E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: add biografie
Capozzoli Gian Maria Volonté
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6783-225-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: add biografie
ISBN: 978-88-6783-225-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
'Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è sempre politico.' Gian Maria Volonté 'Gian Maria non era facile, però aveva anche una parte divertente. Ci prendemmo una pausa per tre settimane, io e lui da soli, viaggiammo per l'Europa con la mia auto, una 1100 blu.' Carla Gravina È stato l'operaio Lulù Massa e il bandito Cavallero, Enrico Mattei e Lucky Luciano, Aldo Moro e l'anarchico Bartolomeo Vanzetti, Teofilatto dei Leonzi dell'Armata Brancaleone, El Indio di Per qualche dollaro in più: Gian Maria Volonté ha costruito il film della sua vita attraverso grandi collaborazioni e incredibili rifiuti, spesso al fianco di donne straordinarie. Un viaggio lungo poco più di sessant'anni, cominciato durante il ventennio fascista, a Torino, e chiuso all'alba del primo governo Berlusconi. Ma chi era davvero Gian Maria Volonté? Emigrante in Francia per fuggire da un padre ingombrante e dalla gente che lo fermava perché figlio di un fascista, i carri di Tespi, l'Accademia d'arte drammatica di Roma, esordi a teatro poi il cinema e la televisione, ma anche istruttore di vela, cubano sottotraccia, militante del partito Comunista ed extraparlamentare, provocatore, esponente del sindacato attori, antesignano del Sessantotto. Per lui, professionalità, etica e impegno politico erano princìpi imprescindibili. Ma cosa c'è oltre l'icona dell'attore contro? Mirko Capozzoli scrive una biografia pubblica e privata di Volonté, in un libro arricchito da documenti e testimonianze inedite, tra cui le interviste ad Armenia Balducci, Carla Gravina, Angelica Ippolito e Tiziana Mischi
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
La famiglia Volonté (1933 – 1950)
Le origini
1943, Torino. Dopo l’arresto di Mussolini, un gruppo di squadristi della prima ora si riunisce in segreto all’ex Casa del Balilla per ricostituire il partito fascista. Del nucleo clandestino fa parte un rappresentante di prodotti da toeletta, arrivato dieci anni prima da Milano con la moglie e un bimbo di appena un mese. Si chiama Mario Giuseppe Volonté.
Disinvolto, loquace e ribelle, Mario Volonté non passava inosservato. I fratelli gli rimproveravano di sperperare il denaro in abiti eleganti e di frequentare cattive compagnie, ma lui non se ne curava, anzi, ogni tanto spariva per intere giornate, indifferente ai richiami materni e al rigore paterno. Da Saronno, la famiglia Volonté si era trasferita a Milano alla fine dell’Ottocento in cerca di fortuna. Francesco Volonté aveva sposato Angela Tadini il 15 agosto 1901 al Duomo in una cerimonia organizzata in economia ma festosa, grazie agli addobbi della coppia che li aveva preceduti all’altare. Dalla loro unione nacquero cinque figli: Luigi, Angelo, Teresa, Mario e Franco. Francesco si era specializzato in commissioni bancarie e di borsa nel Banco Davide Valsecchi e, dal 1907, si era messo in proprio, accumulando un discreto patrimonio con cui comprò una villa a Varese e una a Saronno. Per la famiglia Volonté fu l’inizio di un periodo dorato, testimoniato da un album di foto di famiglia in cui appaiono sorridenti al lido di Venezia e sul litorale di Prà, vicino a Genova, i luoghi di vacanza della nobiltà e della nuova borghesia italiana.
