Capra | Il nome sopra il titolo | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 881 Seiten

Reihe: Minimum Fax cinema

Capra Il nome sopra il titolo

La vita meravigliosa di un maestro del cinema
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-939-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

La vita meravigliosa di un maestro del cinema

E-Book, Italienisch, 881 Seiten

Reihe: Minimum Fax cinema

ISBN: 978-88-7521-939-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Figlio di contadini siciliani, passa dalla laurea in ingegneria alla macchina da presa, ottenendo nel 1934 la consacrazione vera e propria con Accadde una notte, primo film in assoluto a conquistare i cinque Oscar più importanti (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista e miglior attrice protagonista). In questo libro - un'autobiografia avvincente come un romanzo - Frank Capra ripercorre la propria vita, dai duri sacrifici per farsi un'istruzione al trionfo che gli garantì un privilegio fino ad allora riservato solo alle grandi star di Hollywood: fu il primo regista a poter vantare in apertura dei suoi film «il nome sopra il titolo». «Si legge come un romanzo. Ma è soprattutto un grande manuale su come si fa il cinema. Amandolo». Irene Bignardi, Il Venerdì di Repubblica. «Una lettura indispensabile. Ma non è solo roba da fan: è anche un bel romanzo di formazione con toni tragicomici alla John Fante; un affresco hollywoodiano dipinto da un insider di lusso; un manifesto teorico- filosofico». Claudia Morgoglione, la Repubblica

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FRANK CAPRA E L’OSTINATA INTRANSIGENZA DEGLI OGGETTI INANIMATI


Scoprii l’esistenza dell’autobiografia di Frank Capra attraverso Leonardo Sciascia, alla fine di una breve memoria che si intitola . Sciascia vi sosteneva che lo stato d’animo elegiaco, commosso e crepitante per un cinema scomparso dal quale nasceva anche l’ultimo film di Tornatore, fosse lo stesso dei ricordi del regista italoamericano. «È un libro che sembra, appunto, un film di Capra»,1 scriveva, ripromettendosi di recensirlo ampiamente. Poi ne riportava un passaggio:

Io ho contribuito alla creazione dell’età dell’oro del cinema, l’età in cui i cineasti di Hollywood degli anni Trenta e Quaranta – Cecil B. DeMille, John Ford, Henry King, Leo McCarey, George Cukor, Sidney Franklin, Victor Fleming, W.S. Van Dyke, Clarence Brown, Ernst Lubitsch, William Wellman, Mervyn LeRoy, Frank Borzage, Billy Wilder, Michael Curtiz, Alfred Hitchcock, Howard Hawks, William Wyler, King Vidor e George Stevens – sapevano prendere il pubblico per il collo e farlo urlare di risate o piangere di commozione o terrorizzarlo...

E, con un lampo di divertita e orgogliosa cinefilia, a quel lungo elenco degli artefici del grande cinema americano Sciascia aggiungeva due nomi che Capra si era dimenticato: Joseph von Sternberg e Rouben Mamoulian.

Da allora mi convinsi che se volevo capire e saperne di più sull’età d’oro del cinema, un periodo che emana per me la stessa luce irresistibile della Parigi di Hemingway e di Fitzgerald, l’autobiografia di Frank Capra sarebbe stato il libro giusto. Ma alla mia piccola libreria di quartiere lo ordinai senza alcun esito e presto il suggerimento di Sciascia finì in quella lista di titoli perduti o rimandati che tutti i lettori aggiornano con cura e che si alimenta di desiderio con il tempo. Finché, qualche anno dopo, non mi capitò per caso tra le mani, sepolto nel disordine di una bancarella antiquaria in riva a un lago. Lo riconobbi subito: era la prima traduzione italiana, già allora fuori commercio. Lo comprai per poche lire e cominciai a leggerlo la sera stessa.

Sin dalle prime righe, capii che quel libro aveva a che fare con me molto più di quanto pensassi. Perché raccontava una storia di avventure e disavventure, peripezie, disubbidienze, avversità, scommesse e inauditi colpi di fortuna come quella della mia famiglia. Capra era nato in Sicilia, a Bisacquino, in provincia di Palermo, in una casa di pietra e calce dove nessuno sapeva leggere. La prima luce del mondo, con le sue tristezze e le sue tenerezze disperate, l’aveva conosciuta nell’isola. Ma il suo sesto compleanno lo celebrò nella stiva di terza classe del , sull’Atlantico. Da allora, tutto per lui prese il nome di America.

Leggevo quel libro e non riuscivo a staccarmene. La prima parte era una calamita assoluta. Capra mi divertiva e mi commuoveva. I dialoghi erano perfetti come in un romanzo di John Fante, le situazioni piene di ritmo e di ironia. Sì, aveva ragione Sciascia, quel libro somigliava ai suoi film, aveva lo stesso passo e soprattutto lo stesso tocco. Quel misto di grazia e di inevitabilità, di realismo e di illusione, quel camminare come un acrobata tranquillo sul confine delle cose verosimili e fantastiche.

