E-Book, Italienisch, 350 Seiten
Reihe: Cose spiegate bene
Cose spiegate bene. Voltiamo decisamente pagina
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-844-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 350 Seiten
Reihe: Cose spiegate bene
ISBN: 978-88-7091-844-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Voltiamo decisamente pagina è il settimo numero di COSE Spiegate bene, la rivista di carta del Post realizzata in collaborazione con Iperborea. Molte cose stanno cambiando nel giornalismo, nei giornali, e anche nei lettori: è un periodo intenso e critico per l'informazione italiana e mondiale, presa in mezzo tra un ruolo che non è mai stato così prezioso per il funzionamento e la crescita delle democrazie e un inizio di secolo che ne ha scompigliato la sostenibilità economica. Capire come «leggerli» davvero i giornali, su quali regole e meccanismi si basino le scelte e le decisioni di chi li fa, è prezioso per comprendere quello che ci succede intorno e come viene raccontato. Come si finanziano i giornali? Chi sono le persone che li fanno? Che lingua parlano? Come si diventa «giornalisti»? Cosa sta succedendo ai più famosi quotidiani italiani e stranieri? Come si legge un'intervista? Come si misurano le copie vendute? Cosa dobbiamo pensare quando su un giornale vediamo un testo fra virgolette? E perché l'ira è l'emozione più usata nei titoli? Si può restare sulla superficie dei fatti raccontati, oppure diventare lettori più accorti e informati sull'affascinante e centrale mondo delle news e di chi le produce. Con testi di Annalena Benini, Michela Murgia, Mario Tedeschini Lalli, Carlo Verdelli e della redazione del Post.
Weitere Infos & Material
Giornalista a chi?
Le generalizzazioni sono necessarie e utili, se ci ricordiamo che sono generalizzazioni
Fino a qualche decennio fa era piuttosto semplice individuare i giornalisti: quasi sempre si poteva far valere la definizione «chi scrive per lavoro su un giornale», con le eccezioni dei pochi che lavoravano in radio o in televisione. Ed era facile anche dire cosa fossero i giornali: pubblicazioni quotidiane o periodiche, di carta, il cui scopo principale era riferire le notizie, i fatti del giorno, o più genericamente . Oggi queste definizioni sono in parte ancora valide, ma certamente molto parziali. La varietà dei contenuti e dei formati giornalistici è aumentata notevolmente, in un modo che mette di continuo in discussione cosa sia giornalismo e cosa no: un podcast d’informazione è giornalismo solo se lo fa un giornale? Due giornalisti che discutono del più e del meno su Twitch stanno facendo giornalismo? E se discutono di elezioni americane? E se invece che due giornalisti sono solo due persone che si sono molto documentate e preparate, magari anche sul campo? E se stanno facendo informazione e giornalismo, perché non le chiamiamo «giornalisti»?
In molti paesi del mondo non è necessario fare un percorso specifico o avere un certo titolo per potersi dire giornalisti. In Francia per esempio c’è un ente nominato dal governo che dà il tesserino da giornalista a chi ricava la maggior parte del suo reddito da mansioni giornalistiche; negli Stati Uniti invece ogni stato ha una sua definizione ufficiale, che serve per stabilire chi possa usufruire della protezione delle fonti in un processo. Nel Regno Unito, in Australia, in Germania, ma anche altrove, c’è una sostanziale libertà e non esistono definizioni formali di giornalista, ma negli anni si sono creati sindacati di cui fanno parte le persone che svolgono la professione. Generalizzando un po’, nella maggior parte dei casi si considera giornalista e viene pagato per questo. Funzionerebbe così anche in Italia, almeno in linea teorica, perché entrambi i titoli di giornalista, quelli di «professionista» e «pubblicista», si basano sull’aver svolto il lavoro per un certo periodo di tempo: nel primo caso 18 mesi di praticantato in una redazione, nel secondo due anni di lavoro giornalistico autonomo continuativo e retribuito. A differenza di molti altri paesi, però, in entrambi i casi al termine di quel periodo bisogna superare un esame (è tutto approfondito meglio nell’articolo sulle scuole di giornalismo, a pag. 191). Nella pratica sono escluse da quelle definizioni molte persone che svolgono lavori giornalistici pur non avendo mai fatto un esame.
