch, Band 284, 174 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Brokken Bagliori a San Pietroburgo
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-217-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 284, 174 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-217-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua.» È il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo, l'allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell'arte e dello spirito. In occasione del centenario della Rivoluzione d'Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea. Un viaggio che parte dalla raffinatissima Anna Achmatova, che sembra quasi personificare l'elegante fierezza di questa città, per proseguire con l'avventura umana e poetica di Dostoevskij, Gogol', Sol?enicyn; i radicali Stravinskij e Malevi? e i tormentati ?ajkovskij e ?ostakovi?; gli espatriati Brodskij, Rachmaninov e Nabokov e l'inquieto Esenin, il «Rimbaud russo» che conquistò Isadora Duncan; il principe dandy Jusupov, che assassinò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sottobraccio, e la pianista Marija Judina, che seppur ebrea e dissidente ottenne con la sua musica l'eterno favore di Stalin. In una sinfonia di ricordi, citazioni e frammenti di vita, Brokken compone un ritratto impressionista della città della nostalgia e del confronto tra l'arte e il potere, dove Mandel'?tam ebbe a dire: «Solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome.»
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La strada di Dostoevskij, Turgenev, Cajkovskij e Gogol’
La prima casa dignitosa in cui Dostoevskij abitò a San Pietroburgo è facile da trovare. Povera gente diede a Fëdor Michajlovic una fama improvvisa e gli permise di traslocare da un bilocale a un ampio appartamento che ora si trova esattamente di fronte all’Hôtel d’Angleterre e ospita l’ufficio prenotazioni di Air France-KLM.
Gli studiosi di letteratura cercano ancora una spiegazione del perché l’esordio di Dostoevskij abbia avuto un successo così eclatante. Lui stesso affermò di aver incominciato il libro senza la minima pretesa. Non aveva mai scritto prima né un racconto né una novella, e la sua educazione alla scuola del genio militare non era stata quella che si definisce una raffinata formazione letteraria. Terminato il libro, non sapeva bene cosa farne. Lo diede da leggere al critico Dmitrij Grigorovic, un giovane dai capelli scuri e arruffati. Grigorovic ne fu talmente colpito che la sera stessa portò il libro da Nikolaj Nekrasov, suo collega di qualche anno più vecchio, che lo lesse tutto d’un fiato. Quella notte, alle quattro del mattino – era durante le famose «notti bianche» – i due critici bussarono forte alla porta di Dostoevskij per comunicargli che aveva scritto un capolavoro. Il mattino dopo Nekrasov sottopose il libro al sommo sacerdote Belinskij, che «rimase incollato al manoscritto» per due giorni di fila. Belinskij e Nekrasov lo pubblicarono come almanacco e poco dopo l’intera Pietroburgo parlava di Povera gente.
Fëdor Michajlovic Dostoevskij nel 1847, un anno dopo la pubblicazione di Povera gente in forma di libro.
È comprensibile lo sconvolgimento provocato dal libro leggendolo ora, a centosettant’anni di distanza? La storia non è niente di speciale. Lo scrittore esordiente aveva copiato la forma del romanzo epistolare da George Sand e Balzac, quando il genere era già sul viale del tramonto. Né era una novità che Dostoevskij scrivesse di «persone comuni»: l’aveva già fatto Gogol’ quattro anni prima, con Anime morte. C’era però una grande differenza con l’onnisciente Gogol’ che guardava dall’alto i suoi personaggi come una sorta di Dio e descriveva i comuni mortali con pungente umorismo: Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, scriveva dal punto di vista degli umiliati e offesi, dava loro un linguaggio, un modo di pensare, esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia. Quanto questo fosse totalmente nuovo lo avvertì ogni singolo lettore nel 1846 a San Pietroburgo, dal più normale studente di liceo al più rinomato critico letterario.
Ma sono convinto che ci fosse anche dell’altro. Il libro – che ai contemporanei diede un’impressione di sincerità e autenticità, che commosse e inquietò – fece soprattutto intuire che stava nascendo un grande scrittore, uno che non aveva ancora creato il suo capolavoro, ma che l’avrebbe sicuramente fatto entro qualche anno, grazie a quel tono totalmente nuovo che aveva adottato. Povera gente annunciava L’idiota e aveva già qualcosa di Delitto e castigo, il romanzo che convinse dalla prima all’ultima pagina in modo così schiacciante.
Povera gente fece di Dostoevskij un uomo ricco. Non lo sarebbe stato a lungo, ma grazie a quello sbalorditivo esordio Fëdor poté venire immediatamente annoverato tra i grandi della letteratura e vivere negli agi. In quella stessa strada, la Malaja Morskaja, viveva Turgenev, nei rari momenti in cui non era all’estero, e Gogol’ quando cominciò Memorie di un pazzo: tutti nella stessa strada, che non era nemmeno molto lunga. È solo a San Pietroburgo che può succedere una cosa del genere.
