Castelli / Tuselli | Sportive: la partita della parità | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 229 Seiten

Castelli / Tuselli Sportive: la partita della parità


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-590-3517-6
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 229 Seiten

ISBN: 978-88-590-3517-6
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
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Il volume richiama l'attenzione sul rapporto tra genere e sport focalizzandosi sui vissuti e le storie di donne diverse che hanno attraversato lo spazio sportivo, conseguendo risultati di particolare rilevanza e significato. Per fare dello sport un luogo aperto, slegato dai pregiudizi. Come raccontare un'altra storia, un altro modo di fare attività sportiva, dove siano finalmente bandite espressioni del tipo «no, tu no, queste non sono cose da femmina»? Come rimuovere, nello sport, gli ostacoli e i condizionamenti legati al genere, all'identità di genere, all'orientamento sessuale, alla provenienza, all'etnia, alla condizione sociale e personale, all'età, alle opinioni, alle abilità? Nato dall'intersezione di due prospettive, quella di genere e quella educativa, questo libro contiene un invito appassionato a fare dello sport un luogo aperto, slegato dai pregiudizi, e dell'educazione sportiva una parte irrinunciabile della formazione personale e collettiva, orientata al benessere psico-fisico, lungo tutto l'arco della vita. Consigliato a Il volume è uno strumento rivolto a tutte quelle persone che, con ruoli differenti, incontrano e attraversano il mondo dello sport. È per coloro - donne e uomini - che si occupano di formazione, di educazione giovanile, di animare la vita sociale di una comunità: studenti/esse, insegnanti, allenatori/trici, dirigenti, genitori, amministratori/trici, sponsor, volontari/e, cittadini/e. Collana Ostacolo obliquo La collana Ostacolo obliquo, diretta da Paolo Crepaz, intende l'ostacolo obliquo come simbolo di un'attività sportiva dove ogni persona, in base alle personali abilità, può sperimentare l'adeguatezza e il successo della propria azione. La collana Ostacolo obliquo, rivolta ad atleti, genitori, insegnanti, tecnici e operatori sportivi, mira ad avvicinare allo sport secondo una prospettiva equa e inclusiva.

Lucia Castelli Insegnante di educazione fisica. Psicopedagogista consulente del Settore Giovanile dell'Atalanta BC dal 2000. Conduce corsi di formazione e aggiornamento per insegnanti, allenatori, dirigenti, genitori, maestri di sci, Istituti Scolastici, Enti pubblici, varie Federazioni Sportive Nazionali e il Collegio Regionale maestri di sci della Lombardia. È stata docente a contratto (laboratori motori) presso l'Università Bicocca di Milano, Corso Laurea Scienze Formazione Primaria (dal 2004 al 2013) e di Pedagogia Generale e Sociale presso l'Università dell'Insubria (2009/2010). Autrice di varie pubblicazioni, articoli e testi di carattere sportivo e pedagogico. Ex atleta agonista di sci fondo, scialpinismo, atletica, windsurf, ski roll. Attualmente è sportiva attiva. Alessia Tuselli Ricercatrice post dottorale presso il Centro Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento. Da diversi anni si occupa di questioni legate agli studi di genere, osservando come il genere influenzi la società e le relazioni di potere, in differenti spazi sociali. Dal 2014 è formatrice esperta in tematiche di genere, inclusione ed equità in chiave intersezionale. Tra i suoi interessi di ricerca: genere e sport, genere e educazione, violenza di genere; diversity&inclusion; questioni LGBTQI+. È stata pallavolista agonista e ora sportiva attiva.
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Capitolo 2


La pratica sportiva: il gender play gap


di Alessia Tuselli

Parlare di genere e sport significa prima di tutto considerare che quest’ultimo nasce come spazio maschile: le donne sono state per lungo tempo escluse dalle competizioni agonistiche, perché ritenute biologicamente non idonee alla fatica e, appunto, all’agonismo (Lopiano, 2000). Raramente la parola sport veniva associata a femminile, se non con intenti denigratori: lo sforzo fisico, il gesto atletico e la forza che comporta erano esclusivamente espressione di maschilità. La prima partecipazione femminile alle Olimpiadi risale ai Giochi di Parigi, nel 1900, dove le atlete erano il 2,2%.1 La partecipazione delle donne alle competizioni era una questione controversa: le considerazioni relative agli sport appropriati, per questioni fisiologiche, al genere femminile, limitavano l’accesso delle sportive a molte discipline (Appleby e Foster, 2013). La questione non può dirsi ancora risolta: nel tempo abbiamo collettivamente continuato a definire gli sport più adatti per i bambini/ragazzi/uomini come calcio, basket, pugilato, e quelli più adatti per le bambine/ragazze/donne, come ginnastica, volley, danza. È chiaro come il discrimine sia il contatto fisico: per presunte ragioni biologiche, fisiologiche, le fisicità femminili erano — e spesso sono ancora — considerate inadatte a discipline che comportano un contatto fra chi le pratica.

