E-Book, Deutsch, Italienisch, 208 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 280 g
Cecere Geht dieser Zug nach Taranto?
1. Auflage 2019
ISBN: 978-3-943810-75-2
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Questo treno va a Taranto?
E-Book, Deutsch, Italienisch, 208 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 280 g
ISBN: 978-3-943810-75-2
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ester Cecere wurde am 30.4.1958 in Taranto / Apulien geboren, wo sie lebt und als Wissenschaftlerin an einem Meeres-Forschungsinstitut des Consiglio Nazionale delle Ricerche arbeitet. Sie ist verheiratet und hat zwei Kinder. Sie hat eine Reihe von Büchern geschrieben, darunter viele Gedichtbände, die in Italien vielfach mit Preisen ausgezeichnet wurden.
Zielgruppe
An Italienen und italienische lebensweise interessiert, über Urlaubsvergnügungen hinausgehend
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
Il bambino che voleva morire
La vera comprensione è quella che va al di là della ragione e che si fonda sull'istinto, sul cuore.
Entrò in aula controvoglia. Non le piaceva insegnare. Aveva inoltrato domande di supplenza quasi costretta dalle amiche: „Dai tanto non stai lavorando. Magari ti chiamano e guadagni qualcosa.“
In effetti, Giovanna era laureata già da quattro anni, aveva effettuato il tirocinio e ora collaborava come volontaria, praticamente gratis, nell'istituto in cui sognava di lavorare per tutta la vita come ricercatrice.
Ormai completamente inaspettata, la supplenza era comunque arrivata. Due mesi, aprile e maggio, alla fine dell'anno scolastico, in una scuola media di uno dei quartieri più depressi e culturalmente arretrati della città, non erano uno scherzo.
Era stata sul punto di rifiutare: „E perché no!”, si era detta, „E’ comunque un'esperienza”.
Il suo ingresso in aula sembrò non essere stato neanche notato. Sembrò fosse entrato un fantasma. La caciara continuò indisturbata. Lanci di carte, matite e invettive si intrecciavano. Ragazzi salivano sui banchi e si esibivano in una specie di spettacolo del genere: si recita a soggetto.
Giovanna aveva 27 anni, ma sembrava molto più giovane. Si recò dietro la cattedra e tentò di riportare l'ordine. Dovette urlare e minacciare di chiamare il preside, affinché qualcuno si degnasse di ascoltarla. Alla fine i ragazzi tornarono ai loro posti e fecero silenzio, non per le sue minacce, ma solo perché un ragazzino ordinò loro di smetterla.
Giovanna capì subito che era una specie di boss, che esercitava il suo fascino e il suo potere indiscusso sui compagni di classe. Quando l'ordine fu ristabilito, il piccolo boss la guardò con uno sguardo di sufficienza, e le disse:
«Hai visto?», come per ribadire: „Impara come si fa!”.
Giovanna lo osservò attentamente. Era bellissimo. Alto per la sua età, bruno, con i capelli lisci, gli occhi grandi e nerissimi e i lineamenti perfetti. Sembrava più grande dei suoi undici anni.
«Come ti chiami?»
«Andrea», rispose il ragazzino.
„Bene”, pensò Giovanna, „i cognomi non si usano”.
Con quell'inizio non sperava certamente di fare lezione, ma si augurava di poter almeno conversare su qualche argomento di loro interesse. Invece per lei, giovane supplente alla sua prima esperienza e nessuna predisposizione per l'insegnamento, il bello doveva ancora venire.
Andrea, dopo la dimostrazione di onnipotenza, non tornò al suo posto. Si diresse verso la finestra, l'aprì, salì sul davanzale e iniziò a passeggiarvi come se stesse nella strada principale del quartiere. L'aula era al secondo piano di un edificio piuttosto antico, pertanto, l'altezza rispetto al suolo era notevole.
Giovanna inorridì. Si precipitò verso Andrea per afferrarlo per una mano e farlo scendere, ma il ragazzo accennò a buttarsi di sotto. Col cuore in gola, ostentando una calma che non aveva, disse con voce decisa:
«Scendi, Andrea, per piacere.»
Forse furono le parole ‘per piacere’ con le quali, in certo qual modo, Giovanna gli riconosceva il suo ruolo di capo, a convincerlo. Scese e contemporaneamente, la campanella squillò: l'ora era finita!
Quel suono, alle orecchie di Giovanna, sembrò una melodia. Uscì dall'aula agitata. E divenne anche furiosa quando seppe dalle colleghe che Andrea in loro presenza non si era mai comportato così. Aveva voglia di piangere, sentimento piuttosto raro in una donna come lei molto più incline all'ira che al pianto.
La tentazione di rinunciare alla supplenza era fortissima. Tuttavia, non lo fece. Aveva sempre ritenuto che rinunciare a fare qualcosa significasse ammettere di non esserne all'altezza. Pertanto, il giorno dopo, alla prima ora, fu puntuale di nuovo in aula.
Appena Giovanna entrò, Andrea salì nuovamente sul cornicione e riprese il suo show. La donna non aveva molte nozioni di psicologia, ma capì che l'atteggiamento di Andrea era un modo per richiamare l'attenzione su di sé.