Se ci si basa sulle definizioni ufficiali, secondo l’ultimo «Osservatorio sul giornalismo» dell’Agcom, l’autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, pubblicato nel 2020 ma che si riferisce a dati del 2018, in Italia ci sono circa 110mila giornalisti, nel senso di «iscritti all’Ordine dei giornalisti»: ma è un numero su cui è difficile fare qualsiasi valutazione, per molte ragioni. Una è che al suo interno sono comprese moltissime persone che con il giornalismo non hanno niente a che fare, nonostante possano mostrare il proprio «tesserino»: l’attuale ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile Matteo Salvini, per esempio, risulta iscritto all’Ordine della Lombardia dal 1999 come professionista (lavorò per un breve periodo alla , il giornale di partito della Lega Nord, e poi a ), ma difficilmente qualcuno lo definirebbe «giornalista», né tantomeno direbbe che fa del giornalismo. Se si escludono i giornalisti inattivi, e poi le poche migliaia in pensione, in cerca di occupazione o in cassa integrazione, i giornalisti effettivamente pagati per svolgere la professione in Italia risultano poco più di 35.700. Nel 2010 i giornalisti erano circa quarantamila: significa che in otto anni sono diminuiti di oltre il dieci per cento, una quota notevole, eppure si direbbe che rispetto al 2010 ci siano molte più persone che fanno informazione, attraverso opportunità nuove. Ma anche questi numeri contengono contraddizioni: ci sono per esempio giornalisti che svolgono un lavoro di ufficio stampa e che fanno parte dell’Ordine per il fatto di aver superato l’esame di Stato, mentre ne restano fuori molti altri che fanno lo stesso lavoro e non hanno mai fatto l’esame. In generale i giornalisti fanno una varietà di cose distanti tra loro, che possono andare dalla redazione del classico articolo di attualità alla compilazione di oroscopi, alla scrittura di recensioni di dischi, all’impaginazione di ricette, di giochi enigmistici, alla direzione di giornali a fumetti. Ci sono giornalisti che scrivono e giornalisti che non scrivono mai, giornalisti fotografi, giornalisti grafici, giornalisti in audio o in video, ma anche nomi che vediamo spesso come autori di articoli sui giornali che non sono formalmente giornalisti.
Stabilire quali mansioni siano inequivocabilmente giornalistiche non è un esercizio immediato, ma è piuttosto semplice, per esempio, capire che i giornalisti che fanno i portavoce dei politici, o gli addetti stampa per conto di un’azienda interessata a promuovere i propri prodotti, fanno un’informazione meno «indipendente» rispetto a uno youtuber che pubblica regolarmente video di spiegazione e contestualizzazione su quello che accade nel mondo. Il discorso non riguarda naturalmente la qualità del lavoro, che in qualsiasi ambito è molto variabile, ma solo la sua classificazione. In Italia esistono magazine online di approfondimento che non sono registrati in tribunale come testate giornalistiche, eppure fanno un lavoro perfettamente paragonabile a quello di altre redazioni e spesso con estesi riconoscimenti di qualità: è il caso per esempio del sito di approfondimento sportivo , ma se ne potrebbero citare altri.
Secondo Jeff Jarvis, esperto studioso delle trasformazioni dell’informazione, la questione è fuorviante e la domanda di partenza («chi è un giornalista e chi no») è sbagliata, «adesso che chiunque può compiere un atto di giornalismo». Nel 2013 Jarvis scriveva sul suo blog che «non esistono i giornalisti, esiste solo il giornalismo in quanto servizio pubblico», e di questo «servizio pubblico» dava una definizione ampia e allo stesso tempo difficilmente contestabile: «Tutto ciò che serve in modo affidabile a rendere una comunità informata è giornalismo.»
Le difficoltà a definire il lavoro del giornalista e a individuarne le mansioni, in ogni caso, non dipendono solo dai nuovi formati nati negli ultimi vent’anni. Un giornalista che scriveva sulla carta stampata e l’inviato di un telegiornale facevano lavori molto diversi già negli anni Ottanta, così come il radiocronista che commentava una partita di calcio e il giornalista che scriveva lanci d’agenzia trascrivendo le dichiarazioni dei politici. Ma anche all’interno di uno stesso quotidiano ci sono ruoli molto diversi: nel giornalismo anglosassone per esempio vengono chiamati in modo diverso i giornalisti che si procurano le notizie e scrivono, i cosiddetti , e quelli che commissionano, progettano, rivedono e titolano gli articoli, i cosiddetti , che confezionano il giornale. Anche in Italia c’è una separazione piuttosto netta tra chi lavora al «desk», alla «cucina del giornale» – come si dice in gergo del lavoro degli editor – e chi scrive l’articolo e lo firma, avendo poi anche maggiore visibilità: noi però li chiamiamo allo stesso modo, sono sempre «giornalisti». Spesso si sente parlare genericamente di «titolista» per indicare la persona che sceglie il titolo di un articolo, che è quasi sempre diversa da chi lo scrive, ma è una definizione che contribuisce a creare qualche confusione perché trascura le molte altre responsabilità e incarichi di chi sceglie i titoli (peraltro solitamente giornalisti esperti). Se poi si sale nella gerarchia di un giornale, i giornalisti con incarichi direttivi spesso svolgono una gran parte di mansioni di gestione e guida del giornale che con la sua confezione c’entrano solo lateralmente (incontri con gli inserzionisti, confronti e relazioni con i dipendenti, attività promozionali, eventi pubblici o ospitate televisive).
A volersi addentrare ulteriormente nel lavoro di un giornale, ci sarebbe da notare che anche tra chi scrive gli articoli possono esserci grandi differenze: un reporter sul campo non fa certo lo stesso lavoro di un esperto chiamato a commentare un certo avvenimento di cui è competente, o di un giornalista che scrive solo articoli d’opinione. Su questo tema è emblematico il modo in cui alcuni anni fa il noto giornalista di tecnologia David Pogue rispose alle accuse di conflitto d’interessi che gli vennero mosse per aver scritto sul articoli giudicati troppo benevoli nei confronti di un’azienda di tecnologia: «E quando mai ho detto di essere un giornalista? […] Io non sono un reporter. Sono stato un opinionista per tutta la mia carriera… Cerco di intrattenere e informare.»
I...