L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE) sottolinea come lo sport sia ancora un settore occupato maggiormente dagli uomini, perché è uno spazio in cui gli stereotipi e i pregiudizi legati alla femminilità e alla mascolinità sono ancora profondamente radicati (EIGE, 2017). Le atlete, le sportive, le praticanti possono essere viste come mascoline: frasi come «sei un maschiaccio», «combatte come un uomo», «è veloce come un uomo» fanno ancora parte dell’universo sportivo, spesso lo definiscono. Allo stesso tempo gli uomini, i ragazzi e i bambini che non sono interessati allo sport possono essere visti come poco virili: «non fare la femminuccia», «corre come una ragazza», «la danza è per femmine» sono i modi in cui raccontiamo determinati sport declinati al maschile. Stereotipi di genere come questi influenzano la partecipazione alle discipline sportive, a tutti i livelli: dalla semplice pratica ai ruoli di leadership, per passare attraverso tutte le posizioni lavorative che caratterizzano il mondo dello sport.

Questo modo di costruire il genere si riflette dunque su numeri e pratiche. Secondo l’ultimo studio del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) sulla pratica sportiva in Italia, pubblicato quest’anno e che fa riferimento ai dati del 2020, le atlete sono il 28,2% su un totale di 4,2 milioni di tesserate/i fra Società Sportive Nazionali e Discipline Sportive Associate (CONI, 2022).2 Sempre secondo questo rapporto, i tre sport maggiormente praticati dalle ragazze/donne sono: pallavolo, ginnastica e equitazione; quelli praticati dai ragazzi/uomini sono: calcio, basket, tennis. Una divisione che è rimasta piuttosto costante nel tempo. Nonostante non ci sia alcuna ragione biologica o fisica per cui una ragazza non dovrebbe/potrebbe giocare a calcio o un ragazzo praticare danza, abbiamo culturalmente delineato condotte sportive precise a seconda del genere di appartenenza (Appleby e Foster, 2013). Una limitazione già in fase di accesso, un confine che collettivamente disegniamo per accedere alla pratica sportiva, che possiamo definire come segregazione orizzontale3 nello sport, che vede le bambine/ragazze/donne concentrarsi in alcune discipline piuttosto che in altre; specularmente bambini/ragazzi/uomini dediti ad altre attività sportive.

Queste norme che socialmente applichiamo a corpi che entrano nello spazio sportivo, di generi diversi, concorrono a costruire una social evaluation (Appleby e Foster, 2013): quell’insieme di aspettative e giudizi collettivi, positivi o negativi, verso una persona o un gruppo di persone, in relazione a una determinata questione. Le donne che praticano sport ritenuti maschili (ad esempio calcio, box, rugby, sollevamento pesi) subiscono spesso un giudizio collettivo negativo, una stigmatizzazione che include considerazioni sul corpo e le sue forme (ritenute troppo mascoline); su comportamenti e atteggiamenti (anche in questo caso troppo mascolini); sulla sfera privata, dando per certo un orientamento sessuale non eterosessuale. Parallelamente, la social evaluation colpisce anche il genere maschile: per coloro che praticano discipline considerate femminili, come la danza, il giudizio negativo segue gli stessi schemi.