Quelle abitudini cambiarono drasticamente alla fine degli anni Venti, quando la grande depressione costrinse Francesco a chiudere l’ufficio e a svendere le proprietà per liquidare i clienti, una scelta fatta per non mettere a repentaglio l’onore del proprio nome: «Voglio che i miei figli vadano sempre in giro a testa alta» era la frase che per settimane si era sentita ripetere in famiglia. A quel punto, Mario, che aveva seguito sin dal principio il nascente movimento fascista – a sedici anni aveva partecipato alla marcia su Roma e poi si era arruolato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale –, ripose la camicia nera e si mise alla ricerca di un lavoro.1
Conobbe Carolina Bianchi, figlia di un industriale milanese e, benché il padre della ragazza fosse contrario, si sposarono. Era l’aprile del 1932, e andarono a vivere con la famiglia di lei in via Solferino 35, non lontano dalla sede del «Corriere della Sera». Con l’aiuto del suocero, Mario cominciò l’attività di rappresentante di commercio viaggiando per il Nord Italia con un campionario di profumi: “Specialità Radiogène – Mon Poudrier – Spugne per Toilette – Profumerie Nazionali ed Estere”.
Il 9 aprile 1933 nacque il primo figlio di Mario e Lina. Battezzato nella chiesa di S. Maria dell’Incoronata come Giovanni Maria Romano, all’anagrafe fu disatteso il desiderio dei genitori e registrato come Gianmario, ma da subito sarà Gian Maria.2
Di lì a poco, per non meglio definite ragioni economiche, Giovanni Bianchi impose alla figlia di abbandonare la città. La sera del 27 aprile Lina scrisse al marito: «Mario, dalla tua partenza di cose ne sono ancora avvenute di nuove, e ciò in riguardo a certe decisioni prese da papà. […] Io in tutto questo non ci capisco più niente: sono in un grande bivio tra il pensiero di dover lasciare la casa ed ogni cosa, e soprattutto per la preoccupazione enorme di trovarmi sola con il nostro piccolo in una camera di pensione […]. Mario aiutami tu, salvami, proteggi me e la mia creatura, io non so più ragionare. Eppure che io lasci Milano è necessario. […] Papà soprattutto s’impone che io vada via, quasi mi obbliga. […] Egli si è dunque fissato che io abbia a venire a Torino, lunedì, partendo con te al mattino per rimanervi in pensione di camera ammobiliata».3
La scelta cadde su Torino perché Mario aveva lì la maggior parte degli affari e Milano era a meno di due ore di treno. Il 1° maggio 1933 Lina raggiunse Mario in una pensione di corso Galileo Ferraris, uno dei tanti viali che ai forestieri sembravano tutti uguali, dove passò i primi due anni in grande solitudine, angosciata dalle continue assenze del marito, dai debiti, e con Gian Maria da crescere. L’unico sostegno erano le lettere della sorella maggiore, Flora, che aveva sposato Giovanni, un odontotecnico con la passione per la pittura, proprietario di un grazioso albergo a Malesco, borgo della Valle Vigezzo di cui era originario. Giovanni, Flora e la loro figlia Laura rappresentavano il prototipo della famiglia che Lina sognava e, anche per questa ragione, Malesco divenne un rifugio nei momenti di sconforto.
