Burroughs | Correndo con le forbici in mano | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 291 Seiten

Burroughs Correndo con le forbici in mano


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-264-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 291 Seiten

ISBN: 978-88-3389-264-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La storia di Augusten Burroughs parte sparata a nove anni e non rallenta per tutta l'adolescenza, incastrata tra un grottesco insegnante di matematica alcolizzato, suo padre, e una madre sofisticata che sogna di vedere i suoi versi pubblicati sul New Yorker. Davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi esilaranti: Augusten, prima di tutto, con le sue giacche blu, il sogno glamour di diventare parrucchiere per dive o medico in una soap opera e la naturalezza con cui simula il suicidio per non andare a scuola; il dottor Finch, lo psichiatra che ottiene l'affidamento di Augusten e che vive in una casa tutta rosa con la moglie che sgranocchia croccantini per cani; i loro sette figli, cosi? simili nella follia che ne accomuna i comportamenti da rendere impossibile capire chi tra loro sia biologico e chi adottivo; i pazienti che frequentano la «pink house» e che forse sono piu? sani dei suoi abitanti, o forse sono solo diversamente pazzi. Alternando commedia acida e teatro dell'assurdo, rendendo omaggio al Salinger del Giovane Holden e al giocoso sarcasmo di Vonnegut, Augusten Burroughs ha scritto un libro poetico e spiazzante, nel quale la commozione e il riso, piu? che alternarsi, piombano insieme sul lettore, lasciandolo stordito e incantato.

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C’è qualcosa che non va


Mia madre è sull’attenti davanti allo specchio del bagno e odora di lucido e di pronto; un misto di Jean Naté, gel Dippity Do e della dolcezza cerosa del rossetto. La pistola bianca del suo phon è appoggiata sul cesto della biancheria sporca e ticchetta mentre si raffredda. Ora fa un passo indietro e con le mani si liscia il vestito, un Pucci psichedelico, da capogiro, mordendosi l’interno della guancia.

«Dannazione», dice. «C’è qualcosa che non va».

Ieri è stata al Chopping Block, il salone trendy di Amherst, con i suoi lucernari a bolla e piante di ficus benjamin in fioriere cromate. Sebastian le ha dato una bella ripassata.

«Quell’odiosa di Jane Fonda», dice, arruffandosi i capelli castano scuro, «fa sembrare tutto così facile». Si liscia i tirabaci fino a dar forma alle punte, che mettono in risalto gli zigomi. La gente le ha sempre detto che assomiglia a Lauren Bacall da giovane, soprattutto per gli occhi.

Non riesco a staccarle lo sguardo dai piedi, che ha infilato in un paio di insidiosissime décolleté di vernice rossa a tacco alto. Siccome di solito vive in sandali, sembra che abbia preso in prestito i piedi di un’altra. Forse quelli della sua amica Lydia. Lydia ha capelli neri cotonati, uomini e una piscina a gradoni. Porta sempre tacchi a spillo, anche quando se ne sta seduta in piscina nel suo bikini bianco, mentre fuma sigarette al mentolo e parla a un telefono verde oliva modello Princess. Mia madre porta scarpe eleganti solo quando deve uscire, quindi ormai le associo a una sensazione di abbandono e terrore.

Non voglio che vada via. Ho il cordone ombelicale ancora attaccato e lei lo sta strattonando. Mi sta prendendo il panico.

Io sono in bagno vicino a lei, perché ho bisogno di starle vicino il più possibile. Forse va a Hartford, nel Connecticut. O forse al Bradley Field International Airport. Adoro l’aeroporto, l’odore di carburante per jet, volare giù dai nonni.

Adoro volare.

Da grande voglio fare quello che apre gli scompartimenti sopra i sedili, che può andare nella cucinina dove tutto si incastra alla perfezione come un luccicante puzzle d’argento. E poi mi piacciono le uniformi e me ne farebbero indossare una, con tanto di camicia bianca e cravatta e persino un fermacravatta a forma di ali d’aeroplano. Servirei noccioline in pacchettini d’alluminio e offrirei da bere ai passeggeri in bicchierini di plastica. «Vuole tutta la lattina?», direi. Adoro volare giù dai nonni e ho già imparato a memoria quasi tutto quello che dicono gli assistenti di volo. «I passeggeri sono pregati di verificare l’avvenuto spegnimento di ogni articolo da fumo e che il tavolinetto reclinabile sia chiuso in posizione verticale». Vorrei tanto avere un tavolinetto reclinabile in camera mia e vorrei tanto fumare. Così potrei verificare che i miei articoli da fumo siano spenti.

«Ok, ho capito dov’è il problema», dice mia madre. Si volta verso di me e sorride. «Augusten, ti spiace passarmi quella scatola?»

L’unghia ad artiglio, smaltata di beige traslucido, indica la confezione di maxi assorbenti Kotex sul pavimento accanto al water. Afferro la scatola e gliela passo.

Tira fuori dalla scatola due assorbenti e poi la appoggia sul pavimento, vicino ai piedi. Mi accorgo che la scatola si riflette sul lato della scarpa, come una tv in miniatura. Facendo la massima attenzione toglie la striscia di carta dal retro di uno degli assorbenti e se lo infila su per la scollatura del vestito, sistemandolo sulla spalla sinistra. Liscia la seta sopra l’assorbente e si infila l’altro a destra. Fa un passo indietro.

«Che te ne pare?», chiede. È soddisfatta di se stessa. Come se avesse fatto un gran bel disegno e lo stesse appiccicando con orgoglio sullo sportello del suo frigo interiore.

«Perfetto», faccio io.

«Hai una madre davvero molto creativa», fa lei. «Spalline istantanee».

