E-Book, Italienisch, Band 3, 256 Seiten
Reihe: COSE Spiegate bene
Cose spiegate bene. Le droghe, in sostanza
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-887-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 3, 256 Seiten
Reihe: COSE Spiegate bene
ISBN: 978-88-7091-887-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le droghe, in sostanza è il terzo numero di Cose spiegate bene, la rivista di carta del Post realizzata in collaborazione con Iperborea. Le sostanze che chiamiamo «droghe» sono tante e diverse, e i loro effetti variano molto a seconda delle dosi, delle caratteristiche di chi le assume e delle ragioni per cui lo fa. Per questo parlare delle droghe come se fossero tutte uguali è riduttivo e fuorviante. Inoltre ignora il fatto che la stessa sostanza che qualcuno usa per provare piacere e divertirsi, può essere utile a qualcun altro per i suoi effetti terapeutici: il confine tra «droghe», per come abitualmente usiamo questo termine, e «farmaci» è meno netto di quanto si pensi. Negli ultimi anni è diventato evidente con la grande epidemia da dipendenza da farmaci oppioidi negli Stati Uniti da un lato, e dall'altro col sempre maggior interesse della comunità scientifica sui possibili utilizzi delle sostanze psichedeliche per alleviare forme di disagio psichico. Nel frattempo in molte parti del mondo si mette in discussione la cosiddetta «guerra alle droghe» e si tentano nuovi approcci, con depenalizzazioni e legalizzazioni, conservando l'attenzione necessaria sui rischi. Per capire quale direzione prendere bisogna prima di tutto capire di cosa parliamo.
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Quando parliamo di droghe
Le sostanze a cui pensiamo quando sentiamo questa parola hanno meno cose in comune di quanto crediamo – e fanno danni in modi molto diversi
Durante le cerimonie della Chiesa nativa americana, la principale religione indigena praticata negli Stati Uniti, in Canada e in Messico, i gruppi di credenti si riuniscono attorno al fuoco acceso in un , la tradizionale tenda nordamericana, e passano una notte intera a cantare e pregare. Nel corso del rituale i partecipanti masticano e ingeriscono più volte dei pezzi di peyote, un tipo di cactus che contiene mescalina, una sostanza dagli effetti psichedelici: la mescalina induce un’alterazione mentale in cui si è molto suggestionabili, si possono avere visioni simili a sogni e ci si può sentire vicini a comprendere grandi verità ineffabili.
L’uso del peyote (il cui nome scientifico è ) è centrale per la Chiesa nativa americana, che è anche detta «peyotismo». È la ragione per cui, nonostante negli Stati Uniti la produzione, il possesso e la distribuzione della mescalina siano vietati, i membri della Chiesa possono consumare il peyote in virtù del principio della libertà di religione. Una sostanza illegale per la stragrande maggioranza della società è quindi considerata e riconosciuta come elemento fondamentale di un rito rispettabile per una minoranza di persone.
L’attuale situazione del peyote negli Stati Uniti è uno dei tanti esempi del perché non sia così facile definire cosa sia una «droga». La parola generalmente fa pensare a sostanze che, assunte in vari modi, cambiano temporaneamente le condizioni psichiche e fisiche di chi le assume, possono essere dannose per la sua salute, fanno sviluppare una dipendenza fisica o psicologica; e non si possono produrre, commerciare, possedere e consumare per legge. Ma queste caratteristiche, sia considerate insieme che singolarmente, non determinano univocamente una categoria di sostanze, e – salva la legalità – possono riguardare anche sostanze e farmaci che abitualmente non chiamiamo droghe.
In alcune lingue, come l’inglese, l’ambiguità è rivelata già nella definizione: lo stesso termine, «drug», significa sia «droga» che «farmaco», essendo la loro distinzione sfuggente. Nel linguaggio specialistico della farmacologia anche in italiano il termine «droga» può indicare entrambe le cose, dato che designa ogni prodotto, in particolare vegetale, contenente un principio attivo, cioè una sostanza con effetti fisiologici. In origine la stessa parola «farmaco» aveva questo carattere neutrale, di sostanza che può fare bene ma anche male: il greco antico , fa?µa???, significa sia «medicina» che «veleno». Storicamente molte sostanze che oggi consideriamo droghe, tra cui l’eroina e la cocaina, furono sviluppate e utilizzate come farmaci, e altre, come l’Lsd, potrebbero tornare a essere considerate tali alla luce di nuovi studi scientifici (vedi p. 32). Simmetricamente, sostanze che siamo abituati a usare a scopo medicinale, possono avere diverse tipologie di effetti pericolosi.
Nei fatti, quindi, e nella consuetudine prevalente della lingua italiana corrente, il termine «droghe» è usato con molte contraddizioni: e come vedremo tra poco le persone tendono in fin dei conti a chiamare droghe le sostanze che la legge indica come illegali, mentre considerano medicine o farmaci quelle che invece è legale usare, vendere e acquistare. Criterio che però è ancora incerto e arbitrario: la marijuana per uso terapeutico è legale, per esempio, ma è la stessa sostanza che altri usano illegalmente per scopo «ricreativo», e siamo abituati comunque a definirla droga, per quanto «leggera». Inoltre, non siamo abituati, quando ci riferiamo alle droghe, a considerare tali delle sostanze che hanno gli stessi attributi, e che sono legali.
