E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Cole A veil of vines
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5517-167-6
Verlag: Always Publishing
Format: EPUB
Kopierschutz: Adobe DRM (»Systemvoraussetzungen)
E-Book, Italienisch, 272 Seiten
ISBN: 979-12-5517-167-6
Verlag: Always Publishing
Format: EPUB
Kopierschutz: Adobe DRM (»Systemvoraussetzungen)
Tillie Cole viene da un paesino del nord-est dell'Inghilterra. Cole scrive romanzi rosa di vario genere che stanno riscuotendo successo in tutto il mondo. Dal 2022 il suo Dammi mille baci si è trasformato in un fenomeno del BookTok in particolare in Italia, dove l'ha portata in cima alle classifiche di vendita per due volte, fino a divenire il terzo libro più venduto nel nostro Paese per l'anno 2023. Il romanzo diventerà presto un film su Netflix. Di Tillie Cole Always Publishing ha pubblicato anche Mille pezzi del mio cuore, Sulle note di noi due, Sweet Home, Sweet Rome, Sweet Fall e i primi volumi della serie dark Hades Hangmen Styx. Per te solo io, Kyler. La tua salvezza sarò io e Flame. Il tuo rifugio sarò io.
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3
Maria, la mia segretaria, si alzò dalla sua poltroncina proprio mentre io uscivo dalla camera da letto per entrare nel soggiorno. Ero a Bella Collina da tre giorni, durante i quali avevo provato un numero infinito di abiti da sera e partecipato a pranzi di gala con gli aristocratici della zona umbra, anche se non molti risiedevano così lontano da Firenze. E ancora nessuna notizia del principe Zeno.
Quando Maria mi vide con i leggings da corsa e una maglietta nera a maniche lunghe, aggrottò le sopracciglia. Tenevo i capelli raccolti in uno chignon alto e neppure un filo di trucco sul viso.
«Sento la necessità di uscire da questa casa» dichiarai, sedendomi per allacciare le scarpe da ginnastica. «Ho bisogno di andare a correre all’aria aperta.»
«Molto bene, duchessa.» Maria raccolse le sue cose. «Se fossi in voi, rimarrei nei sentieri del giardino. È iniziata la vendemmia e i filari sono affollati.»
Annuii e mi diressi verso la porta, ma Maria mi seguì. «Starò via per i prossimi giorni. C’è bisogno di me ad Assisi. Non avete impegni urgenti fino al primo pranzo con le signore.» Mi rivolse un ampio sorriso. «Troverete il tempo per rilassarvi e conoscere meglio la tenuta. I terreni sono bellissimi e scoprirete molti scorci interessanti.»
«E il principe?» chiesi, più per dovere che per reale interesse.
Maria scosse la testa. «Oggi ha dovuto recarsi a Torino. Non so quando tornerà.» Mi posò una mano sul braccio. «Suo padre era uno stacanovista. Vi consiglio di prepararvi all’idea che anche il figlio sia così.»
Raggiungemmo le porte principali e uscimmo nell’aria frizzante d’autunno. Maria mi baciò sulle guance, poi si congedò.
Lanciai un’occhiata ai vialetti e decisi di imboccare quello alla mia sinistra, verso il bosco. Accesi il telefono, infilai gli auricolari e lasciai che i ritmi incalzanti della playlist da corsa mi riempissero le orecchie. Spinsi i piedi a muoversi il più velocemente possibile, mentre il cuore mi martellava nel petto per l’adrenalinica libertà della corsa.
Ripensai a ieri. Maria mi aveva dato una pila di brochure patinate da esaminare. Non c’era ancora stata una proposta formale, nessun anello di fidanzamento, eppure i preparativi per il matrimonio erano già in corso.
Corsi e corsi finché il sentiero non terminò. Si snodava ad anello, tentando di riportarmi alla villa, ma non ero ancora pronta. Guardai oltre il tracciato. Davanti a me si estendevano solo filari di viti.
