E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Clementoni La Quarta Vittima
1. Auflage 2026
ISBN: 978-88-354-8524-7
Verlag: Tektime
Format: EPUB
Kopierschutz: 0 - No protection
Le Forme Della Colpa
E-Book, Italienisch, 224 Seiten
ISBN: 978-88-354-8524-7
Verlag: Tektime
Format: EPUB
Kopierschutz: 0 - No protection
Quattro donne scompaiono in una sola notte, in quattro città diverse, senza un legame apparente.
Per Nathan Cross e Maya Bennett non è un caso di rapimenti come gli altri: ogni vittima è collegata a vecchi fascicoli contaminati, testimonianze marginali e passaggi amministrativi che qualcuno ha cercato di cancellare.
Più l'indagine affonda nei sistemi di archiviazione e nelle catene di custodia, più emerge una verità inquietante: c'è chi non si limita a nascondere il dolore, ma lo studia, lo conserva e lo trasferisce.
Quando il nome di Laura Cross riemerge da un archivio che non avrebbe mai dovuto esistere, il caso smette di essere soltanto operativo e diventa personale.
Da quel momento l'indagine cambia faccia. Perché questa volta il bersaglio potrebbe non essere solo la quarta vittima.
Potrebbe essere lui.
La Quarta Vittima è un thriller teso, oscuro e magnetico, dove ogni prova apre una ferita e ogni risposta ha un prezzo.
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Capitolo 1
La chiamata arrivò alle 3:17.
Nathan Cross era sveglio da almeno un’ora, ma non stava facendo nulla che si potesse definire utile. Sedeva al tavolo della cucina con una tazza di caffè ormai freddo e il portatile aperto su una schermata che aveva smesso di leggere da dieci minuti. Sullo schermo c’era l’indice parziale estratto dal dump Moyer: una colonna di sigle, numeri, riferimenti incrociati, tag incompleti. In mezzo, una nota secca che continuava a tornargli in mente come una scheggia sotto pelle.
Il telefono vibrò una sola volta.
Nathan rispose senza guardare il nome.
«Cross.»
Dall’altra parte ci fu un secondo di rumore, poi arrivò la voce di Maya Bennett. Sveglia, lucida, già al lavoro.
«Quattro sparizioni.»
Nathan si raddrizzò appena. «Stessa città?»
«Quattro città.»
Quello bastò.
«Dimmi.»
«Baltimore. Harrisburg. Wilmington. Newark. Tutte tra le 23:40 e l’1:15. Donne adulte. Nessun collegamento evidente. Due case forzate senza segni di colluttazione. Un parcheggio sotterraneo. Un motel vicino all’autostrada.»
Nathan prese il taccuino, ma non scrisse nulla. Con Maya non serviva. La prima versione non era quasi mai quella definitiva.
«Età?»
«Da trentadue a cinquantuno.»
«Profili?»
«Ancora sporchi. Una contabile, una commessa, un’insegnante supplente, un’infermiera amministrativa.»
«Troppo diverso.»
«Sì.»
«Perché ci hanno chiamati così presto?»
«Perché i tempi coincidono troppo bene. E perché qualcuno al bureau dei minori e dei crimini contro la persona ha ancora abbastanza immaginazione da spaventarsi quando vede quattro punti su quattro mappe.»
Nathan si alzò e prese la giacca dallo schienale della sedia. «Hai qualcosa che non mi stai ancora dicendo.»
«Sì.»
Una pausa.
«Ho fatto girare i primi nomi in una ricerca sporca sui fascicoli chiusi e sulle testimonianze accessorie.»
Nathan rimase immobile con una manica a metà. «Accessorie quanto?»
«Marginali. Verbali secondari. Deposizioni brevi. Identificazioni deboli. Presenze in procedimenti poi archiviati. Tutte e quattro compaiono, in anni diversi, dentro casi che hanno avuto passaggi amministrativi anomali.»
Lui infilò la seconda manica. «Anomali come?»
«Assorbimenti, trasferimenti senza logica, allegati mancanti, indicizzazioni incoerenti. Roba da ufficio, all’apparenza.»
«All’apparenza.»
«Già.»
Nathan chiuse il portatile. La schermata sparì, ma la frase restò dov’era.
«Dieci minuti.»
«Sono già sotto casa tua.»
Nathan aprì la porta e sentì l’aria fredda del corridoio del palazzo. «Questo è inquietante persino per te.»
«No. Inquietante è che io abbia già preso il tuo caffè preferito e tu me ne sia grato.»
Scese le scale senza usare l’ascensore. Da qualche anno, gli spazi chiusi verticali gli davano fastidio in un modo che non raccontava a nessuno. Non era paura. Era memoria con un altro nome.
Maya era al volante della berlina non contrassegnata. Capelli legati male, occhi puliti, niente trucco, una cartellina piena di fogli e un bicchiere di caffè infilato nel portabicchieri centrale. Quando Nathan entrò in auto, lei gli porse l’altro senza guardarlo.
«Zucchero zero» disse.
«Continui a trattarmi come un uomo prevedibile. Un giorno mi offenderò.»
«Quel giorno lo segnerò a verbale.»
Partirono nel traffico sporco dell’alba, quello fatto di camion nervosi, semafori stanchi e persone che avevano già perso qualcosa prima ancora di arrivare in ufficio.
Maya gli passò le prime schede stampate.
«Le vittime.»
«Possibili vittime.»