Il phon continua a ticchettare come un orologio, scandendo il conto alla rovescia. Le cose che scottano fanno tutte così. A volte, quando mio padre o mia madre tornano a casa, scendo giù e mi metto vicino al cofano della macchina per ascoltare il ticchettio. Accosto la faccia al metallo per sentirne il calore.

«Vieni di sopra con me?», chiede. Prende la sigaretta dal posacenere a conchiglia dietro al water. Mia madre ha una vera passione per le capesante al gratin surgelate e mette da parte le conchiglie per usarle come posacenere. Le ha disseminate per tutta casa.

Resto imbambolato sul phon. Nelle bocchette laterali si sono incastrati capelli, peli e pelucchi bianchi. Ma che cosa sono esattamente i pelucchi? E come riescono a infilarsi nei phon e negli ombelichi? «Arrivo».

«Spegni la luce», dice mentre se ne va via, creando un piccolo vortice d’aria che sa di dolcezza e di chimica. Mi rende triste perché è l’odore che fa quando sta per andarsene.

«Ok», rispondo. La luce arancione del deumidificatore, appollaiato vicino al cesto della biancheria sporca, mi sta guardando. La guardo anch’io. In condizioni normali mi terrorizzerebbe, ma siccome c’è mia madre, va tutto bene. Solo che lei cammina veloce, è già arrivata a metà soggiorno, quasi fino al camino, girerà l’angolo e prenderà su per le scale e allora mi ritroverò da solo nel bagno buio insieme all’occhio del deumidificatore, così mi metto a correre. Le corro dietro, sicuro che qualcosa mi insegue, mi dà la caccia, e sta quasi per prendermi. Supero mia madre correndo a quattro zampe e vado alla carica su per le scale. Arrivo in cima e guardo giù verso di lei.

Sta salendo le scale piano, con calcolata lentezza, come un’attrice che si avvicina al palco per ricevere l’Oscar. Ha gli occhi puntati su di me, il suo sorriso è tutto mio. «Corri su per le scale proprio come Cream».

Cream è il nostro cane e le vogliamo tutti e due molto bene. Non è il cane di mio padre né di mio fratello maggiore. Di sicuro non è il cane di mio fratello, dato che lui ha sedici anni, sette più di me, e divide un appartamento con altra gente a Sunderland, a pochi chilometri da dove abitiamo noi. Ha mollato la scuola superiore perché diceva di essere troppo intelligente e perché odia i nostri genitori e dice che non sopporta di stare qui, mentre loro dicono che non riescono a controllarlo, che è «fuori controllo», e così non lo vedo quasi mai. Quindi Cream non è il suo cane. Cream è mia e di mia madre. Ci adora e anche noi le vogliamo bene. Ce la dividiamo. Io sono proprio come Cream, la golden retriever che mia madre adora.

Le sorrido. Non voglio che vada via.

Cream sta dormendo vicino alla porta. Sa che mia madre sta per uscire e neanche lei vuole che vada via. Certe volte con i fogli d’alluminio le avvolgo corpo, zampe e coda e poi con il guinzaglio la porto in giro per casa. Mi piace quando luccica tutta, come una stella, come l’ospite di un talk show.

Cream apre gli occhi e guarda mia madre, le orecchie che si muovono a scatti, poi li richiude e fa un gran sospiro. Ha sette anni, ma considerando l’età canina è come se ne avesse quarantanove. Cream è una signora-cane un po’ anziana, quindi è stanca e vuole solo dormire.

In cucina mia madre prende le chiavi dal tavolo e le butta nella borsa di pelle. Io adoro la sua borsa. Dentro ci sono pezzi di carta e il portafoglio e le sigarette e poi in fondo, dove non guarda mai, ci sono spiccioli, mentine sparse, briciole di tabacco delle sigarette. Certe volte avvicino la borsa alla faccia, la apro e inspiro più forte che posso.

«Sarai già a letto da un pezzo quando torno a casa», mi dice. «Quindi buonanotte e ci vediamo domattina».

«Dove vai?», le chiedo per la stramilionesima volta.

«A fare un reading a Northampton», mi dice. «Un reading di poesie alla libreria Broadside».

Mia madre è una star. È proprio come Maude, la protagonista della serie tv. Urla come Maude, indossa colori sgargianti e lunghi gilet all’uncinetto come Maude. È proprio come Maude, se si esclude il fatto che mia madre non ha tutti quei doppi menti e quel flaccidume che le pende dal viso. Mia madre ridacchia quando c’è Maude in tv. «Adoro Maude», dice. Mia madre è una stella come Maude.

«Farai degli autografi?»

Ride. «Forse firmerò qualche libro».

Mia madre è di Cairo, in Georgia. Questo significa che tutto quello che dice sembra passato per un arricciacapelli. Quando gli altri parlano li sento piatti piatti, le parole restano appese per aria. Invece quando mia madre dice qualcosa, le punte si arricciano.

Dov’è mio padre?

«Dov’è tuo padre?», chiede mia madre, controllando l’orologio. È un Timex d’argento con un cinturino di pelle nera. Ha un quadrante piccolo e tondo. È senza datario. Fa così forte che se in casa c’è silenzio riesci a sentirlo.

In casa c’è silenzio. Riesco a sentire il dell’orologio di mia madre.

Fuori gli alberi sono alti e scuri e si piegano verso la casa, suppongo perché dentro è illuminato e gli alberi cercano la luce, come gli insetti.

Abitiamo in un bosco, in una casa di vetro circondata da alberi: pini altissimi, betulle, carpini americani.

Il terrazzo si estende dalla casa fino agli alberi. Se sei lì puoi riuscire a toccarli e se ti allunghi puoi staccare una foglia da un albero, oppure un rametto da un pino.

Mia madre se la sta prendendo comoda. Cammina su e giù per il soggiorno, va dietro al divano e guarda...



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