Nel 1935 Lina e Mario si trasferirono a San Salvario, quartiere popolare tra la stazione Porta Nuova e il parco del Valentino. Visto che i viaggi di Mario si erano fatti sempre più assidui, Lina decise di subaffittare una stanza e assumere una domestica. Allo scoppio della guerra d’Etiopia Mario abbandonò il lavoro e rientrò nella Milizia come volontario per l’Africa Orientale. Dopo alcuni mesi trascorsi a Bengasi fu inviato al fronte e solo dopo la proclamazione della vittoria, il 9 maggio 1936, inviò una fotografia che lo ritraeva malandato, accompagnata da poche righe in cui metteva in dubbio la fedeltà della moglie. Gli rispose la sorella Teresa: «Mariolino sai bene che Lina ti vuol bene e te ne saresti ben convinto se l’avessi vista quanto ha pianto sulla tua foto […]. Ora anche Lina sarà più tranquilla lassù e acquisterà salute come pure Giammillo. Inutile che io ti descriva gli entusiasmi e le fantastiche dimostrazioni di Torino al finire della guerra ed ai discorsi del Duce, inutile anche dirti che Lina ed io abbiamo esultato insieme e che la festa della Nazione è stata sentita e ben profondamente dai nostri cuori che avevano in Africa affetti cari e intimi. Tutto è stato così bello che quasi si stenta a convincersi che sia tutta realtà. Il tricolore ha sventolato ai nostri balconi per un’intera settimana».4
A cinque anni Gian Maria cominciò le elementari alla scuola pubblica Rayneri, distinguendosi in educazione fisica, lavori domestici e manuali, lettura espressiva e recitazione. Come ogni bambino, entrò a far parte della Gioventù Italiana del Littorio che dalla seconda metà degli anni Trenta aveva sostituito l’Opera nazionale Balilla. Alla Gil spettava il compito di plasmare lo spirito e il fisico dei giovani italiani per trasformarli in perfetti fascisti, ma Gian Maria si mostrò refrattario alla disciplina e, ai saggi ginnici tenuti allo stadio Mussolini, preferiva il calcio giocato nelle piazze di quartiere.
Tornato dall’Etiopia Mario riprese la vita familiare e il lavoro. Le ottime vendite di un detersivo da bucato permisero alla famiglia Volonté di traslocare in un appartamento più moderno e grande, e di lì a poco la famiglia sarebbe cresciuta, il 3 febbraio 1939 nacque il secondogenito di Lina e Mario: Claudio Aurelio Fausto Maria.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. Nonostante gli aerei alleati avessero cominciato a bombardare Torino, il lavoro di Mario sembrò non risentirne, anzi, i profitti aumentarono al punto da permettergli di assumere due impiegate e un manovale nei nuovi uffici nella periferia nord della città.
La vita coniugale però era piuttosto faticosa: «Cara Lina, la tua telefonata mi ha alquanto sorpreso, perché a dirti il vero ero io che ti dovevo fare le rimostranze per il tuo silenzio […]. Tu dici che io ti faccio del male, ma credo che sei tu che non comprendi, io ho un lavoro che mi assorbe giorno e notte con un caldo che è terribile, curare gli interessi, pensare a te e i bimbi, tu invece di essere un po’ forte e paziente a incoraggiarmi mi dai sempre pensieri».5
I buoni affari di Mario si tradussero in un altro trasloco. In stile eclettico e con alcuni richiami al liberty, Palazzo Priotti era tra gli edifici più in vista del centro cittadino. Compreso tra via Rattazzi, corso Vittorio Emanuele II e via Carlo Alberto, dove al numero 44 i Volonté presero la residenza, il palazzo aveva ospitato il ministro Quintino Sella, ed era noto per il caffè Burello dove, nel 1899, un gruppo di aristocratici e di borghesi appassionati di motori ebbe l’idea di fondare la Fiat. Il nuovo appartamento colpiva gli ospiti per le dimensioni e per la bellezza degli ambienti. Dalle ampie vetrate che affacciavano sulla strada principale era possibile ammirare il cinema Corso, grande esempio dell’art déco piemontese, mentre dall’interno cortile si scorgeva la galleria del cinema Ambrosio, una delle sale più lussuose della città.
Dall’autunno 1942 le continue incursioni aeree costrinsero metà dei torinesi a sfollare in provincia. Lina e i bambini si rifugiarono a Valfenera, in provincia di Asti, un piccolo comune di neanche duemila abitanti, dove Gian Maria finì le elementari. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio del 1943 Torino subì l’attacco più violento dall’inizio della guerra: quasi ottocento morti e moltissimi edifici distrutti. L’incursione della Raf cancellò le residue speranze di vittoria, la folla oceanica che alla vigilia del conflitto aveva acclamato il Duce in piazza Vittorio Veneto apparteneva al...




