Canevaro / Ianes | Un altro sostegno è possibile | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 273 Seiten

Canevaro / Ianes Un altro sostegno è possibile

Pratiche di evoluzione sostenibile ed efficace
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-590-3518-3
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Pratiche di evoluzione sostenibile ed efficace

E-Book, Italienisch, 273 Seiten

ISBN: 978-88-590-3518-3
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Chi è e cosa fa un insegnante di sostegno realmente inclusivo? Nel libro le due voci più autorevoli in questo campo riflettono sulle competenze fondamentali per aiutare la scuola di oggi a rispondere alle esigenze di tutti gli alunni. Questo libro raccoglie le voci e le storie di chi ha realizzato qualcuno dei 12 punti che costituiscono l'essere un docente di sostegno inclusivo fino in fondo, anche fino alla sua radicale evoluzione. Un insegnante che: 1. Valorizza tutte le differenze 2. Comprende il funzionamento basato su ICF 3. Costruisce eterogeneità nei gruppi 4. Collabora con tutti i colleghi 5. Promuove interventi fondati su evidenze 6. Attiva le risorse della scuola e dell'extrascuola 7. Promuove lo sviluppo globale della scuola 8. Rompe schemi e li evolve in modo creativo 9. Attiva le risorse delle famiglie e della comunità 10. Amplia il PEI nel Progetto di Vita 11. Promuove un utilizzo «misto» del sostegno 12. Evolve radicalmente il sostegno.

Andrea Canevaro Professore emerito dell'Università di Bologna e studioso di fama internazionale, per oltre cinquant'anni è stato impegnato sul fronte dell'inclusione sociale, in particolare nell'ambito della disabilità. È ritenuto il padre della pedagogia speciale in Italia. Dario Ianes Professore ordinario di Pedagogia dell'inclusione alla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano-Bozen e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento.
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Capitolo 1


Sostegni sostenibili1


L’ecosistema dei sostegni


Il termine sostegno nel contesto scolastico ha un significato limitato, per chi cresce, a una stagione della vita. Finita quella stagione, quella stessa parola deve indossare altre vesti, combinandosi con diversi contesti e rimettendosi in gioco con una pluralità di sostegni, umani e materiali, da organizzare affinché siano sostenibili. Nel contesto scolastico, il sostegno viene immediatamente associato a un soggetto con disabilità. Fuori da quel contesto, invece, l’associazione non può essere data per scontata.

Il passaggio può essere riassunto e sintetizzato come cambiamento da un sostegno unico, e che ha in mente il percorso di chi viene sostenuto, a una pluralità di sostegni, diversi fra loro e tenuti insieme dalla stessa persona che se ne serve.

La sostenibilità è il motivo conduttore di queste pagine. Possiamo parlare di sistema sostegni, ritenendo che proprio la sostenibilità ne sia il marchio di qualità. La sostenibilità sta nel presente, guardando al futuro.

Domandiamoci: l’integrazione fondata sul «sistema sostegni» attuale è sostenibile? Pensare a nuovi investimenti nei sostegni senza, allo stesso tempo, riflettere su un sistema sostegni evolutivo ha senso per il futuro?

La questione della sostenibilità, meglio ancora dell’ecosostenibilità, è importante anche, e forse soprattutto, riferendosi a chi ha Bisogni educativi speciali: nessuno dovrebbe essere collocato sotto totale protezione, né di una mamma affettuosa né di uno specialista competente. Ciascuno dovrebbe fare un proprio percorso dal sostegno unico alla sostenibilità dei sostegni plurimi.

Tale percorso ci fa spostare da uno spazio definito a un percorso irregolare, differenziato, dai confini più ampi. Quando lo spazio si apre, ci troviamo di fronte la sfida dell’inclusione. Questo significa far entrare la «realtà» e la vita con i suoi imprevisti e possibilità, aprendo la categoria della disabilità per far fuoriuscire l’individuo con le sue specificità. Ciò non rende meno importante l’intervento e lo sguardo specialistici, ma ne segnala la non sufficienza, il loro limite. Come detto sopra, abbiamo bisogno di creare un ecosistema di sostegni in grado di supportare la persona nel rapporto con la propria disabilità, nella sua crescita oltre essa e nel dialogo con il contesto di appartenenza.

Come segnala Giuseppe Pontiggia, «quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le immette in un orizzonte storico più ampio, che le include e le supera»,2 superarle significa uscire da percorsi puramente medici e riabilitativi per entrare in quello della formazione e dell’educazione della persona. Quando parliamo di inclusione sociale, di progetti di vita, di prospettiva ICF, vediamo entrare prepotentemente nelle riflessioni il contesto e le relazioni sociali; gli aspetti peculiari dell’ambito educativo e riabilitativo si mescolano ad aspetti generali che afferiscono all’uomo e alla sua umanità.

Da tempo non parliamo più di disabile, ma di persona con disabilità. Questo cambiamento, se non è solo un passaggio linguistico, ci obbliga a riflettere sulla persona e su quali sono gli ingredienti essenziali per il suo benessere e sviluppo.

Ognuno di noi nel suo percorso identitario e di umanizzazione ha bisogno di incontrarsi e confrontarsi con la differenza, di allargare le proprie relazioni per fare esperienza di quanti «altri» abitano in noi, ossia di quali possibilità identitarie abbiamo. Esistono diversi elementi di partenza — come la genetica, ad esempio — che ci condizionano, ma non rappresentano la nostra identità. Questa è frutto di un percorso e di una costruzione che vanno sostenuti.