«Una è sparita da un parcheggio in cemento con tre telecamere cieche nello stesso intervallo di dodici minuti. Una da casa sua, con la porta richiusa e l’allarme disattivato dal pannello interno. Una dal retro di un motel, dove il gestore ricorda un furgone per consegne che non appartiene a nessuno. Una da un’abitazione dove il vicino ha sentito un colpo, ma potrebbe essere stato il cassonetto. Per me sono vittime.»
Nathan sfogliò.
Donna uno: Elise Ward, quarantasette anni, Baltimore. Contabile freelance, divorziata, un figlio adulto in Colorado. Nessun precedente. Nessuna esposizione mediatica.
Donna due: Marlene Adams, cinquantuno, Harrisburg. Impiegata in una clinica privata per pratiche assicurative. Vedova. Una sorella residente a York.
Donna tre: Tessa Bloom, trentadue, Newark. Insegnante supplente, due traslochi in tre anni, una denuncia per stalking contro un ex archiviata per insufficienza di prove.
Donna quattro: Irene Caskill, quarantuno, Wilmington. Addetta alle vendite in un negozio di articoli per la casa, viveva con la madre malata.
«Perché queste?» chiese Nathan.
Maya tenne gli occhi sulla strada. «Per ora posso dirti perché non sono casuali.»
«È un inizio elegante per delle cattive notizie.»
«Tutte e quattro hanno lasciato una traccia testimoniale in procedimenti finiti male.»
«Male in che senso?»
«Scomparsi dentro la macchina.»
Nathan la guardò. «Traduci.»
«Gente che testimonia una cosa piccola. Riconosce una targa. Conferma un orario. Firma un modulo. Identifica una voce. Poi il procedimento cambia livello, cambia ufficio, cambia priorità, cambia nome al problema. E quella traccia resta. Piccola, ma resta.»
Nathan sfogliò più lentamente. «Quindi qualcuno sta recuperando persone usate come chiavi.»
Maya annuì appena. «È la mia ipotesi.»
«Sulla base di?»
Lei gli porse un foglio separato. Era una stampa grezza ricavata dal dump Moyer: stringhe spezzate, colonne di metadati, nomi parziali oscurati, riferimenti geografici. Una riga era evidenziata a penna.
Sotto, la nota:
Nathan fissò la frase per qualche secondo. «La parola continuazione mi piace sempre meno.»
«A me non piace succession.»
«Perché implica che il testimone non conta come persona. Conta come funzione.»
«Esatto.»
Rimasero in silenzio abbastanza a lungo da lasciare entrare il rumore della città.
Nathan guardò di nuovo le schede. Le foto delle quattro donne erano normali nel modo in cui lo sono tutte le persone prima che qualcuno decida di farle uscire dalla loro vita. Una sorrideva nella foto del badge aziendale. Una aveva l’aria di chi odiava farsi fotografare. Una portava un cappotto troppo leggero. Una guardava oltre l’obiettivo, come se avesse già altro da fare.
«Sai cosa penso?» disse.
«Che il caffè è indegno.»
«Quello lo penso sempre. Penso che il rapimento simultaneo sia un messaggio.»
«Anche io.»
«E i messaggi simultanei non servono a nascondersi. Servono a forzare attenzione.»
Maya cambiò corsia. «O a testare i tempi di risposta.»
Nathan voltò il capo verso di lei. «Questo suona troppo come loro.»
«Già.»
Lo disse senza enfasi, ed era uno dei motivi per cui lui lavorava bene con lei. Maya non aveva bisogno di caricare il peso delle cose per farle pesare.
Quando arrivarono all’ufficio operativo temporaneo allestito con task force locali e federali, il posto aveva già l’odore tipico dei casi brutti: caffè bruciato, toner, pioggia sui cappotti e tensione tenuta bassa per non spaventare i presenti.
Sulle pareti erano già appese mappe stampate delle quattro città, linee di percorrenza, orari, finestre temporali, fotografie. Troppo ordine all’inizio è sempre una forma di superstizione, pensò Nathan. Come se allineare i fogli potesse convincere il caos a collaborare.
Li raggiunse l’agente speciale in carica locale, Dennis Rourke, un uomo con l’aria di chi dormiva in ufficio da tre giorni e considerava la cosa una virtù.
«Cross. Bennett. Grazie.»
Nathan guardò la parete. «Dite tutti così quando la situazione è già peggiorata.»
Rourke non sorrise. «Una delle scene ha restituito fibre industriali. In un’altra abbiamo un transponder spento per sette minuti in un garage. C’è un possibile mezzo commerciale. Nessuna richiesta di riscatto, nessuna rivendicazione, nessuna connessione familiare o finanziaria.»
«E quindi state sperando che io abbia una cattiva intuizione» disse Nathan.
«Stiamo sperando che ne abbiate una utile.»
Maya si avvicinò al tavolo centrale. «Abbiamo una possibile connessione documentale tra le quattro.»
Rourke la guardò subito. Succedeva spesso. Nathan entrava in una stanza e la presenza si imponeva da sola; poi Maya parlava e la stanza cambiava gravità.
«Spieghi.»
Lei appoggiò le schede una accanto all’altra.
«Elise Ward compare come testimone di supporto in un sinistro mortale con successivo contenzioso civile. Marlene Adams firma e convalida una trasmissione documentale in una revisione assicurativa finita dentro un arbitrato mai concluso. Tessa Bloom identifica in modo parziale un uomo uscito dal retro di un tribunale di contea in un caso per falsa testimonianza poi archiviato. Irene Caskill rilascia un verbale minimo su una scatola di fascicoli lasciata per errore in un esercizio commerciale dove lavorava anni fa.»
Rourke sbatté le palpebre. «Mi sta dicendo...




