E-Book, Italienisch, 262 Seiten
Calcaterra L'affido partecipato
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-590-4051-4
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Come coinvolgere la famiglia d'origine
E-Book, Italienisch, 262 Seiten
ISBN: 978-88-590-4051-4
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ricercatrice presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, docente di Metodologia del Servizio sociale nei corsi di laurea triennale in Servizio sociale nelle sedi di Milano e Brescia e nel corso di Laurea Magistrale presso la sede di Milano. Ha esperienza professionale come assistente sociale nell'ambito della tutela minorile e della progettazione a valenza collettiva, nel coordinamento dei servizi e per la formazione/ supervisione di operatori sociali.
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Prefazione
Maria Luisa Raineri
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
A trent’anni dalla legge 184/83, si potrebbe ritenere che non vi sia più molto da dire sull’affidamento familiare, a parte doverose considerazioni connesse al monitoraggio dell’effettivo utilizzo di questo strumento. Eppure, questo libro adotta un approccio spiccatamente originale nel panorama della cospicua letteratura in materia, tanto da poter costituire un segnale di una nuova cultura dell’affido e, più in generale, di una nuova cultura dei processi di aiuto nell’ambito della tutela minorile.
Per spiegare il perché, è opportuno partire da questa considerazione: qualsiasi provvedimento che dispone l’allontanamento di un bambino dalla sua famiglia (dai suoi genitori, o comunque dagli adulti che si prendono abitualmente cura di lui) causa sofferenza, anche se è disposto a fin di bene.
La sofferenza generata da un allontanamento colpisce, anzitutto, il minore. Certo, non è poi così grave se si tratta di un allontanamento «a tempo parziale», che assomiglia ad andare a trovare una zia o la famiglia di un compagno. Tuttavia, sono uscite di casa che non si possono rifiutare, e possono creare disagio quando il bambino capisce che dispiace anche alla mamma, al papà o alla nonna.
Una sofferenza ben più drammatica si crea quando l’allontanamento è a tempo pieno, forse anche senza la possibilità di vedere o sentire i familiari quando si vuole.
E questa sofferenza è ancor più intensa quando il posto dove ci si trova costretti a vivere è un ambiente completamente diverso da quello familiare.
Un posto per crescere
La sofferenza del minore che non può restare nella sua famiglia è conosciuta da tempo, e da tempo si è cercato di affrontarla ragionando su come possano essere ridisegnati dei luoghi adatti in cui crescere, quando non è possibile stare con i propri genitori. Si tratta di un percorso che (limitandoci al nostro Paese) è passato attraverso la riorganizzazione degli Istituti in piccoli nuclei abitativi, attraverso le Comunità Alloggio per minori dai secondi anni Settanta in avanti (Maurizio e Peirone, 1984; Ministero dell’Interno, 1985; Babolin et al., 2000; Ricci e Spataro, 2006; Miragoli e Acquistapace, 2008; Tomisich, Castellanza e Corbani, 2008) e soprattutto attraverso l’affido familiare nelle sue varie forme (si vedano tra gli altri: Cirillo, 1988; Sanicola, 2002; Greco e Iafrate, 2001; Giordano, Iavarone e Rossi, 2011).
Questo percorso ha generato molte riflessioni sull’ambiente che accoglie il bambino. Quando, dal 1983, la priorità da assegnare all’affido (a una famiglia, preferibilmente con figli minori) è stata infine sancita e prescritta dalla legge, l’attenzione è andata soprattutto alle famiglie affidatarie (si vedano, tra gli altri: CAM, 1988; Bramanti, 1993; Iafrate, 2007; Saviane, 2007; Sbattella, 2007): come reperirle, selezionarle, prepararle, sostenerle, ecc. Ciò non stupisce, perché la legge 184 ha innestato nel nostro sistema di welfare — e proprio in uno dei settori più normati, più vincolati alle procedure e anche più mediaticamente esposti — un tipo di intervento con un DNA completamente diverso dalle prestazioni previste per tutti gli altri problemi sociali e in tutti gli altri comparti. Questa differenza «genetica» sta nel prevedere per legge un diritto (alla famiglia) e un tipo di intervento che necessitano della disponibilità volontaria (e quindi non esigibile) di una coppia o di un singolo, che si prestino a sostituire in parte i genitori in difficoltà. Nel 1983, e in parte ancora oggi, il mondo dei Servizi ragionava (e ragiona) entro un orizzonte di pensiero da welfare istituzionale, in cui spetta principalmente allo Stato il compito di predisporre le prestazioni necessarie per rispondere ai bisogni della popolazione. Non è affatto strano, dunque, che l’interazione con la risorsa «famiglia affidataria» — né del tutto informale (tanto da essere prevista per legge), né del tutto formale (non può che trattarsi di volontari) — abbia creato non solo entusiasmi, ma anche interrogativi, fatiche, finanche resistenze. Non che il welfare istituzionale non contempli il volontariato: ma, tranne che nell’affido, è sempre un volontariato «integrativo», di appoggio agli operatori in seconda battuta, talvolta perfino a coraggiosa supplenza delle carenze del sistema… ma pur sempre «qualcosa di meno» rispetto all’intervento dei professionisti. La logica dell’affidamento familiare ribalta questa ottica di welfare istituzionale da capo a piedi: forse questo può aiutare a comprendere perché, da trent’anni, si continua a parlare delle famiglie affidatarie (Raineri e Calcaterra, 2012).