Come il peyote, per esempio, anche l’alcol mette infatti in crisi la definizione delle droghe come sostanze illegali. Nella maggior parte del mondo si può consumare liberamente, eppure possiede tutte le caratteristiche che associamo alle droghe, a eccezione proprio dell’illegalità (salvo che in alcuni paesi a maggioranza musulmana, dove le bevande alcoliche sono vietate per legge).
Peraltro, dato che i disturbi da consumo di alcol sono particolarmente frequenti tra le persone di origine nativa americana, in misura maggiore rispetto al resto della popolazione statunitense nonostante una minore percentuale di bevitori, le cerimonie col peyote vengono spesso usate per cercare di risolvere problemi di alcolismo: gli effetti psichedelici associati al coinvolgimento psicologico dovuto al rituale possono aiutare una persona a cambiare radicalmente i suoi comportamenti, un fenomeno studiato anche dalla comunità scientifica internazionale usando altre sostanze simili, come la psilocibina. Per i membri della Chiesa nativa americana l’alcol è una droga, il peyote no. In generale, la percezione e la considerazione di certe sostanze può variare molto a seconda del paese, della società o della cultura di riferimento: e anche della lingua, come abbiamo visto.
Un’altra caratteristica che comunemente si associa alle droghe è la dipendenza (p. 148). Ci sono infatti sostanze illegali (come l’eroina) e legali (come la nicotina, ma anche il già citato alcol) con cui il cervello può sviluppare un rapporto di dipendenza. Tuttavia non tutto ciò che viene definito «una droga» induce una dipendenza fisica: non lo fanno per esempio gli psichedelici, come l’Lsd, ma nemmeno sostanze come la cannabis per la maggior parte delle persone che le consumano. La stessa eroina – che notoriamente crea una forte dipendenza per i suoi effetti sul cervello, per il modo in cui viene assunta e per il malessere che prova chi ne è in astinenza – può essere usata senza che si inneschi la dipendenza. Tutto dipende dalle proprietà della singola sostanza, dalle modalità d’uso e dalle quantità assunte, infatti anche l’alcol può indurre una forte dipendenza, come peraltro è ben noto.
Al contrario, tra le cose che permettono di cambiare temporaneamente le proprie condizioni psichiche e fisiche, che possono essere dannose per la salute e che di fatto non riusciamo a smettere di consumare ci sono sostanze che non consideriamo droghe ma alimenti. Lo zucchero è una droga? Si potrebbe rispondere di no, argomentando che lo zucchero ha un valore nutrizionale, a differenza delle droghe: ma anche in questo caso effetti benefici e pericolosi convivono. Alcune persone mangiano cibi dolci in quantità molto superiori a quelle richieste dalle necessità fisiologiche e determinati effetti dello zucchero sul cervello somigliano a quelli di sostanze che causano dipendenza, anche se tra i neuroscienziati la questione è ancora dibattuta.
E che dire del caffè e del tè? Non sono certo sostanze che assumiamo per nutrirci, e la caffeina, che è contenuta in entrambi, possiede tutte le qualità necessarie per rientrare nella categoria di droga, dato che altera lo stato mentale di chi la ingerisce e dato che alcune persone ne sono fisicamente dipendenti: c’è chi ha mal di testa quando non beve caffè al mattino, e nell’ultima edizione del dell’American psychiatric association, testo di riferimento a livello internazionale nell’ambito della psichiatria, è stata inserita la «sindrome da astinenza da caffeina». Se si considerano anche le droghe legali, si può dire con sicurezza che il caffè sia la droga più consumata al mondo.
La dipendenza quindi non può essere il criterio dirimente per distinguere ciò che chiamiamo droga, dato che non tutte le persone che la usano ne sono dipendenti, e non tutte le sostanze che chiamiamo droga generano dipendenza. Restano dunque due caratteristiche che solitamente si associano al concetto di droghe: sono sostanze che modificano momentaneamente le condizioni psichiche e fisiche di chi le assume, e che possono essere dannose per la salute. In cosa si distinguono però dai medicinali, che sappiamo avere potenziali effetti collaterali indesiderati, spesso anche gravi?
Certo, prendere una pastiglia di paracetamolo per abbassare la febbre causata da un’influenza è un comportamento diverso dal fumare una canna il venerdì sera dopo una cena tra amici. Tuttavia ci sono persone che usano la cannabis per alleviare i dolori causati da alcune patologie e ridurre gli effetti collaterali spiacevoli di alcune cure, come la chemioterapia, un uso che in Italia – limitatamente alla cannabis certificata su prescrizione medica per specifiche condizioni – è permesso dal 2006. Al tempo stesso alcuni farmaci, in particolare le benzodiazepine, sono anche usati senza una prescrizione medica da consumatori di droghe illegali per limitarne alcuni effetti indesiderati. Oppure perché chi li assume ha sviluppato una dipendenza che non è stata adeguatamente tenuta sotto controllo e risolta: negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti milioni di persone sono diventate dipendenti da farmaci oppioidi prodotti e prescritti per la gestione del...