Gli stereotipi di genere all’interno dello sport creano ambienti segregati, ostili e respingenti che disincentivano ad avvicinarsi o a continuare la pratica di determinate discipline a seconda del genere di appartenenza: questo è particolarmente vero per le ragazze. I dati riportati nell’Annuario Statistico Italiano (ISTAT, 2021) evidenziano marcate e persistenti differenze di genere nella diffusione dello sport durante il tempo libero: tra le donne il 22,2% pratica sport in modo continuativo (+0,5% rispetto al 2018), mentre tra gli uomini la quota sale al 31,2% (+1,2%). I massimi livelli di diffusione della pratica sportiva per genere si raggiungono tra gli 11-14 anni per i ragazzi (66,7%) e tra i 6-10 anni per le ragazze (58,1%). A eccezione della fascia 3-5 anni, eta` nella quale le bambine praticano più sport dei bambini, in tutte le altre fasce d’eta` si riscontra un gap di partecipazione con punte massime che raggiungono i 22,8 punti percentuali di differenza tra i 18 e i 19 anni (27,8% delle ragazze contro 50,6% dei ragazzi) e minime tra gli over 75. Per il genere femminile, inoltre, l’abbandono della pratica sportiva inizia prima rispetto ai coetanei: la percentuale di abbandono sportivo tra gli 11 e i 24 anni nel settore maschile è pari al 19,4%, mentre quella femminile è del 24,5% (CONI, 2019). Gli abbandoni, se da una parte sono fisiologici nel periodo adolescenziale, dall’altra sono frutto di una serie di fattori che pesano maggiormente sulle ragazze come la social evaluation; la mancanza di investimenti con la conseguente carenza di infrastrutture che possano ospitare lo sport al femminile, soprattutto in quelle discipline considerate ancora maschili; la carriera sportiva incerta per via dell’assenza di tutele legali e di adeguati riconoscimenti economici (Russo, 2020), di cui si parlerà di seguito. Questi sono tutti elementi che disincentivano la partecipazione femminile all’interno dell’universo sportivo, già a partire dall’infanzia e adolescenza.

In questo quadro si inseriscono tuttavia alcuni cambiamenti in atto, come ci mostrano i Giochi Olimpici di Tokyo 2020 (svolti nel 2021): le atlete sono state il 49% sul totale di chi ha preso parte alla manifestazione olimpica, e il 40,5% in quella paralimpica. L’Italia ha segnato a Tokyo due traguardi storici: il 48% di atlete nella delegazione olimpica e il 54,5% per quella paralimpica. Questi numeri ci suggeriscono che siamo davanti a importanti cambiamenti nello sport agonistico, dove il movimento femminile trova nuovi spazi e riconoscimenti in termini di accesso e partecipazione. Lo sport d’élite però ci racconta solo una parte della storia. I dati, e non solo quelli italiani, ce ne raccontano anche un’altra: secondo l’indagine ALL IN. Towards gender balance in European sport, del Consiglio d’Europa4 tra le persone tesserate delle società sportive di sedici Paesi europei, solo il 31% sono bambine/ragazze/donne (Consiglio d’Europa, 2019). Un gender play gap importante che mostra come, sia in Italia che in Europa, la componente femminile della popolazione partecipi meno allo sport non agonistico, rimanendo di fatto esclusa dalla pratica sportiva e/o abbandonandola molto prima dei coetanei.

Quando si parla di sport, nello specifico di genere e sport, il Parlamento Europeo (2019, nel documento «Gender equality in sport: Getting closer every day»)5 sottolinea che, per garantire parità di diritti è necessario intervenire su più livelli: una maggiore attenzione alle rappresentazioni; pari accesso ai ruoli decisionali all’interno di federazioni nazionali e comitati, e ai ruoli tecnici (allenatori/allenatrici, direttrici/direttori sportivi ecc.). Sottolinea anche che bisogna porre l’accento sul riconoscimento economico, intervenendo per riequilibrare il gap nei compensi come nei premi monetari, ancora inferiori del 30% circa per le atlete rispetto agli atleti. Il noto fenomeno della disparità retributiva fra uomini e donne (il cosiddetto gender pay gap) caratterizza infatti anche il mondo sportivo, sebbene al momento sia poco indagato, soprattutto nel nostro Paese.

In definitiva lo sport presenta, ancora oggi, una disuguaglianza complessa (Russo, 2020) che inizia con gli stereotipi di genere, si manifesta nel gap di accesso alle pratiche sportive e nella segregazione orizzontale all’interno delle stesse, sviluppandosi poi anche in ambiti diversi. Ad esempio, quello delle tutele.

Pensate a delle campionesse o ex campionesse conosciute a livello mondiale: Federica Pellegrini, Valentina Vezzali, Martina Caironi, Bebe Vio, Paola Egonu. Se chiedessi di definirle, probabilmente gli aggettivi sarebbero vincenti, famose, professioniste. Tutti veri tranne l’ultimo, perché no, in Italia il professionismo sportivo non è una cosa per donne, anche se qualcosa si sta lentamente muovendo. Vediamo insieme in...



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