In questo dibattito, si è rischiato talvolta di lasciar sfumare sullo sfondo la consapevolezza che, anche riuscendo a chiudere gli istituti e a collocare il minore in affido piuttosto che in comunità, l’allontanamento genera comunque sofferenza. L’affidamento familiare è una risorsa preziosa perché questa sofferenza, quando ci sono gravi difficoltà, è preferibile alla situazione di trascuratezza o di maltrattamento che il bambino vivrebbe restando a casa sua, ma — comunque — resta pur sempre una sofferenza, anche se viene effettuato presso una famiglia «ideale» (ammesso che si possa capire quale sia). In altri termini, dovrebbe essere sempre visto come il male minore, l’ultima delle strade da percorrere quando altri possibili aiuti non bastano (Laera, 2006).
A circa una ventina d’anni dalla sua prima emanazione, la legge 149/01 ha introdotto alcune importanti precisazioni che vanno appunto nella prospettiva di ridurre, ove possibile, la sofferenza dell’allontanamento: è stata rafforzata la caratteristica di temporaneità dell’affido e si è sottolineata l’importanza di interventi di sostegno alla famiglia, che prevengano la necessità di collocare altrove il minore (Zappa, 2008).
Vergogna, rabbia, colpa, rinuncia
Tuttavia, mi sembra che la sofferenza dell’allontanamento e dell’affido non sia stata ancora guardata in faccia fino in fondo e, di conseguenza, alcune vie per renderla più lieve (eliminarla, realisticamente, non si può) sono ancora poco esplorate.
Mi riferisco, qui, alla sofferenza dei familiari (genitori, fratelli, altri significativi per il bambino, come un nonno, o una zia, ecc.), che si trovano a dover sospendere la loro vita quotidiana con il minore.
Quando un genitore subisce l’allontanamento dei propri figli, l’unica cosa che pensa è che qualcuno è entrato in casa e ha portato via i minori senza il suo consenso. Non dimentichiamoci che, se un genitore maltratta i suoi bambini, non significa che non li ami. Il fatto che la responsabilità dell’allontanamento sia dei genitori biologici non fa che inasprire con il senso di colpa un dolore già forte. Come stupirsi se questi genitori, poi, si comportano in modo irrazionale e a volte violento? O se non sono in grado di accettare la realtà? Come biasimarli se sono riluttanti a instaurare una «buona» relazione con le persone a cui sono stati affidati i loro figli? (Burgheim, 2002, p. 2)
I dati qualitativi raccolti da un crescente numero di ricerche (soprattutto straniere: il tema è un po’ meno presente nel panorama italiano) documentano le sfaccettature e i diversi modi di manifestarsi di questo dolore, tratteggiano i fattori che lo aggravano, ne evidenziano le conseguenze (Fernandez, 1996; Burgheim, 2002; Buckley, 2003; Cameron e Hoy, 2003; Freymond, 2003; Thomson e Thorpe, 2003; Dumbrill, 2006; Schofield et al., 2011).
Ad esempio, nel report conclusivo di una significativa indagine qualitativa condotta in Australia (Harries, 2008) leggiamo:
È risultato chiaro che i genitori e le famiglie dei minori presi in carico dai Servizi di Tutela costituiscono una categoria di persone il cui continuo stress è palpabile e spesso cronico. La maggior parte di loro vive con sentimenti irrisolti di rabbia, colpa, vergogna e disperazione, e l’esperienza dell’allontanamento li ha lasciati con la sensazione di non avere alcun potere e con la paura di quello che potrebbe succedere se chiedono aiuto. Sono persone giudicate fallimentari nel rapporto con il proprio figlio o il proprio nipote, e tutti parlano con molta intensità di ciò che ha significato questa «sentenza» nella loro vita, e in quella della loro famiglia. […] Alcuni riconoscono che era necessario allontanare il loro bambino per un periodo, in modo da poter rimettere ordine nella propria vita […] e la maggior parte non ha abbandonato la speranza. Tuttavia, tutti mostrano di aver bisogno di essere visti come persone che necessitano di aiuto, non solo per se stessi, ma anche per poter contribuire, per quanto possibile, alla vita del proprio figlio. Come ci hanno detto in un’intervista: «gli operatori sembrano non rendersene conto… i figli appartengono alla loro famiglia nel suo insieme, non solo ai genitori… la famiglia c’è per sempre anche se il bambino viene allontanato, alla fine tornerà, perché la sua famiglia è sempre la sua famiglia». (p. 34)
Molti hanno parlato dell’«altra famiglia» che si prendeva cura dei loro bambini. In particolare, hanno riportato l’assenza di contatti con gli affidatari e la relazione spesso negativa che c’era con loro: «Così, io non faccio mai niente che va bene, mentre invece lui (il padre affidatario) non può sbagliare. O, almeno, non sbaglia mai troppo. Gli operatori lo adorano […]». (p. 26)
Tutti gli intervistati [genitori o familiari di minori allontanati] hanno parlato dell’impatto corrosivo che l’intervento istituzionale ha avuto sulla loro vita e sulle loro relazioni:...