All’improvviso, un lampo di memoria della mia infanzia mi travolse. Stavo correndo tra i vigneti della mia casa a Parma, con le foglie che a ogni falcata baciavano le mie dita tese. Ripresi il passo e mi lanciai attraverso i filari di vite, inclinando la testa all’indietro per sentire il sole di mezzogiorno scaldarmi la pelle.
Una canzone dopo l’altra, continuai a correre, i miei piedi veloci seguivano il ritmo della musica. Corsi così tanto che quando mi fermai per riprendere fiato e mi guardai intorno, mi resi conto che non avevo alcuna idea di dove mi trovassi.
Tolsi le cuffie dalle orecchie e cercai di mettermi in ascolto. Potevo sentire i rumori della vendemmia in lontananza, ma nulla nelle vicinanze. Mi alzai in punta di piedi, scrutando la zona in cerca di qualsiasi segno di vita. Davanti a me si stendevano solo viti verdeggianti, ad eccezione di quello che sembrava un piccolo cottage a circa trecento metri di distanza.
Percorsi il filare fino in fondo e mi avviai verso la casa, con la speranza che ci fosse qualcuno.
Camminai a passo lento e costante, e un’inaspettata sensazione di pace mi avvolse. Qui fuori, tra le vigne, avevo ritrovato lo stesso senso di libertà che provavo da bambina. Gli ultimi tre giorni erano stati un misto di jet lag e doveri. Il sonno non era più arrivato facilmente come la prima notte, e soprattutto, soffrivo per la nostalgia di casa. Una nostalgia così forte che mi sembrava di avere un buco nello stomaco. I miei genitori erano entusiasti per il mio imminente matrimonio, quindi non avevo rivelato loro come mi sentivo. Marietta, però, era subito andata oltre la facciata, e mi aveva dato l’unico consiglio sensato in queste circostanze: dovevo essere forte.
Il terreno cominciò a salire. Proseguii finché non ebbi una vista migliore del cottage e a quel punto mi fermai di colpo, sbattendo le palpebre. I vigneti in cui mi trovavo si interrompevano, e un’area erbosa separava la vigna in cui mi trovavo da un altro campo, protetto da una grande recinzione di legno.
Costringendomi ad avanzare, notai che questo filare era molto più piccolo degli altri che avevo visto nella tenuta di Bella Collina. Eppure le viti erano in qualche modo diverse, più rigogliose. Persino il terreno era di un colore più scuro.
Girai intorno alla recinzione, cercando di capire se ci fosse qualcuno. Notai che la maggior parte delle viti si trovava dietro la casetta di pietra. Mi guardai alle spalle, dopodiché attraversai il piccolo cancello di legno e imboccai il sentiero che portava a un giardino grazioso e ben curato. Sebbene di piccole dimensioni, era un’esplosione di colori vibranti, con le tonalità estive che sfumavano negli ori e negli arancioni dell’autunno. Un rivolo d’acqua sgorgava da un vecchio mulino sul lato del cottage.
Quando giunsi davanti alla porta rossa, che ricordava quella di una vecchia scuderia, rimasi incantata. Quel posto sembrava uscito da una fiaba. Rimasi immobile, riempiendomi la vista con ogni dettaglio.
Era un paesaggio da Alice nel Paese delle Meraviglie. «Il dipinto…» sussurrai. Questo luogo, questo piccolo angolo di paradiso, era rappresentato nel grande dipinto che avevo visto all’interno della casa principale. Quello che abbelliva l’atrio.
«Era il quadro preferito di mio padre....» aveva detto Zeno. E adesso me lo trovavo proprio davanti.
Bussai delicatamente alla porta, ma non ricevetti risposta.
