Cose spiegate bene. Questioni di un certo genere | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 224 Seiten

Reihe: Cose spiegate bene

Cose spiegate bene. Questioni di un certo genere


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-875-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

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Reihe: Cose spiegate bene

ISBN: 978-88-7091-875-5
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Fiocco azzurro o fiocco rosa: tutte le persone vengono divise tra due gruppi alla nascita, o ancora prima, in base alla forma dei propri genitali vista in un'ecografia. Le cose però non sono mai così semplici e concluse, e per capirle meglio abbiamo cominciato a distinguere sessi e attrazioni sessuali prima, e identità di genere poi. Insieme a queste distinzioni sono arrivate nuove parole - come «bisessuali», «LGBTQIA+», «transgender» e «cisgender» - e nuovi dibattiti. Uno riguarda la lingua (non solo lo schwa), altri cose più concrete: i simboli sulle porte dei bagni, le categorie nello sport agonistico, gli abiti che indossiamo. E poi ci sono le questioni dei diritti, e la capacità di tutti di conoscere e capire il prossimo, e gli argomenti di cui si discute.

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Cos’è l’identità di genere


Non coincide sempre con il sesso, non c’entra con l’orientamento sessuale ed è molto più varia di quanto si pensa abitualmente


D al 6 gennaio 2021 le persone registrate all’anagrafe islandese possono chiedere di essere associate a un genere neutro, o per la precisione all’espressione «», che significa «non binario/altro». L’Islanda è diventata così uno dei pochi paesi del mondo in cui le istituzioni riconoscono che l’identità di genere di una persona possa non essere né femminile né maschile. È un’idea sempre più diffusa a livello sociale e culturale: deriva da decenni di studi di psicologia, sociologia e filosofia sulla sessualità e su ciò che le sta attorno, e dà la possibilità di definire la propria identità a chi non si ritrova nei ruoli di genere tradizionalmente legati al sesso femminile e a quello maschile. Per molte persone è però un concetto ancora poco comprensibile, anche per via della confusione tra i criteri che solitamente si utilizzano per descrivere la sessualità umana: il sesso, il genere e l’orientamento sessuale.

Quando una persona nasce le viene assegnato, e dichiarato all’anagrafe, un «sesso» sulla base degli organi genitali visibili: la scelta è tra due alternative, femmina se ha una vulva, maschio se ha pene e testicoli. A livello biologico, in realtà, le cose sono più complesse perché il sesso è legato, oltre che ai genitali esterni, a quelli interni, ai cromosomi sessuali nel dna, alla produzione di ormoni e alle caratteristiche sessuali secondarie, come la barba e le tette. Per tutte queste caratteristiche esistono numerose variazioni rispetto alle categorie di femmina e maschio. In generale, in questi casi si parla di persone intersessuali (vedi p. 165).

Comunque, che il corpo di una persona sia riconducibile alle condizioni di femmina o maschio, o che rientri in uno dei tipi di intersessualità, il «sesso» non è l’unico aspetto con cui si può descrivere l’identità sessuale di una persona. Un tempo le si associavano qualità attinenti al comportamento e non solo alla forma del corpo, poi dagli anni Cinquanta e Sessanta la ricerca psichiatrica, sociologica e antropologica ha introdotto il concetto di «genere» per distinguere i due aspetti.

Il «genere» ha una dimensione sia psicologica che culturale. Ha a che fare con il sentimento di appartenenza e con l’identificazione con i modelli sociali di femminilità, mascolinità o androginia. Si usa l’espressione «identità di genere» per riferirsi alla percezione che ciascuno ha di sé in quanto donna, uomo o altro. Si parla invece di «ruolo di genere» quando si vuole fare riferimento alle convenzioni sociali legate ai diversi generi, come ad esempio gli abiti e l’uso dei cosmetici. «Genere anagrafico», come è facile intuire, indica invece i marcatori F e M (e X, per i paesi come l’Islanda) nei registri anagrafici e sui documenti ufficiali di una persona.

Molte persone nascono e crescono in una condizione di discontinuità tra sesso e identità di genere: per esempio ci sono – e ci sono sempre state – persone che hanno organi genitali femminili ma si sentono uomini, oppure né donne né uomini, oppure donne in alcuni periodi della loro vita e uomini in altri. Secondo vari studi condotti in diverse parti del mondo, sarebbero tra lo 0,1 e il 2 per cento della popolazione. Un termine che si può usare per descriverle genericamente è «trans», mentre «cisgender» indica chi questa discontinuità non la vive. Per venire incontro a quella parte di persone trans che non si identificano né come donne né come uomini, alcuni paesi hanno introdotto un «terzo genere» per identificare le persone a livello ufficiale, ma per il momento sono ancora molto poche le istituzioni del mondo che riconoscono che possano esserci più di due opzioni per sesso e genere. E anche grandi pezzi della società non sanno che esistono o, se lo sanno, fanno fatica a parlarne perché non conoscono le parole che si usano per descriverle.

