E-Book, Italienisch, Band 14, 272 Seiten
Reihe: COSE Spiegate bene
COSE Spiegate bene. Corpi speciali
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81724-36-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 14, 272 Seiten
Reihe: COSE Spiegate bene
ISBN: 979-12-81724-36-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Che relazione strana abbiamo con i nostri corpi, no? Ci viviamo dentro, anzi, siamo i nostri corpi. Eppure ne ignoriamo tantissime cose, funzionamenti, efficienze, stranezze: pensiamo di governarli e invece spesso ne siamo governati; citiamo il «corpo» in alternativa complementare alla «mente», e però la distinzione è spesso sfuggente e quello che siamo è sia l'una che l'altra cosa. E poi ci imbarazzano, i corpi, ci costruiamo intorno tabù, e ignoranze. Ci sono storie e spiegazioni che riguardano i nostri corpi, in questo numero di COSE Spiegate bene: i capelli, le strette di mano, le malattie, le cose artificiali che ci impiantiamo dentro, o cose di cui si parla solo con reticenza o goffaggine, la posizione in cui fare pipì, la morte, o la spiegazione - per chi non le ha - di cosa sono le mestruazioni. Ma ci sono cose da sapere anche sul dolore fisico, sul riconoscimento facciale, sui tatuaggi, e su altri argomenti a volte eterni e a volte attuali, in cambiamento, intorno ai nostri corpi.
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Nella suddivisione convenzionale della preistoria umana uno dei principali criteri per definire l’inizio e la fine dei diversi periodi è il tipo di materiale utilizzato per costruire strumenti di lavoro e di altro genere. Sono riferimenti approssimativi, utili soprattutto nella ricerca archeologica, che a volte scopre anche le storie di esseri umani che utilizzarono quei materiali sul loro stesso corpo: per ripristinarne funzioni perdute, o per cambiare l’aspetto fisico di alcune parti. In generale, per migliorare la qualità della loro vita.
Uno dei più antichi oggetti scoperti e poi descritti come parti «artificiali» di un corpo umano fu un occhio trovato nel 2006 nel sito archeologico di Shahr-i Sokhta, un antico insediamento urbano dell’Età del bronzo, nel territorio dell’odierno Iran. Era una mezza sfera fatta di bitume e grasso animale, con intagli e decorazioni artigianali, incastonata nella cavità oculare del cranio di una donna, risalente al 2.900-2.800 avanti Cristo. Le analisi permisero di ipotizzare che non fosse una decorazione funebre ma che la donna, morta intorno ai 25-30 anni, lo avesse utilizzato stabilmente quando era in vita.
Per una persona priva di un occhio averne uno sostitutivo di quel tipo poteva essere utile per diverse ragioni, non solo estetiche: impediva la crescita dei tessuti nella cavità oculare, e la teneva al riparo da polvere e frammenti di altri oggetti senza bisogno di una benda. Materiali migliori e più sicuri furono utilizzati più o meno per le stesse ragioni anche nei secoli successivi: di occhi in vetro, per esempio, furono abili produttori gli artigiani veneziani nel Rinascimento.
Per quanto recente possa sembrare il dibattito sui confini tra ciò che dei nostri corpi è «naturale» e ciò che non lo è, l’uso di parti «artificiali» ha origini molto antiche ed è un tratto costante della storia umana. Ripariamo, sostituiamo, miglioriamo parti di noi praticamente da sempre, servendoci di materiali presenti nell’ambiente e lavorati apposta: che si tratti della fibra di carbonio delle gambe dell’ex velocista sudafricano Oscar Pistorius, o del legno di pioppo della protesi di una gamba che terminava con uno zoccolo di cavallo trovata in un antico cimitero a Turfan, in Cina, risalente al 300 avanti Cristo. La principale ragione di questo bisogno storico ininterrotto è che i corpi umani sono fondamentalmente fragili, soggetti per natura all’invecchiamento, ai malfunzionamenti e alle rotture.
Il progresso tecnologico nel tempo ha reso meno comuni i bastoni per aiutare le persone anziane a camminare e più diffuse le protesi d’anca, rendendo possibili anche storie eccezionali. Nel 2005 un imprenditore statunitense di sessant’anni, Don Healy, cominciò ad allenarsi e a scalare montagne con l’obiettivo di salire sull’Everest, un desiderio che aveva fin da bambino. Ma dopo due anni si fratturò l’anca in un incidente in bici: gli fu impiantata una protesi, fatta di ceramica, titanio e polietilene, e tre mesi dopo l’operazione ricominciò a fare arrampicate. Nel 2010 diventò una delle persone più anziane, probabilmente la prima con una protesi d’anca, a raggiungere la vetta dell’Everest.
Diversi materiali sono parte dei corpi umani di milioni di persone in tutto il mondo. Quasi cinquemila anni dopo l’occhio di bitume di Shahr-i Sokhta, ogni anno circa venti milioni di persone si sottopongono a un intervento di chirurgia per sostituire con una lente intraoculare di materiale plastico il cristallino dei loro occhi, opacizzato a causa della cataratta. Altri 140 milioni circa indossano per gran parte del giorno lenti a contatto in idrogel, una plastica che contiene acqua, per correggere difetti della vista. E nessuna di queste due pratiche moderne alimenta questioni su quanto siano naturali o innaturali quei materiali, anche se il modo in cui sono a volte descritti mostra ancora i segni di un tempo in cui erano percepiti come un corpo «estraneo» nel corpo umano, e per questo osteggiati.
