Clementoni | Il Punto D'Impatto | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 186 Seiten

Clementoni Il Punto D'Impatto

Le Forme Della Colpa
1. Auflage 2026
ISBN: 978-88-354-8506-3
Verlag: Tektime
Format: EPUB
Kopierschutz: 0 - No protection

Le Forme Della Colpa

E-Book, Italienisch, 186 Seiten

ISBN: 978-88-354-8506-3
Verlag: Tektime
Format: EPUB
Kopierschutz: 0 - No protection



Tre incidenti mortali. Tre scene plausibili. Nessun legame apparente. Ma Nathan Cross sa riconoscere quando una morte è stata costruita per sembrare un errore.

Insieme all'agente Maya Bennett, Nathan segue una scia che attraversa vecchi fascicoli, consulenze assicurative, percorsi post-trauma e memorie che non hanno mai smesso di sanguinare. Qualcuno sta scegliendo sopravvissuti segnati dal senso di colpa e li sta spingendo verso una seconda collisione, più precisa, più crudele, definitiva.

Per fermarlo, Nathan dovrà entrare in un territorio dove la violenza non colpisce il corpo per prima, ma il punto esatto in cui una persona ha smesso di perdonarsi. E quando il caso comincerà a sfiorare anche il suo passato, la distanza tra indagine e ossessione diventerà pericolosamente sottile.

Il Punto d'Impatto è un thriller teso e oscuro sul peso della sopravvivenza, il potere della memoria e le ferite che qualcuno impara a usare come armi.

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Capitolo 1


La strada sembrava più stretta di come la ricordava.

Non era cambiata davvero. Erano cambiati il buio, l’ora, la temperatura dell’aria che entrava a scatti dalle bocchette difettose, e soprattutto il modo in cui Dana Mercer teneva le mani sul volante: troppo in alto, troppo rigide, come se guidare non fosse un gesto automatico ma una negoziazione continua con qualcosa che aspettava il momento giusto per riprendersela.

La contea si sfilava accanto ai fari in una sequenza di alberi neri, cartelli scoloriti e fossi bassi pieni d’acqua piovana. Era una di quelle strade secondarie della Virginia che di giorno non significano niente e di notte sembrano ricordare tutto. Dana conosceva quella curva. O meglio: conosceva la famiglia di curve a cui apparteneva. Strade così erano tutte uguali quando ti restavano dentro abbastanza a lungo.

Abbassò il volume della radio. Una voce stava parlando di una chiusura sulla 95, poi di sport, poi di pubblicità farmaceutiche. Non voleva parole umane. Non quella sera.

Aveva finito tardi. Aveva salutato le ultime due colleghe con un sorriso meccanico e una bugia corta —  — e aveva aspettato qualche minuto prima di uscire dal parcheggio, come se il ritardo potesse spostare il peso della giornata. Niente lo aveva spostato. 

Sul sedile del passeggero c’era la borsa. Sopra la borsa, una busta marrone piegata in due.

Non l’aveva aperta in ufficio. L’aveva vista sulla scrivania alle cinque e tredici, infilata tra una richiesta di rimborso e il catalogo di un fornitore medico. Niente francobollo. Niente mittente. Solo il suo nome, scritto in stampatello ordinato.

L’aveva messa via senza pensarci. O almeno così si era detta.

La macchina prese una vibrazione leggera mentre l’asfalto cambiava tessitura. Dana sentì la gola chiudersi per un istante. Conosceva anche quella sensazione: il corpo che decide prima della mente. Una stretta secca, un avvertimento senza frase.

Guardò di lato. La busta sembrava essersi spostata di qualche centimetro.

Sciocca. Era solo scivolata.

Allungò una mano senza staccare troppo gli occhi dalla strada. Toccò la carta. Fredda. Più pesante di quanto dovesse essere una busta vuota.

La riportò sulle ginocchia e guidò con una mano sola per alcuni secondi. Poi infilò l’indice sotto il lembo già aperto.

Dentro c’era una fotografia.

Non la tirò fuori subito. Vide prima il bordo lucido, poi il bianco di una porzione bruciata dal flash, poi un triangolo di parabrezza in frantumi.

Smise di respirare.

La foto le cadde sulle cosce.

Per un secondo non fu più nella sua auto, sulla county road, in una sera di marzo umida e senza stelle. Fu altrove. In un odore preciso. Benzina. Tappetino bagnato. Plastica calda. Il suono impossibile del vetro che continua a cadere anche dopo essersi già rotto tutto.

No.

Scosse la testa una volta, come per liberarsi di una goccia nell’orecchio. I fari agganciarono il cartello della curva con un riflesso lattiginoso.

Sulla fotografia si vedeva una berlina grigia finita di lato contro un guardrail piegato. L’immagine era vecchia, stampata male, ma non tanto da nascondere il dettaglio che contava: il seggiolino da bambino sul sedile posteriore.

Dana lasciò andare un verso che non arrivò a farsi parola.

“Dio.”

Il guardrail davanti a lei cominciava già a correre nel cono dei fari. La curva apriva a destra, larga il giusto per illudere e chiudersi due metri dopo.

Lei frenò troppo presto.

Le ruote presero il bordo umido. Il volante si alleggerì, poi divenne duro. Dana lo strinse con entrambe le mani. La fotografia scivolò sul pavimento. Per un istante vide il sedile posteriore nello specchietto e non fu il suo: vide un pupazzo con un orecchio strappato, un cappottino rosso, una bocca che non stava più parlando.

Il clacson di un pickup dietro di lei esplose come un colpo.

Dana sterzò di riflesso.