Nel 2021, ad esempio, c’è stata un po’ di confusione sulle espressioni presenti nel cosiddetto «ddl Zan», il discusso disegno di legge contro le discriminazioni e le violenze compiute, tra le altre cose, sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, che al momento in cui va in stampa è ancora bloccato al Senato. Il testo della proposta di legge distingue «genere» e «identità di genere»: con il primo termine si riferisce alle «manifestazioni esteriori di una persona» che siano «conformi o contrastanti con le aspettative sociali connesse al sesso», cioè di fatto al ruolo o, più precisamente, all’espressione di genere. Invece con la seconda definizione intende esattamente l’identità di genere, cioè «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

I discorsi intorno a questi concetti sono indubbiamente complicati dal fatto che ancora molte persone fraintendono il concetto di «orientamento sessuale», che descrive invece da chi ci si sente attratti sessualmente. Le più note categorie per descrivere l’orientamento sessuale sono l’eterosessualità e l’omosessualità, ma anche in questo caso l’esperienza di tantissime persone ha reso chiaro che non esistono solo due opzioni. Ci sono persone pansessuali, a cui piacciono persone di ogni genere, e persone asessuali, che non provano attrazione sessuale per altri individui pur essendo capaci di innamorarsi e avere delle relazioni (vedi p. 21).

Se i tre concetti di sesso, identità di genere e orientamento sessuale sono intesi all’interno del cosiddetto «binarismo», cioè pensando che ognuno di essi si possa declinare in due sole opzioni (femmina e maschio, cisgender e transgender, eterosessuale e omosessuale), si possono definire numerose identità: uomini eterossesuali e uomini gay; donne eterosessuali e donne lesbiche; donne e uomini trans che a loro volta possono essere eterosessuali o omosessuali. Il sistema del binarismo e le combinazioni che ne conseguono sono però una griglia interpretativa che descrive la realtà in maniera incompleta.

Per fare un esempio, ci sono donne che hanno una relazione con donne transgender che pur vestendo i panni e usando un nome del genere in cui si riconoscono, pur assumendo ormoni o modificando alcuni tratti del proprio corpo, non si sono sottoposte a operazioni chirurgiche ai genitali e che con le loro compagne hanno rapporti sessuali che prevedono la penetrazione: i termini «lesbica» ed «eterosessuale» possono sembrare entrambi imperfetti per descrivere l’orientamento sessuale di queste persone, e può darsi che le dirette interessate non si riconoscano in nessuno dei due. E poi ci sono le persone che in Islanda si definiscono Kynsegin, né donne né uomini, manifestano ogni giorno differenti espressioni del loro genere, e possono avere orientamenti sessuali diversi: nel mondo e nelle diverse lingue esistono innumerevoli parole per descrivere esperienze di questo tipo, un po’ perché sono legate ai diversi contesti della cultura di appartenenza, un po’ perché il rifiuto di inquadrarsi nei ruoli di genere tradizionali significa quasi sempre non avere molti altri esempi o rappresentazioni di persone simili, e allora ci si definisce nel modo che da persona a persona si considera più adeguato.

All’interno della comunità LGBTQIA+ (vedi p. 22) si dice spesso che «il genere è uno spettro», come lo spettro delle onde elettromagnetiche: significa che non esistono solo un genere femminile e un genere maschile, ma uno spettro continuo di generi tra questi due estremi. Da parte della comunità scientifica internazionale non c’è una posizione definita su questo tema, ma la visione dello spettro del genere, pur essendo meno familiare della semplificazione binaria femmina/maschio, è sicuramente utile per descrivere le esperienze di moltissime persone che non si riconoscono nell’identità di genere assegnata loro alla nascita sulla base del sesso anatomico. Ultimamente il concetto di spettro ha cominciato a essere usato anche dai biologi, in riferimento al sesso, per descrivere tutte le variazioni di intersessualità.

NON RICONOSCERSI NEL GENERE ASSEGNATO ALLA NASCITA È UNA PATOLOGIA PSICHIATRICA?


Per molto tempo in ambito psichiatrico si è detto che le persone che si identificano in un genere diverso da quello corrispondente al sesso assegnato loro alla nascita soffrissero del «disturbo dell’identità di genere», sostanzialmente una patologia.

Non esistono convenzioni universali sulle definizioni e i sintomi dei disturbi mentali, ma dagli anni Cinquanta del Novecento si usa come riferimento di questo ambito il dell’American psychiatric association, a cui in gergo ci si riferisce con la sigla Dsm. Nella sua edizione...



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