E-Book, Italienisch, 432 Seiten
Reihe: Narrativa
Cialente Ballata levantina
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-094-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 432 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 979-12-5480-094-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Rimasta orfana, Daniela arriva in Egitto e viene affidata alla nonna Francesca, ex ballerina, donna passionale e controversa che, come tanti italiani ed europei, a fine Ottocento si era stabilita in Medio Oriente per cercare una vita migliore. Con la morte della nonna la ragazza è costretta a trasferirsi presso Livia e Matteo, una coppia anticonformista che la introduce a una nuova dimensione politica. Intanto la situazione internazionale comincia a precipitare, e le vicende di Daniela si intrecciano con quelle della Storia. Ballata levantina rappresenta una delle vette più alte nella produzione narrativa di Fausta Cialente. Pubblicato per la prima volta nel 1961, è un romanzo storico che rende magistralmente la complessa ricchezza del mondo levantino: dalle contraddizioni borghesi del colonialismo in dissoluzione fino alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, raccontata attraverso le lotte degli antifascisti in Medio Oriente - che l'autrice, all'epoca speaker radiofonica al Cairo, visse in prima persona. Ma la storia di Daniela, tratteggiata con l'empatia profonda e riservata di Cialente, fa di questo libro anche un grande racconto di formazione sul difficile e incerto percorso di una ragazza che diventa donna. Daniela deve fare i conti con il bisogno di radici e riscatto, con la scoperta delle mille sfaccettature dell'amore e, più di ogni altra cosa, con l'indomito impulso di trovare la propria strada verso la libertà.
Autoren/Hrsg.
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Prefazione
di Emmanuela Carbé
Un lungo silenzio precede l’uscita nel 1961 di questo monumentale romanzo, con il quale Cialente acquista maggiore notorietà anche grazie a una delle finali più memorabili del premio Strega (arriva seconda, a un solo punto di scarto dal vincitore). Venticinque anni sono un tempo considerevole per una scrittrice: il romanzo precedente, , è infatti del 1936 (e ristampato nel 1953 con una splendida prefazione di Emilio Cecchi: “noi invidiamo quelli che lo leggeranno ora per la prima volta”); Cialente si trovava già allora in Egitto, dove si era stabilita nel 1921 dopo il matrimonio con Enrico Terni – tornerà in Italia nel 1947, raggiungendo la madre Elsa e la figlia Lionella.
A Cialente, lontana dalla letteratura per diversi anni, accaddero nel frattempo molte cose, come ricorda lei stessa in , il suo ultimo romanzo del 1976: “non ero più la scrittrice, avevo persino dimenticato d’esserlo stata, mi sembrava che non avrei più potuto perder tempo a ‘inventare storielle’, la crudeltà della guerra mi faceva vedere questo come la cosa più inutile del mondo. Avevo torto, ma così è stato”. Quegli avvenimenti sono descritti in presa diretta dal febbraio 1941, quando Cialente inaugura il primo di nove quaderni che compongono il suo Diario di guerra (1941-47), donato nel 1998 dalla figlia al Centro Manoscritti di Pavia: un documento prezioso che testimonia l’impegno della scrittrice e di molti altri italiani nella propaganda antifascista in Egitto, e non solo. Sfogliando le pagine del diario, tuttora inedite, si comprende come il suo silenzio così lungo sia anche stato letterariamente complesso, e su questo basterà rifarsi alle riflessioni che Roland Barthes affidava a nel 1979: “in breve, immagino che le pagine del mio Diario siano poste sotto gli occhi di ‘colui verso il quale guardo’, o sotto il silenzio di ‘colui cui parlo’. […] Il testo è anonimo, o almeno prodotto da una sorta di Nome di Battaglia, quello dell’autore. Il Diario no (anche se il suo ‘io’ è un nome falso): il Diario è un ‘discorso’ […] non un testo”.
Qualche mese prima di avviare il diario, Cialente era stata convocata al Gran Quartiere Generale britannico del Cairo per collaborare alle attività di propaganda, e in particolare alla nascente trasmissione radiofonica , che la scrittrice condusse fino al 1943. A fare il suo nome era stato Paolo Vittorelli, fondatore del gruppo egiziano di Giustizia e Libertà. Era il 18 ottobre 1940: l’incontro con le autorità britanniche è descritto in un breve abbozzo di romanzo intitolato provvisoriamente , progetto che Cialente concepisce nel 1946 per riprenderlo probabilmente sul finire degli anni Settanta, quando si stava affacciando un’ipotesi di pubblicazione di materiali provenienti dal diario. In quella prima riunione al Cairo, si legge in , Cialente conobbe il colonnello Thornhill, capo della sezione italiana dello Special Operations Executive, e un ufficiale che sarebbe presto diventato uno dei suoi più fidati amici e collaboratori, lo scrittore Christopher Sykes (qui celato sotto il nome di Peter), autore peraltro di un testo intitolato .