Allora seguii il sentiero che conduceva alla parte posteriore della casa, con un senso di meraviglia che aumentava a ogni passo. Il retro era tanto incantevole quanto la zona frontale, impreziosito da un patio in legno di quercia. Da quella posizione potevo scorgere la villa in lontananza. E, se non mi sbagliavo, la vista si affacciava proprio sulle mie stanze. Certo, era distante, e non riuscivo a distinguere i dettagli, ma ero quasi certa che fosse così.
Anche se ormai conoscevo la direzione per tornare alla residenza, i miei piedi, come mossi da volontà propria, continuarono a inoltrarsi nella proprietà. Un’imponente struttura che ricordava un fienile si trovava poco oltre un piccolo gruppo di alti alberi. Strinsi gli occhi nel tentativo di capire di cosa si trattasse esattamente, ma senza successo, quindi decisi di continuare ad avvicinarmi.
Accanto alla costruzione notai un recinto ai cui margini sorgevano due scuderie in legno. Quando vidi i cavalli al pascolo, un sorriso mi spuntò sulle labbra. Se c’era una cosa che amavo tanto quanto il mondo del vino e la psicologia, erano i cavalli. Per anni avevo concorso in competizioni di salto a ostacoli e di dressage. In effetti, ero stata campionessa di dressage negli Hampton per cinque anni consecutivi.
Uno dei rimpianti più grandi dei miei anni all’università era stato non poter montare a cavallo tanto quanto avrei voluto. Raggiunto il recinto, schioccai la lingua contro il palato, cercando di attirare l’attenzione degli animali. Il più vicino sollevò la testa. Un possente castrone nero mi guardò, scuotendo le orecchie per cercare di capire chi fossi. «Vieni qui, piccolo» lo chiamai, sporgendomi in avanti, quando il cavallo cominciò ad avvicinarsi con cautela. Era alto almeno un metro e settanta, con lunghe frange bianche che gli ricadevano sugli zoccoli massicci. Il collo robusto e le gambe solide suggerivano che fosse un incrocio tra uno Shire e forse un Frisone. Era assolutamente meraviglioso. La sua criniera era folta, di un nero intenso e lucido a ciocche leggermente ondulate, così come la coda. Quando fu davanti a me, tesi il palmo della mano, lasciandolo sbuffare e annusare la mia pelle. Dopo qualche secondo, abbassò la testa, permettendomi di accarezzargli il collo e di massaggiargli il centro della fronte.
Risi non appena l’animale si strofinò contro la mia mano. Il rumore sordo di una seconda serie di zoccoli attirò la mia attenzione. Un cavallo più piccolo e snello si accostò al recinto. Il mio cuore ebbe un sussulto. Era un andaluso, la mia razza preferita. Ancora meglio, era grigio pomellato. Non ne avevo mai visto uno dal vivo. Anni fa avevo posseduto un andaluso nero, Galileo. Da ragazza, aveva rappresentato tutta la mia vita. Lo avevo tenuto con me fino alla sua morte, avvenuta solo pochi anni fa. Ero rimasta con lui mentre il veterinario poneva fine alle sue sofferenze. Lo avevo accarezzato sul collo e l’avevo baciato dolcemente sul muso quando aveva provato, senza successo, a sollevarsi un’ultima volta. Per molti era solo un cavallo, ma perderlo mi aveva spezzato il cuore.
Questa giumenta andalusa era più alta di Galileo, forse un metro e sessanta, con un’ossatura forte e robusta. Ma non era meno bella di quanto lo fosse stato il mio preferito. Guardarla mi fece salire le lacrime agli occhi.
Curioso come i ricordi potessero insinuarsi in noi e farci rivivere le emozioni più nascoste e sopite. «Ciao, signorina» la salutai, mentre la cavalla mi permetteva di passarle la mano sul naso. «Sei così bella. Mi ricordi qualcuno a cui volevo molto bene.» La sua criniera e la sua coda di platino brillavano come argento fuso alla luce del sole. Le lunghe frange scendevano...




