E-Book, Italienisch, 98 Seiten
Reihe: add saggistica
Chauvaud Storia della conchiglia pellegrina
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-338-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La sentinella dell'oceano
E-Book, Italienisch, 98 Seiten
Reihe: add saggistica
ISBN: 978-88-6783-338-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Della conchiglia di San Giacomo parla Aristotele, è il logo della compagnia Shell, è la conchiglia della Venere del Botticelli. Nel medioevo era molto diffusa in Bretagna e Galizia dove si trova il santuario di Compostela, i pellegrini ne prendevano una da mettere al collo o da appendere al bastone. Il libro di Chauvaud, biologo marino con il talento per il racconto, è la storia di una ricerca scientifica innescata dalla bellezza della natura, rilanciata dal caso, impreziosita dalla curiosità. Al centro c'è la conchiglia di San Giacomo, con i segreti della sua biologia e della sua chimica, il suo canto impercettibile. Nei suoi solchi un calendario biologico in cui il rosso vermiglio corrisponde agli inverni più freddi e l'amaranto a quelli più miti. Come ha imparato ad archiviare le informazioni sommerse nelle profondità del mare e del tempo, diventando la sentinella del nostro pianeta e dell'oceano? Questo libro è un viaggio di esplorazione in fondo al mare e il racconto di come il caso possa portare a scoperte inattese.
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LA BANCHISA IN BRETAGNA
La banchisa in Bretagna
All’inizio c’era il freddo. A febbraio del 1963 io non ero ancora nato, ma i giornali raccontano che l’inverno bretone era stato terribilmente lungo. Un’aria siberiana aveva sferzato l’Europa occidentale. Il mare aveva cominciato a ghiacciarsi nella baia di Daoulas e nel porto di Roscoff. Un mattino, in Bretagna era apparsa la banchisa, e la Corrente del Golfo non aveva potuto farci niente. L’acquario pubblico di Roscoff aveva registrato temperature polari nelle sue vasche d’acqua di mare.
Le immagini dell’epoca sono surreali: navi paralizzate dai banchi di ghiaccio, il mare pietrificato dal porto di Légué a quello di Dunkerque. Il «Télégramme de Brest» riferisce che a Saint Brieuc «i più coraggiosi e intrepidi si sono persino improvvisati esploratori polari e sono andati a passeggiare sulla banchisa che, sotto la torre di Cesson, impedisce completamente l’ingresso al porto». In altri punti, si sono ammassati “pancake” o “crêpe di ghiaccio”. Quando cozzano gli uni contro gli altri a causa del vento e dei cavalloni, i loro bordi si sollevano dando forma a un mosaico di dischi di ghiaccio marino. Con la bassa marea, questi “pancake” si sono depositati sulla spiaggia e il bacino ostreario di Auray si è ricoperto di uno strato di ghiaccio spesso quindici centimetri che ha intrappolato i pescherecci.
Nel numero 32 della rivista naturalistica «Penn Ar Bed» di quell’anno, il professor Albert Lucas descrive i danni sulla biodiversità in Bretagna: «Nella zona litoranea, a fine gennaio sono gelati sia l’acqua sia il sedimento marino. In questo modo gli animali che vivono nella sabbia sono rimasti congelati». Tra i crostacei sono morti numerosissimi esemplari di galatee, granchi vellutati, granciporri e granceole. Le conchiglie di San Giacomo hanno subìto gravi danni: alcune sono morte, altre si sono molto indebolite. Già impoverita dalla pesca intensiva, la riserva di conchiglie della rada di Brest è crollata. I pescatori, che erano abituati a scaricare oltre duemila tonnellate di conchiglie, a partire da quella Beresina1 dovettero accontentarsi di poche centinaia di tonnellate all’anno. Era appena morta un’area di pesca? O si trattava di un semplice incidente?
Dal momento che la risorsa restava al minimo, i pescatori bretoni si sono lanciati in un’inedita operazione di ripopolamento, aiutati da giovani e intrepidi scienziati. Sono stati i pescatori, negli anni Ottanta, a fare il primo passo. Usando reti finissime hanno raccolto grandi quantità di conchiglie allo stadio post larvale. Le hanno fatte crescere in nasse protette finché non sono state pronte per essere disseminate sul fondale. Nel frattempo, all’interno del laboratorio di zoologia dell’università della Bretagna occidentale, sotto la guida del professor Albert Lucas, gli scienziati sono riusciti a far riprodurre la conchiglia di San Giacomo. Collaborando con i colleghi del Centre national pour l’exploitation des océans (Centro nazionale per lo sfruttamento degli oceani) hanno avviato una produzione massiva di giovani conchiglie, dapprima in laboratorio, poi in un incubatoio per la schiusa nei pressi del porto del Tinduff (a Plougastel-Daoulas).
C’è stata una vera e propria rivoluzione, di portata paragonabile a quella degli esordi dell’agricoltura e dell’allevamento nel Neolitico. Secondo un modello cooperativo tra pescatori e scienziati, si è sviluppata una filiera di acquicoltura estensiva, che va dalla deposizione delle uova da parte degli esemplari adulti nello schiuditoio allo spargimento dei giovani pesci nella rada.
E così, quell’inverno rigido e inaspettato ha avuto due importanti conseguenze. Ha trasformato un tentativo di ripopolamento nell’invenzione di un’acquicoltura rivoluzionaria: i pescatori si sono messi a seminare conchiglie per raccoglierle in seguito, come fossero agricoltori. Poi ha sviluppato conoscenze inedite sul mollusco protagonista dei banchetti delle feste. Insomma, un evento meteorologico inedito si è rivelato una risorsa per pescatori e scienziati.