Miracolosamente Capra riedificava intorno a me, proprio come in un set cinematografico, un’America fatta di sigari e di sputacchiere, di folli e squilibrati, di migranti, baracche, agrumeti, campi di baseball, tram e macinini, una terra laboratorio dove avevi l’impressione che tutto, anche la nascita di una nuova arte, potesse accadere. Lo vedevo mentre imballava e vendeva il allo stadio di pugilato in Alameda Street, o suonava la chitarra nel ghetto, o cercava il modo di studiare, a tutti i costi, con la cocciutaggine di raggiungere l’università. Lo seguivo nei viaggi di venditore ambulante per l’Arizona, il Nevada, la California. Scoprivo con una strana trepidazione come quel piccolo si imbatteva nel fatale annuncio di un giornale, : una nascente casa di produzione stava trasformando una vecchia palestra ebrea in uno studio cinematografico e offriva un lavoro a chi fosse così pazzo da credere nelle stelle e nella fortuna. Così, tra una tappa e l’altra, imparavo anche il decalogo dell’apprendista film maker in forma di aforisma: «Quello che più interessa la gente è ». Oppure: «Non ci sono regole nel fare cinema, solo peccati. E il peccato capitale è la Noia». Principi semplici, ma inderogabili, come «un uomo, un film», a cui Capra restò fedele tutta la vita. E idee stravaganti, quali la convinzione, sostenuta da un’infinità di esempi, che il punto più alto della creatività di un essere umano è a ventisei anni: dopo, non si fa che ricopiare.

Ma per tutto il tempo non potevo smettere di chiedermi come aveva potuto un ragazzino emigrato a sei anni dalla miseria definitiva della Sicilia del secolo scorso, catapultarsi così velocemente nel futuro e mettersi in testa di diventare il più grande regista del suo tempo. Cos’era? Un incosciente, un giocatore d’azzardo, un uomo baciato dalla sorte? L’avidità con cui divoravo ogni pagina era pari alla curiosità che avevo di dare una risposta a questa domanda.

E la risposta mi arrivò direttamente dalla sua voce, all’inizio del terzo capitolo:

Io ero un disertore, ma un disertore felice.

Era quello che volevo sentire. Annoverai il suo nome tra quello dei grandi disubbidienti della nostra storia, come Rosso Malpelo o Pinocchio, e continuai a leggere con più calma. Adesso sapevo che anche per lui girare un film era una questione di vita o di morte, come per Chaplin e pochi altri: raccontare instancabilmente, con mille variazioni diverse, la propria diserzione, giocarsi tutto e ogni volta rischiare di soccombere nel tentativo. Il successo era l’unica salvezza possibile.

Ma c’è sempre un momento luminoso in cui il talento si rivela per la prima volta. Per Capra accadde nella sala di proiezione di Mack Sennett, il più importante produttore di Hollywood, il Re della Commedia. Capra era stato assunto da due settimane come . Alla fine della giornata Sennett convocava tutti per visionare il girato. Se una scena o il finale di un cortometraggio gli sembravano deboli, chiedeva un’idea. Quella volta, sullo schermo, c’era il cattivo (Eddie Gribbon) che cercava inutilmente di aprire una porta. Ci provava a spallate, a calci. Ma la porta gli resisteva con una testardaggine invincibile e alla fine il cattivo, con la maniglia tra le mani, girava le spalle e se ne andava.

Sennett disse che la situazione non faceva ridere e sollecitò un altro finale. Uno dei suoi collaboratori propose di far girare Gribbon verso il pubblico e pronunciare sconsolatamente, a braccia larghe, la parola «Chiusa». La soluzione fu accettata. Ma un momento prima che la riunione si sciogliesse, Capra alzò la mano.

Le parole mi uscirono dalla bocca senza volerlo. Nella stanza cadde il silenzio. Felix Adler e gli altri cercavano di farmi capire, gesticolando, che dovevo stare zitto. Sennett sputò il tabacco, poi, lentamente, girò la sua poltrona verso di me.

Da giorni, non faceva altro che interrogarsi su cosa facesse ridere la gente. Il mondo delle comiche di Sennett era un mondo fatto per essere mandato in frantumi: i mobili erano di legno di yucca o di balsa, e si rompevano con un dito, i vetri di zucchero trasparente, pronti per scoppiare. Poi per caso, improvvisando, un attore aveva svelato l’esplosiva e irresistibile comicità di una torta in faccia e per tutti era stata una delle più redditizie invenzioni dell’umanità. Ma servivano altri spunti, altre trovate.

«Ecco, signor Sennett», osò Capra, quella sera, con la voce quasi spezzata. Era la prima volta che trovava il coraggio di proporre una gag. «Dopo che Gribbon ha detto “Chiusa”», disse d’un fiato, «fate entrare un gatto che va verso la porta, la spinge con la zampa, e la porta si apre».

Sennett rise. «E dopo?»

«Ohhh», disse Capra. «Dopo la porta si richiude. Gribbon allora ha un’idea. Si mette giù a quattro zampe, si avvicina alla porta come aveva fatto il gatto, e la spinge delicatamente con la sua zampa. Niente da fare. La porta non si vuole aprire. Allora ricomincia da capo tentando di sfondarla con tutto il suo peso...»

Nessuno dei presenti nello studio poteva immaginare di avere appena assistito al primo ciak di una delle più sfolgoranti e incredibili carriere di Hollywood. A quel punto, sarebbe bastato far entrare un altro animale, o un bambino che gattonava, o un signore macilento, e il meccanismo avrebbe funzionato all’infinito. Da quella sera, a Hollywood, i giochi di ripetizione furono sfruttati in maniera illimitata.

«Splendido», gridò Sennett. Il primo a capire che non si trattava soltanto della possibilità, da parte dell’italiano, di ottenere un aumento di stipendio di dieci dollari.

A Dick Jones, che poche pagine dopo gli chiedeva se fosse stata un’illuminazione spontanea, Frank...



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