Se ampliamo il nostro sguardo, notiamo che in quegli anni di silenzio la scrittura dirama in molti rivoli, dai numerosi interventi per il negli anni Trenta fino alla direzione del giornale antifascista (1943-46), diventato poi (1946), e alle numerose collaborazioni giornalistiche avviate dopo il rientro in Italia. In questa prospettiva il diario è allora un fiume molto grande, un lungo e minuzioso “discorso” privato che rappresenta la più importante sinopia dei romanzi del Dopoguerra, specie di . Tra le pagine dei quaderni non mancano considerazioni sul mestiere di scrittrice, messo da parte per il necessario impegno civile imposto dalla guerra: “chi avrebbe potuto credere ciò quando non ero che una letterata! E come mi sembra, oggi, fredda e lontana, la letteratura!” appunta il 9 marzo 1942 dopo aver concluso con soddisfazione una trasmissione radiofonica. Pochi mesi dopo, a dicembre, alcuni amici stanno leggendo il suo romanzo d’esordio, , e Cialente nel diario si chiede stupita come sia possibile pensare ai libri in tempo di guerra. Ma è proprio questo piccolo episodio che la induce a ritornare al primo romanzo e a , non senza commozione: “mi è sembrato di rincontrare una persona che non vedo da molto tempo e che pure conosco tanto bene: la persona che è stata capace di faticare su quelle pagine […]. Forse non è stato inutile” (28 dicembre 1942).
Ci si può dunque domandare se il fallito progetto narrativo del 1946, , non abbia spinto la scrittrice a tentare un’impostazione narrativa diversa e di ben maggiore respiro, forse più consona ai suoi strumenti prediletti per la prosa romanzesca, caratterizzata da uno spettro di stili variegato e da progressive virate, che dal lirismo poetico possono passare fino alle descrizioni più tragiche, crudeli, o all’estremo opposto ironiche (opportunamente Alfredo Giuliani, in una recensione alle , consigliò ai lettori di non credere che la scrittura di Cialente fosse solo una “prosa all’uncinetto”). Dopo il rientro in Italia si colloca allora la lunga elaborazione di , un romanzo ambizioso che abbraccia periodi storici densi di eventi, dalle vicende degli ultimi decenni dell’Ottocento sino a quelle della Seconda Guerra Mondiale, qui raccontate in particolare dalla specola levantina.
Il romanzo, insieme a , ha rappresentato per Cialente il banco di prova più importante come scrittrice. Lo racconta in un’intervista dell’ottobre 1976 a Claudio Toscani per il : “ è certamente il mio libro più felice e che più mi somiglia, oggi ancora. […] è come un sipario che si alza, i personaggi entrano in scena e vi si recitano le loro parti. La stessa cosa potrei dire per che, a sua volta, considero il mio libro meglio realizzato. Non mi sembra d’aver mai fatto della ‘prosa d’arte’, che davvero non mi sarebbe naturale. Ho lavorato su memorie autentiche, mie e di altri, lasciandole decantare quel tanto che le rendessero più limpide o essenziali”.
Queste memorie opportunamente trasformate in materia romanzesca mostrano mondi in dissolvenza e altri emergenti. La protagonista Daniela si muove su questi piani spazio-temporali a cavallo tra l’antico e il moderno, mentre sullo sfondo si assiste al completo disfacimento del mito della vita coloniale levantina. Daniela è un’orfana arrivata dall’Italia, la sua casa è allora ricostruita per tentativi con il poco che ha a disposizione: “uno dei miei giochi preferiti era quello di fingere di essere io stessa la casa: mi toccavo il petto sotto le coltri, dicendomi ch’era la facciata esposta a mezzogiorno; premevo la schiena contro il materasso, ed era invece il lato nord, con la gradinata e le verande di legno; mi toccavo un fianco – il lato ovest, con la serra e le vasche per innaffiare, – poi l’altro fianco, il lato est, che aveva nel muro di cinta il portoncino” (pp. 27-28). In questo percorso di formazione simbolico è con lo sguardo sempre rivolto verso l’altro che si recuperano i materiali più disparati: le memorie faticosamente ritrovate attraverso il mosaico di racconti di chi la circonda, le esperienze amorose (più attentamente osservate, prima che vissute) e l’occhio sempre vigile che scruta i più diversi e sfaccettati caratteri umani, talvolta vittime di disparità e ingiustizie sociali. Infine l’arrivo della guerra, in cui ogni destino, nel bene e nel male, è una faccenda che fa parte di una storia collettiva.
Nel 2003 il romanzo fu ripubblicato da Baldini&Castoldi: l’edizione era accompagnata dalla prefazione di Franco Cordelli (“Il suo meraviglioso comunismo”), uno dei più lucidi e intensi contributi scritti su Cialente. “Quando la incontrai”, ricorda Cordelli, “parlammo per un pomeriggio, non so assolutamente perché le avessi chiesto d’incontrarla, mi offrì un tè, eravamo seduti su due poltrone, o su una poltrona e un divano, mi disse che stava leggendo Proust per la sesta volta. Questa fedeltà mi colpì oltre misura, tanto da cancellare ogni altro ricordo. Credo fosse uno degli ultimi anni Settanta; o dei primi. Oggi, a distanza di tanto tempo, mi colpisce la quantità, chiamiamola così, dell’oblio”. I romanzi di Cialente, lo si è detto da più parti, hanno avuto nel corso dei decenni fortune alterne, con cicliche riscoperte seguite da periodi di distratta dimenticanza. Grazie al lavoro di molti studiosi e a meritevoli iniziative editoriali possiamo forse iniziare a credere che la scrittrice abbia ritrovato il posto che merita.
Per Cialente deve aver costituito un percorso faticoso e difficile, partito da un immenso bagaglio di...




