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E-Book, Italienisch, 411 Seiten

Cep Ore disperate

L'ultimo processo di Harper Lee
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-225-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

L'ultimo processo di Harper Lee

E-Book, Italienisch, 411 Seiten

ISBN: 978-88-3389-225-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Negli anni Settanta, in un Alabama ancora attraversato dalle tensioni razziali, il reverendo afroamericano Willie Maxwell viene accusato di aver ucciso cinque membri della sua famiglia per incassare i soldi di altrettante polizze assicurative. Più volte processato, viene sempre assolto grazie all'astuzia del suo avvocato, un liberal e campione dei diritti civili. Finché, al funerale della sua ennesima vittima, uno dei parenti lo uccide con un colpo di pistola davanti a una folla di testimoni. A difendere l'assassino in tribunale sarà lo stesso avvocato che aveva fatto assolvere il reverendo. Una vicenda così clamorosa e controversa da richiamare l'interesse di Harper Lee, che torna nel suo stato natio con l'idea di scrivere la propria personalissima versione di A sangue freddo, il capolavoro dell'amico fraterno Truman Capote al quale aveva contribuito non poco, diciassette anni prima. Casey Cep ricostruisce l'intera vicenda, dalla sequenza di omicidi al processo, attraverso un lavoro di ricerca da grande reporter e, al tempo stesso, offre un ritratto profondo e commovente di una tra le scrittrici americane più lette e amate del Novecento e della sua lotta con il successo e i misteri della propria creatività, destinata a esaurirsi nella perfezione assoluta di un unico, grandissimo romanzo: Il buio oltre la siepe.

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1 Separare le acque dalle acque


Una certa quantità di acqua, come una certa quantità di tempo, può far sparire qualunque cosa. Cento anni fa, nel luogo attualmente occupato dal più grande lago dell’Alabama, c’erano valli e colline, e alcune comunità povere attorno a un piccolo fiume. Il fiume Tallapoosa nasce dove un torrente chiamato McClendon incontra un torrente chiamato Mud, al termine della loro discesa di 1100 metri dalle colline degli Appalachi georgiani fino all’Alabama orientale. Prima di essere arginato, il Tallapoosa continuò a scorrere da lì, scivolando lentamente verso il basso fino a incontrare il suo fratello più grande e più vivace, il fiume Coosa, vicino alla città di Wetumpka, dove i due corsi d’acqua convergevano nel fiume Alabama, che proseguiva verso ovest e poi verso sud fino a quando non si riversava nella Mobile Bay, e infine nel Golfo del Messico. Per 430 chilometri e per milioni di anni, il Tallapoosa continuò a scorrere così, genuflettendosi sereno nel suo percorso verso il mare.

A metter fine a tutto questo fu il potere. Il dominio sulla terra è stato concesso all’uomo dalla Genesi, ma cominciò ad attuarsi sul serio solo nel diciannovesimo secolo. I motori a vapore, l’acciaio e i vari tipi di combustione avevano fornito i mezzi necessari, e il destino manifesto le motivazioni. Nel giro di qualche decennio, l’umanità era arrivata a considerare la natura come sua nemica, in quella che il filosofo William James chiamava, con convinzione, «l’equivalente morale della guerra». Ciò era particolarmente vero nel Sud, dove una guerra vera e propria si era lasciata alle spalle una devastazione materiale e finanziaria, e aveva liberato gli schiavi e le schiave che costituivano il motore economico del paese. Non essendo più legittimati a soggiogare altre persone, i ricchi sudisti bianchi si concentrarono sulla natura. La natura selvaggia appariva ai loro occhi, nel peggiore dei casi, un pericolo mortale, brulicante di malattie e minacce di disastri, e nella migliore delle ipotesi un terribile spreco. Gli innumerevoli alberi avrebbero potuto essere trasformati in legna, le foreste in fattorie, le paludi malariche prosciugate in terreno utile, lupi e orsi e altri temibili predatori in tappeti, animali imbalsamati o piatti da portata. I fiumi, poi, perché mai dovevano oziare mentre gli uomini lavoravano? Come disse il presidente della Alabama Power Company, Thomas Martin: «Ogni fiume che ozia, lo fa a spese nostre».

All’inizio del secolo, l’energia idroelettrica era diventata la speranza del Sud, poiché le fabbriche che un tempo funzionavano grazie agli uomini e ai muli erano state meccanizzate, e nelle case in cui un tempo si utilizzavano candele e cherosene erano apparse le lampadine. All’improvviso, qualsiasi fiume al di sotto della linea Mason-Dixon veniva catalogato in termini di metri cubi al secondo e chilowatt all’ora. Nel 1912, alcuni ricognitori dell’Alabama Power presero in prestito una Winton Six da una donna del posto e guidarono lungo il bacino del fiume Tallapoosa, alla ricerca di un sito che potesse contenere una grossa diga. La loro scelta cadde su Cherokee Bluffs, una gola fiancheggiata da pareti rocciose di gneiss e granito di sessanta metri, materiale che si trovava anche lungo il letto del fiume. La posizione era ideale, tanto che altre compagnie elettriche avevano già provato a costruirvi una diga due volte. Il primo tentativo era stato fatto nel 1896, e fallì a causa di un’epidemia di febbre gialla, che aveva impedito ai finanziatori di fare sopralluoghi. Il secondo, nel 1898, fallì a causa dello scoppio della guerra ispano-americana, che rese i finanziatori restii a investire i loro soldi su un progetto di infrastrutture nel bel mezzo del nulla. Ma la Alabama Power arrivò a Cherokee Bluffs durante il boom dei primi anni del ventesimo secolo, quando finalmente si resero disponibili i finanziamenti necessari per riuscire ad acquistare la terra lì attorno.