Per un certo periodo del Novecento, tra gli anni Trenta e i Settanta, sia le lenti a contatto che le innovative lenti intraoculari furono costruite usando polimetilmetacrilato (Pmma), una plastica più nota come Plexiglas. Nonostante fossero fatti dello stesso materiale delle lenti a contatto, già diffuse e accettate, i cristallini «artificiali» furono però a lungo considerati con diffidenza e respinti dalla comunità scientifica, spiega il fisico e divulgatore Devis Bellucci nel libro .
La maggior parte dei medici era infatti spaventata per le possibili reazioni dell’organismo a interventi in cui la lente non veniva semplicemente messa a contatto ma impiantata nell’occhio, secondo una tecnica inventata dall’oculista inglese Harold Ridley e ancora oggi alla base degli interventi per curare cataratta o miopia grave. «Lei infilerebbe uno di questi negli occhi di suo figlio?» chiese polemicamente a Ridley un rispettato oftalmologo scozzese, Stewart Duke-Elder, durante un congresso nazionale a Oxford, nel 1951, in cui Ridley aveva mostrato e spiegato la sua tecnica.
Nella seconda metà del Novecento una serie di rapidi progressi nella medicina, nell’ingegneria e nella scienza dei materiali, applicate alla costruzione di protesi, tessuti e dispositivi impiantabili nel corpo umano, rese le operazioni più sicure e frequenti che in passato, ponendo peraltro la questione della definizione stessa dei materiali. Anche alcuni che fino a quel momento erano stati utilizzati per costruire perlopiù oggetti di uso quotidiano – dalla ceramica all’acciaio inossidabile – cominciarono a essere definiti «biomateriali» a seconda dei casi, proprio per indicarne la compatibilità con l’organismo umano.
Dopo diversi congressi internazionali, nella Consensus Development Conference a Chester in Inghilterra nel 1986 studiosi ed esperti si accordarono su una definizione ampia di biomateriali: materiali in grado di «interfacciarsi con i sistemi biologici per valutare, dare supporto o sostituire un qualsiasi tessuto, organo o funzione del corpo». Stabilirono che per essere impiantato in un corpo umano un materiale innanzitutto non deve provocare reazioni avverse: deve cioè essere inerte, la prima fondamentale proprietà di qualsiasi biomateriale.
Per esempio, nelle operazioni di bypass aortocoronarico – il collegamento attraverso cui il sangue può scorrere aggirando l’ostruzione nell’arteria coronaria – il rischio di una reazione avversa è praticamente nullo perché il «materiale» utilizzato per l’innesto è un vaso sanguigno prelevato da un’altra parte del corpo (di solito il torace, una gamba o un braccio). È il più comune e studiato intervento di cardiochirurgia al mondo: ogni anno vengono eseguite oltre seicentomila operazioni di questo tipo. Esistono però altri trattamenti per le persone con malattie coronariche. Alcuni tra questi non richiedono un intervento «a cuore aperto», e sono possibili grazie all’utilizzo di materiali «artificiali» molto versatili, non prelevati da un corpo umano.
L’alternativa principale al bypass, l’angioplastica coronarica, è una tecnologia in continua evoluzione da decenni. Consiste nel posizionare con una sonda all’interno dell’arteria ostruita o ristretta un dispositivo chiamato , un minuscolo cilindro metallico a maglie. In origine era fatto di acciaio inossidabile o di una lega in cobalto-cromo, ma il materiale che rivoluzionò questa tecnica fu una particolare lega di titanio e nichel ottenuta per caso alla fine degli anni Cinquanta dallo statunitense William J. Buehler, uno studioso di metalli incaricato di svilupparne uno per rivestire la sommità dei missili balistici dei sottomarini nucleari, che dovevano resistere alle alte temperature dovute all’attrito con l’aria.
Buehler scoprì che quella lega, da lui denominata Nitinol, non solo resisteva alle alte temperature e alla corrosione, ma era anche flessibile in un modo abbastanza curioso: poteva essere deformata a piacimento, ma se veniva surriscaldata recuperava ogni volta la forma originale. Il Nitinol e le altre leghe con questa proprietà furono quindi definite «a memoria di forma», e furono largamente utilizzate in campo biomedico perché potevano manifestare la loro flessibilità a temperature diverse.
Le leghe a memoria di forma sono impiegate in odontoiatria, per produrre gli strumenti flessibili e resistenti che servono ad asportare la polpa dei denti nelle devitalizzazioni. Ed è in lega di nichel-titanio anche un tipo di graffette ortopediche per la ricomposizione delle fratture, che uniscono le parti dell’osso esercitando una forza data dalla tendenza della lega a tornare nella forma originale.
Dalla metà degli anni Novanta il Nitinol fu utilizzato soprattutto per una nuova generazione di stent autoespandibili: una volta compressi, vengono introdotti e posizionati facilmente nel corpo umano, dove si espandono per effetto del calore dell’organismo, tornando alla loro forma originale. Diventano a quel punto più elastici e flessibili rispetto agli...