Biologia cellulare della riproduzione, genetica e fisiologia, nutrizione e bioenergetica, sviluppo larvale, tutto è stato preso in considerazione per elaborare questo corpus di conoscenze che doveva permettere di stabilire «le basi biologiche dell’acquicoltura». Albert Lucas è l’ideatore di questo lavoro pionieristico. All’alba degli anni Novanta, mentre il ripopolamento e l’acquicoltura estensiva della conchiglia di San Giacomo cominciavano a dare i primi risultati nella rada, le autorità territoriali bretoni hanno avviato il programma “RADA di Brest”, guidato dal professor Glémarec. Tra le tesi proposte, molte ci avrebbero permesso di capire meglio le relazioni tra la conchiglia di San Giacomo e il suo ambiente in un contesto di cambiamenti climatici.
Da oggetto di studio, la conchiglia di San Giacomo ha preso inaspettatamente lo status di strumento per lo studio dell’ambiente.
Dal canto mio, avevo voglia di fare una tesi in oceanografia biologica. Eravamo in diciassette a cominciare il dottorato. Nel 1993 la pesca della conchiglia di San Giacomo aveva un peso marginale, vista la scarsità della materia prima fornita dai pescherecci, tra le 200 e le 300 tonnellate l’anno. E tuttavia la conchiglia restava nel cuore dei bretoni come un patrimonio, un dono degli dèi, un po’ come la pioggia sulla rue de Siam della Barbara di Prévert o L’Ancre de miséricorde di Pierre Mac Orlan2.
All’inizio di questo lavoro l’esiguità delle riserve era la principale preoccupazione scientifica, rafforzata da una pesca che si concentrava soprattutto sulle conchiglie che avevano appena raggiunto la condizione di riproduttrici.
Avevamo solo qualche ipotesi per spiegare l’indebolimento della riserva di conchiglie di San Giacomo. Si poteva notare un naturale processo di oscillazione nel volume della popolazione. Per questi esemplari non è insolito che le buone annate si succedano a quelle cattive, come per il vino, i funghi e gli amori.
Naturalmente le condizioni meteorologiche sembravano essere le cause principali nel crollo della riserva del 1963.
Bisognava concentrarsi però anche su cause meno ovvie, legate per esempio a diversi tipi di inquinamento, per trovare la ragione di una presenza così esigua di conchiglie di San Giacomo.
La rada di Brest è una baia poco profonda, una “pozza” ricca di sali nutritivi. La Bretagna, infatti, è un’importante area di allevamento di suini, i cui liquami (solidi e liquidi) sono filtrati dall’acqua piovana nei fiumi del bacino idrografico della rada. I nitrati sversati si ritrovano così nelle acque correnti o si infiltrano nel suolo. I piccoli ruscelli alimentano i grandi corsi d’acqua, e i fiumi costieri come l’Aulne e l’Elorn forniscono alla baia le sostanze che rendono questo ecosistema fertile come una pianura cerealicola. Il risultato è la proliferazione di alghe, piccole e grandi, in acque troppo ricche di nitrati. Eppure, nonostante tutto questo colaticcio, la rada di Brest resiste. E non sta così male. L’ecosistema evita il peggio, perché le forti correnti di marea spingono i residui azotati al largo e impediscono lo sviluppo anarchico del fitoplancton.
All’inizio degli anni Novanta nuovi motivi di allarme preoccupano i ricercatori. All’epoca, per tingere gli scafi dei pescherecci viene utilizzato il tributiletano, un composto tossico e stabile. Diversi studi hanno constatato che questa molecola, risultato di sintesi chimiche, fa crescere organi riproduttivi maschili alle femmine delle Ocenebra erinaceus e stermina le Pyramidellidae, magnifiche lumachine.
Altro tipo di inquinamento: nei comuni di Poullaouën, Locmaria-Berrien e Huelgoat si trovano miniere di piombo argentifero, già sfruttate in epoca gallo-romana. Quella di Poullaouën, sul margine della via romana Carhaix-Morlaix, ancora oggi contamina le cozze e le ostriche della regione.
Fatto ancora più straordinario: due ricercatori, Coum e Hily, hanno dimostrato che una chiocciola di mare originaria della costa orientale degli Stati Uniti, la Crepidula fornicata, con ogni probabilità introdotta dall’ostricoltura, aveva invaso e cambiato profondamente la rada.
A completare il quadro, ecco lo zinco dei tetti di Brest, l’alluminio delle stazioni di depurazione, la regolare proliferazione di stelle marine e la minaccia delle efflorescenze di microalghe tossiche.
All’inizio degli anni Novanta la domanda era sempre la stessa: in questa lista nera, chi è responsabile del deterioramento dell’ecosistema al punto che la conchiglia di San Giacomo fatica a riprodursi nelle normali quantità?
All’epoca, nella rada di Brest, il ciclo vitale della conchiglia non era ancora stato studiato con un approccio ecologico. Le ricerche attuate per analizzare il suo ciclo vitale e l’acquicoltura erano del tutto scollegate da quelle mirate a capire il funzionamento e le derive dell’ecosistema.
All’università avevo studiato la mobilità degli spermatozoi di rombo, avevo mozzato teste di mucca in un mattatoio per recuperarne il cervello, cotto pneumatici alla Michelin, catalogato ostriche, ero stato custode del centro sociale nel...