A Gogol’ il successo diede alla testa e, se dobbiamo credere a Dostoevskij, nemmeno Turgenev si comportava da comune mortale. «Considerava i suoi agganci con quelli che passano per i potenti della terra più importanti della salvezza della sua anima», così lo descrisse Dostoevskij. Tutt’altro che benevolo, ma Fëdor era allergico a chi si sentiva importante. Turgenev trascorreva a volte interi anni in Francia, faceva lunghi viaggi in Germania e in Italia e lo si trovava regolarmente a Londra. A poco a poco l’arretratezza della Russia cominciò a disgustarlo. Il suo amore per la mezzosoprano ispano-francese Pauline Viardot-García – ai tempi una superstar – si trasformò in un’ossessione. Grazie a lei frequentava le più esclusive cerchie di nobili e artisti. Turgenev si sentiva superiore a Dostoevskij, che trovava intemperante, rozzo, trascurato nell’aspetto e provinciale. Amava soggiornare in Francia, a Nohant, in compagnia di Chopin, Liszt, George Sand e Flaubert. Per l’autore di Madame Bovary provava un’ammirazione che si può tranquillamente definire adorazione. Flaubert scrisse la maggior parte delle sue opere nella veste da camera che Turgenev gli aveva fatto fare appositamente da un servitore di sua madre: una veste da camera di pura lana vergine del Caucaso foderata in seta. Flaubert, l’egoismo fatto persona, diceva meraviglie di Turgenev («Voi siete per me l’unico essere umano e l’unico amico per cui io provi rispetto»), ma in realtà lo apprezzava soprattutto perché era in grado di ascoltarlo con attenzione e senza fiatare quando leggeva ad alta voce le centocinquanta pagine del suo manoscritto. «Quel écouteur!» scrisse raggiante a George Sand.
Ivan Turgenev, ritratto da Il’ja Repin.
Per «i potenti della terra», Turgenev sarà anche stato in effetti un uomo amabile. Ma io, ogni volta che passo davanti alla sua casa, mi chiedo perché non ho per lui una più alta considerazione: è pur sempre l’autore di Padri e figli, romanzo tuttora attuale e che trovai davvero splendido alla mia prima lettura. La spiegazione più plausibile è che io abbia finito per adottare il punto di vista di Dostoevskij. L’estrazione aveva per Turgenev un’importanza fondamentale. Proveniva da un’antica famiglia aristocratica, di boiardi; sua madre possedeva una tenuta con cinquemila anime. Guardava dall’alto in basso Dostoevskij perché era figlio di un medico che lavorava all’ospedale dei poveri. E la gente così a me non piace.
Pëtr Il’ic Cajkovskij ritratto nell’anno della sua morte (1893) da Nikolaj Kuznetsov.
Un altro che sarebbe andato ad abitare nella Malaja Morskaja era Cajkovskij, ma a quell’epoca Dostoevskij era in esilio in Siberia. Pëtr Il’ic si stabilì al numero 13 – non stupisce che sia morto proprio lì, di colera, come recita la versione ufficiale o, secondo un forte sospetto mai confermato, spinto al suicidio.
Forse perché nel corso di tutta la vita temette che venissero allo scoperto le sue relazioni omosessuali, Cajkovskij rimase modesto in modo amabile e garbato. Dopo un difficile periodo iniziale, vissuto nello scoraggiamento e nella disperazione, cominciò a credere nella forza delle sue composizioni, ma non si vantò mai di niente. Dopo aver ultimato La dama di picche, ispirata a un racconto di Puškin, scrisse al fratello Modest, autore del libretto: «A meno che io non mi sbagli clamorosamente, Modja, l’opera è il mio capolavoro.» Nella Dama di picche Cajkovskij evoca una visione onirica della Pietroburgo all’epoca di Caterina la Grande, perfettamente inserita nella cultura europea e negli ideali di bellezza di Parigi e Vienna. Alla fine della prima del 7 dicembre 1890, Cajkovskij lasciò precipitosamente il teatro Mariinskij e s’incamminò solo e sconsolato verso la sua casa in Malaja Morskaja. Nel libro La danza di Nataša, Orlando Figes racconta un bell’aneddoto su quella sera. Cajkovskij era convinto che l’opera fosse stata un tremendo fiasco. Prima di avere il tempo di compiere qualche stupidaggine, vicino alla cattedrale di Sant’Isacco incrociò tre giovani che cantavano un duetto dell’opera. Li fermò e domandò come conoscessero quella musica. I giovani si presentarono: Benois, Filosofov, Djagilev, fondatori della rivista Mir Iskusstva (Il mondo dell’arte). Avevano assistito estasiati alla prima e lodarono il tentativo riuscito di Cajkovskij di infondere nuova vita agli ideali classici di San Pietroburgo come capitale del gusto e...