La macchina sbandò. Il posteriore partì verso sinistra, il muso corresse troppo, poi troppo poco. La ruota anteriore urtò la base metallica del guardrail e il mondo cambiò asse.

Il primo impatto non fu il peggiore. Il peggiore fu il secondo, quando l’auto si piegò contro la barriera e tutto quello che non era fissato divenne proiettile, ricordo o rumore.

Dopo, restò solo un fischio sottile.

Poi il motore tossì una volta e si spense.

Dana Mercer rimase immobile, con la testa inclinata verso il finestrino e gli occhi aperti su una porzione di notte che non somigliava a niente.

A cinquanta metri da lei, la fotografia sul tappetino si era piegata in due lungo la linea bianca del guardrail stampato.

Quando Nathan Cross arrivò sulla scena, l’odore del radiatore caldo si era già mescolato a quello della terra smossa e del caffè in bicchieri di cartone.

Erano quasi le tre del mattino. Le luci di emergenza coloravano la curva a intermittenza, blu e rosso sulle pozzanghere, sulle divise, sul metallo contorto. Una pioggerella sottile cadeva abbastanza piano da sembrare vapore. Nathan parcheggiò il suv federale dietro due auto della contea, spense il motore e restò fermo un paio di secondi con le mani sul volante.

Dormire due ore non era tecnicamente dormire. Era una pausa biologica con pretese eccessive.

“Che faccia allegra,” disse Maya Bennett quando aprì lo sportello dal lato passeggero.

Nathan uscì. “La tua è peggio. Mi conforta.”

“Sto facendo il possibile per tenerti di buon umore.”

“Non esagerare. Potrei affezionarmi.”

Maya chiuse il suo sportello con il fianco, il bavero della giacca già umido di pioggia. Portava i capelli raccolti male, in quel modo che sembrava casuale ma resisteva a tutto. Aveva in mano un tablet, una cartellina plastificata e un bicchiere di caffè che non offrì a Nathan. Lo conosceva abbastanza da sapere che se l’avesse fatto lui avrebbe preso il bicchiere, bevuto, detto che faceva schifo e poi glielo avrebbe restituito mezzo vuoto.

L’assistente dello sceriffo locale li vide arrivare e assunse immediatamente l’espressione di chi teme una complicazione federale. Uomo sui cinquanta, impermeabile beige, baffi tristi. Si presentò come Deputy Collins. Nathan si presentò a sua volta senza sorridere, e Collins capì in fretta che non era il tipo di agente con cui fare folklore territoriale.

“Donna, quarantadue anni,” disse Collins. “Dana Mercer. Morta sul colpo o quasi. Per ora sembra perdita di controllo sul bagnato.”

Nathan guardò la curva, il guardrail, la posizione dell’auto, la carreggiata.

“Per ora,” ripeté.

Collins annuì, forse già sulla difensiva. “Abbiamo chiamato l’FBI perché Richmond ha segnalato una possibile analogia con due incidenti recenti. Ma se mi chiede cosa vedo qui, vedo una donna agitata che entra male in curva.”

Nathan inclinò appena la testa. “Ottimo. Io vedo una donna agitata che entra male in curva e qualcuno che forse si è preso il disturbo di far sì che fosse agitata proprio qui.”

Collins non rispose subito. Maya intervenne prima che il territorio diventasse una gara di testosterone con torce elettriche.

“Abbiamo accesso completo alla scena?” chiese.

“Sì.”

“Catena di custodia?”

“Registrata.”

“Telefoni, borsa, effetti personali?”

“Nel vano mobile del ME team. La borsa era sul sedile passeggero.”

Nathan si voltò verso l’auto. Il lato del conducente era una bocca di metallo arricciato. Il parabrezza era stellato, ma non completamente collassato. Una parte del cruscotto era rientrata. Lui si avvicinò senza fretta, fermandosi appena fuori dal nastro.

“Ha già visto il sedile posteriore?” chiese a Collins.

L’uomo esitò. “Sì.”

“E?”

“Niente di speciale.”

Nathan fece un piccolo gesto con la mano. “La frase che precede sempre una perdita di tempo.”

Si piegò quel tanto che bastava per guardare meglio dentro. Sul sedile posteriore non c’era niente di macroscopico. Coperta ripiegata, una bottiglia d’acqua vuota, briciole, una giacca. Ma il modo in cui la coperta era stata lasciata attirò la sua attenzione. Non per ciò che era. Per ciò che suggeriva.

“Lei ha figli?” chiese Collins, forse senza capire perché.

“Non facciamo questo gioco,” disse Nathan.

Maya era già dietro di lui. “Che vedi?”

Nathan indicò la coperta. “È piegata male per essere casuale e troppo bene per essere buttata lì.”

Maya guardò. “Sembra la base di un seggiolino.”

“Appunto.”

Collins sbuffò piano. “O sembra una coperta.”

Nathan annuì. “Sì. Molte cose sembrano molte cose. È il motivo per cui ci pagano, Deputy.”

Maya si allontanò verso il tavolo mobile dove gli effetti personali venivano inventariati. Nathan la lasciò fare. Lavoravano insieme da abbastanza tempo da non dover più commentare la divisione dei movimenti: lui entrava nel disegno, lei nelle connessioni. Quando il caso era buono, le due linee si incontravano. Quando era cattivo, una salvava l’altra.

Collins si schiarì la gola. “Le altre due vittime non erano su questa strada.”

“No,” disse Nathan. “Ma erano su strade dove non dovevano trovarsi proprio in quel momento?”

“Una sì. L’altro non sappiamo.”

“Bene. Così possiamo cominciare a fingere che sia un caso.”

Il deputy fece una faccia incerta, come se non avesse capito se l’avevano insultato. Con Nathan era una zona grigia...



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