Alcuni abitanti della zona vendettero volentieri. Convinti che il bacino si sarebbe fatto in ogni caso, e preoccupati per le malattie che avrebbero potuto infestarlo, furono felici di prendere i dodici dollari per acro che la società aveva offerto e di iniziare una nuova vita in una delle cittadine vicine. Ma altri combatterono contro la diga e tutte le imprese che si erano stabilite lungo il fiume, e nel 1926 portarono la loro battaglia fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Nella causa , la Corte Suprema riconobbe allo stato il diritto di sequestrare terreni di proprietari privati affinché diventassero di uso pubblico, attraverso l’esproprio per pubblica utilità, incluso il trasferimento a società elettriche. «Evitare lo spreco dei corsi d’acqua e ricavarne energia, fatica senza impegno, e risparmiare all’uomo il lavoro duro», scrisse il celebre giudice Oliver Wendell Holmes nel parere approvato all’unanimità dalla corte, «è fornire ciò che, accanto all’intelletto, costituisce il vero fondamento di tutte le nostre conquiste e del nostro benessere».

Per la compagnia elettrica si trattò di un buon risultato, ottenuto nel momento sbagliato. Poco dopo il verdetto, gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale, e il progetto di Cherokee Bluffs fu nuovamente accantonato, mentre uomini e soldi finivano all’estero. L’Alabama Power non avrebbe ripreso i lavori della diga fino a dopo l’armistizio, e la sua costruzione non iniziò fino al 1923. Quell’anno, arrivarono un centinaio di carpentieri per costruire il campo dove carbonai, cuochi, ingegneri, taglialegna, muratori, meccanici, segantini, disboscatori e supervisori avrebbero vissuto, mentre predisponevano il bacino e costruivano la diga. Al termine dei lavori, quasi tremila operai si trasferirono lì con le loro famiglie, trasformando temporaneamente Cherokee Bluffs in uno dei più grandi insediamenti della regione. Oltre agli alloggi distinti per i lavoratori bianchi e quelli neri, c’erano una panetteria, un barbiere, una caffetteria, una fabbrica di ghiaccio, una scuola, una sala ricreativa per i film e i servizi religiosi e un ospedale dove i dentisti estraevano i denti, i chirurghi facevano i raggi X e i bambini nascevano.

La cittadina era grande per l’Alabama, ma la diga era enorme sotto ogni punto di vista. Quando fu finita e gli argini furono chiusi, le acque che la riempirono coprivano circa centottanta chilometri quadrati – all’epoca, il più grande lago artificiale del mondo. Per la legge federale, ognuno di quei chilometri doveva essere ripulito da ogni albero che potesse interrompere il flusso dell’acqua, e per politica aziendale doveva essere ripulito anche da tutto il resto: ogni piccolo rametto e mattone che si trovasse lì per opera della natura o dell’uomo prima dell’arrivo della compagnia elettrica. I tremila operai cominciarono a spostare case, demolire granai, ricollocare mulini a carbone, esumare centinaia di corpi da una dozzina di cimiteri e reinterrarli altrove. Prima di ogni altra cosa, però, abbatterono gli alberi: pini a foglia corta, pini a foglia lunga, Loblolly, noci americani e querce. Quello che non poteva essere abbattuto veniva bruciato.

Seguirono squadre di muli, pale a vapore e una linea ferroviaria. Entro dicembre del 1923, la squadra aveva costruito lo scheletro e le pompe cominciarono a risucchiare l’acqua dalla gola, in modo che i muratori potessero costruire le basi della diga. Quando, due anni dopo, fu posta l’ultima pietra, durante una cerimonia alla quale parteciparono migliaia di persone, la diga era alta cinquanta metri e lunga seicento, un rapace di cemento con un’apertura alare larga quanto quella di Cherokee Bluffs. Fu battezzata diga Martin, in onore dell’uomo che aveva detto che i corsi d’acqua dovevano piantarla di oziare e mettersi al lavoro.

L’anno successivo, il 9 giugno del 1926, gli uomini e le donne che avevano partecipato a quella prima cerimonia tornarono a radunarsi mentre i cancelli della diga venivano chiusi per la prima volta e il fiume cominciava a invadere il terreno all’interno, formando il bacino che sarebbe diventato il lago Martin. L’acqua scorreva in solchi e piste, doline e squarci, fossati e canali; scorreva sopra fili d’erba, piante infestanti, granoturco, rotaie, e infine sulle cime di quei pochi alberi che erano stati risparmiati, per poi essere destinati ad affondare così in profondità nel lago che nessuno scafo li avrebbe mai sfiorati.

Tutto ciò accadde lentamente: goccia dopo goccia più che in un’inondazione, milioni di metri cubi d’acqua ricoprirono migliaia di chilometri quadrati di terra, tutto il giorno e tutta la notte, per settimane. I contrabbandieri di liquori ebbero il tempo di spostare le loro distillerie dalle conche alle zone più in alto, e le famiglie che avevano deciso di non cedere la loro terra continuavano a trascinare le loro vite sopra il livello dell’acqua. La gente prese a pescare nel lago artificiale non appena fu abbastanza profondo da ospitare spigole e orate, e i bambini ci nuotavano dentro, per poi riemergere con la pelle scivolosa a causa dell’argilla rossa contenuta nell’acqua che saliva. Gli agricoltori osservavano i meloni galleggiare; persone in gita sul lago non riuscivano a ritrovare il punto dove si erano imbarcate, tanto inesorabilmente cambiava la costa. Furono distribuite zanzariere e compresse di chinino a chiunque abitasse nel raggio di un chilometro dall’acqua stagnante, e venti barche attraversarono le nuove insenature e baie spruzzando insetticidi. Andò avanti così per mesi....



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