Con calma, questa volta reale, gli si avvicinò, lo prese per mano e lo guardò negli occhi:
«Scendi un momento, Andrea. Ho bisogno di parlare con te.»
Sorprendentemente il ragazzino obbedì. Si avvicinarono alla cattedra e, sempre guardandolo negli occhi e tenendogli la mano, gli disse lentamente:
«Sai benissimo che potresti cadere e morire, perché continui a camminare sul cornicione?»
«Io voglio morire.» Andrea scandì le parole lentamente, senza esitazione e con voce sicura.
«Perché desideri morire alla tua età?»
«Mia madre è morta e voglio morire anch'io.» Era serio ora e, per la prima volta, abbassò gli occhi.
Giovanna decise che sarebbe stato meglio parlargli come a un adulto. Raccolse le idee, prese fiato e continuò:
«Credo di capirti, probabilmente anch'io vorrei morire se dovessi perdere mia madre. Devo chiederti una cortesia però: se vuoi ucciderti, non farlo in classe quando ci sono io. Ho la responsabilità degli alunni, se tu muori, io vado in prigione. Pensi di potermi fare questo piacere?» Non aggiunse altro.
Andrea non rispose, rimase in silenzio, un silenzio che sembrò eterno. Non risalì sul cornicione, andò al suo posto, prese la sedia, la portò al lato della cattedra, si sedette e, guardando Giovanna con l'aria di sfida che gli era propria, affermò:
«Voglio stare qui non al mio posto.»
Lo sguardo di Giovanna fu di approvazione:
«Bene, ma non disturbare la lezione.»
I due mesi passarono abbastanza tranquillamente, con Andrea che richiamava all'ordine i suoi compagni quando era necessario. Si era ritagliato il ruolo di ‘secondo’.
La giovane non comprese il motivo di quel brusco cambiamento. Ipotizzò che l'avergli parlato come a un adulto, l'avergli dimostrato comprensione della sua voglia di morire, da quando doveva affrontare la vita senza la mamma, lo aveva convinto che lei era sincera. Nelle sue parole c'era stata vicinanza, non compassione per il povero orfano. Forse, per la prima volta, da quando viveva quella tragedia, gli era sembrato che qualcuno lo avesse capito davvero.
La supplenza terminò. Andrea fu promosso con buoni voti. Giovanna non ritornò in quella scuola, per la verità non entrò più in nessuna scuola.
Diventò ricercatrice, come desiderava. Non vide mai più Andrea. Ma lo pensò… oh, quanto lo pensò quando divenne madre: con rimpianto, con nostalgia, con apprensione per la strada che aveva seguito.
Pensava a lui ogni volta che accarezzava i suoi figli, ne calmava il pianto, ne raccoglieva le preoccupazioni, ne esaudiva i desideri.
Der Bub, der sterben wollte
Das wahre Verständnis ist jenes, das über die Vernunft hinausreicht und im Instinkt, im Herzen gründet.
Sie betrat die Klasse widerwillig. Unterrichten gefiel ihr nicht. Sie hatte das Ansuchen um eine Lehrervertretung fast nur auf Drängen der Freundinnen eingereicht. „Du hast eh' keine Arbeit. Vielleicht nehmen sie dich und du verdienst eine Kleinigkeit.“
In der Tat hatte Giovanna ihr Studium bereits vor vier Jahren abgeschlossen, hatte ihr Praktikum gemacht und arbeitete jetzt als Volontärin, praktisch unentgeltlich am Institut und träumte davon, dort ein Leben lang als Universitätsassistentin zu arbeiten.
Mittlerweile völlig unerwartet war die Beauftragung trotzdem eingetroffen. Zwei Monate, April und Mai, zum Schulschluss in einer Mittelschule in einem der am meisten vernachlässigten und kulturell weit zurückgebliebenen Viertel der Stadt, kein Spaß.
Sie war nahe daran abzulehnen. „Warum auch nicht?“, hatte sie sich dann gesagt, „es ist in jeden Fall eine Erfahrung.“
Ihr Betreten des Klassenraums schien nicht einmal wahrgenommen worden zu sein. Es war, als wäre ein Geist in der Klasse aufgetaucht. Der Radau ging ungestört weiter. Papier, Bleistifte, Beleidigungen flogen herum. Schüler stiegen auf die Schultische und gaben Vorstellungen nach dem Motto:
Giovanna war siebenundzwanzig, schien aber viel jünger zu sein. Sie stellte sich hinter das Lehrerpult und versuchte Ordnung zu schaffen. Sie musste schreien und damit drohen, den Direktor zu rufen, damit jemand sich herabließ ihr zuzuhören. Schließlich gingen die Schüler zu ihren Plätzen und waren ruhig, nicht etwa wegen ihrer Drohungen, sondern weil ein Schüler ihnen befohlen hatte aufzuhören.
Giovanna begriff sofort, dass er eine Art Boss war, der seine Ausstrahlung und seine unwidersprochene Macht auf die Klassenkameraden wirken ließ. Als die Ordnung wieder hergestellt war, sah sie der kleine Boss überheblich an und sagte zu ihr:
»Hast du’s gesehen?«, wie um zu betonen: „So macht man das!“
Giovanna beobachtete ihn aufmerksam. Er war sehr hübsch. Groß gewachsen für sein Alter, hatte braune,...