Ogni individualità o personalità, si legge nella Sociologia (Georg Simmel), è descrivibile come la risultante dell’intersecarsi in un punto di una molteplicità di cerchie sociali, ossia di una molteplicità d’appartenenze e di vincoli, da quelle più date e casuali — l’ambiente e l’epoca in cui si nasce, la famiglia, il sesso —, che da sole lo incatenerebbero al suo destino, a quelle più eterogenee, fondate «su relazione di contenuto» — pensiero, emozione, ideologia, affetto, interesse e così via — nelle quali agisce «un elemento di libertà». […] Ogni nuova cerchia è infatti un’ulteriore determinazione, e dunque — in se stessa — un vincolo ulteriore. Ma il suo effetto sul singolo è anche quello di specificarlo un po’ di più, di differenziarlo in relazione ai molti che ne condividono una o più determinazioni.3

La «deriva dei continenti» e l’evoluzione della sostenibilità dei sostegni


La sostenibilità può anche essere definita come un processo socio-ecologico caratterizzato dal desiderio di perseguire un ideale comune,4 non è mai unidimensionale, ma si caratterizza sempre come un rapporto dinamico tra differenti aspetti.

Il sostegno deve essere sostenibile anche per la persona, cioè non troppo pesante e soffocante, ma equilibrato, in grado di adeguarsi alle forze e ai bisogni della persona che ne beneficia.

Tali affermazioni, valide e assolutamente condivisibili nella teoria, rischiano di diventare utopiche nella pratica. Infatti, sempre più spesso, quando si inizia a parlare di sostenibilità dei servizi alla persona si finisce con il ragionare su tagli e riduzione delle risorse. Questo dipende da vari fattori: la predominanza che ha preso la logica, non tanto economica ma contabile, nella nostra società; lo schiacciamento dello sguardo sul presente e la conseguente difficoltà a proiettarsi nel futuro, che ci portano a non saper distinguere tra un costo e un investimento; e, infine, l’ultimo fattore che ci interessa segnalare è decisamente più vicino alle responsabilità, e quindi alla portata, di chi si occupa di educazione: non possiamo pensare e proporre interventi e modelli di servizi disinteressandoci totalmente degli aspetti economici. La sostenibilità per la persona e quella economica devono confrontarsi e incontrarsi, altrimenti si innesca uno scontro che, solitamente, vede vincere la necessità economica. Esistono servizi che riescono a crearsi una nicchia in cui operare secondo i principi della sostenibilità per la persona, ma spesso rimangono delle eccellenze isolate, non in grado di diventare «sistema» e di incidere quindi sulla cultura e sul modello dei servizi di tutto il Paese. Meno gli educatori e gli addetti ai lavori si occupano di economia organizzativa e più l’economia prende il sopravvento e si occuperà di loro.

Stiamo vivendo in un periodo storico complesso e dalle tendenze contrapposte. Abbiamo servizi, territori e diverse esperienze che stanno andando verso la personalizzazione degli interventi, mettendo in primo piano la persona. Siamo negli anni dell’inclusione sociale, della Convenzione ONU, del Progetto di vita, del Dopo di noi, della Qualità della vita, ecc. Ma siamo anche negli anni in cui le persone con disabilità vivono per il 36,3% in strutture da 16 a 45 posti letto, per il 14,1% in strutture con 46-80 posti letto e per il 19,4% in strutture da più di 80 posti letto. Quindi, solo il 30,2% vive in strutture da 4 a 15 posti letto, mentre il restante 69,8% vive in strutture dai 16 agli 80 e oltre posti letto.5

L’incontro, in alcuni casi scontro — più intenso in questi anni di attuazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) —, tra il sociale e il sanitario sta verificandosi dentro alla situazione ambivalente descritta sopra. L’integrazione sociosanitaria è tutt’altro che compiuta e sta avvenendo durante una potente crisi economica che può influire grandemente nel suo esito:

Il tempo si sta trasformando in minutaggi. Si vuole semplificare il sistema di welfare dando degli standard che sempre più spesso si trasformano in standardizzazione, che consente di accantonare le questioni e distogliere lo sguardo. […] Si pensa che l’unica via per risparmiare sia fare economia di scala, attraverso strutture di grandi dimensioni e non inserite nel tessuto sociale: far esplodere lo spazio all’interno creando luoghi da cui non serve uscire perché tutto è già predisposto. Con una battuta si potrebbe dire che vogliamo passare dai pulmini, con cui viviamo il territorio, agli ascensori.6

Assistiamo a una deriva dei continenti che potrebbe cambiare lo scenario e la geografia dei servizi. L’incontro tra lo sguardo sociale e sanitario e tra differenti modelli di sostenibilità, quella per la persona e quella economica, non sappiamo che esiti avrà: se si intrecceranno, andando a costituire la trama di un nuovo tessuto di welfare, o se ingaggeranno uno scontro della serie «ne rimarrà uno solo».

La sostenibilità a torre e a piramide


Pensiamo a due differenti modalità di considerare la sostenibilità, che danno origine a differenti modelli di intervento e organizzazione dei servizi. Nella realtà non sono mai così nettamente distinti e distinguibili, ma sono caratterizzati da differenti modi di pensare le persone con disabilità e i servizi a loro dedicati. Queste due immagini ci possono aiutare a mettere a fuoco, rapidamente, alcuni elementi che riteniamo essenziali.

La sostenibilità «a torre» è molto funzionale a un’economia di scala: permette di concentrare l’organizzazione e di standardizzarla; occupa una porzione piccola di terreno e si sviluppa in altezza, in modo verticistico, consentendo di staccarsi e separarsi da quello che accade sul territorio; ci...



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