E-Book, Italienisch, 306 Seiten
Reihe: Capire con il cuore
Crepaz All you need is sport
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-590-2026-4
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Agonismo sociale e felicità inclusiva
E-Book, Italienisch, 306 Seiten
Reihe: Capire con il cuore
ISBN: 978-88-590-2026-4
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Medico, specialista in Medicina dello sport e fisiatria, giornalista, delegato provinciale per il Trentino della Federazione Medico Sportiva Italiana, vicepresidente del CONI Trentino. Autore di numerosi articoli e pubblicazioni su riviste di attualità e sportive, ha pubblicato i seguenti libri: La donazione di organi. Aspetti medici, legislativi, spirituali ed etici dei trapianti (1997); Vivere la città. Costruire i luoghi della condivisione (2001); Frammenti di reciprocità ( 2002); Insieme per qualcosa di grande (2009); Non potevamo immaginare. Una famiglia con Chiara Lubich (2009); Adolescenti (2012); Un hombre extraordinariamente sencillo (2019); All you need is sport (2019). È maratoneta e fondista di modesto livello, ma di ostinata passione. Ama smisuratamente leggere libri e scrivere. Con la moglie Lucia ha una numerosa prole ed è un nonno felice.
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Premessa
di Paolo Crepaz
Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini
per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini,
ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito.
Antoine de Saint-Exupéry
Sfidare se stessi, gli altri, l’ambiente; scoprire e migliorare le proprie qualità; misurarsi con i propri limiti per superarli o per fare pace con essi; ricercare una prestazione assoluta o un record personale; divertirsi, fino a farsene impossessare, in un vissuto libero, separato, incerto, improduttivo, regolato, fittizio; assaporare le dinamiche del team… Tutto questo e tanto altro ancora è il senso del gioco e dello sport. E tutto questo ha un inatteso e sorprendente effetto collaterale: genera felicità.
«Volete i ragazzi? — chiedeva Don Bosco ai suoi educatori — Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!». L’attività più naturale e istintiva che esista, come correre, saltare, lanciare, ovvero l’attività ludica, motoria e sportiva, non soltanto ci rende più forti e più sani: ci rende felici, accende in noi qualcosa di misterioso e gratifica la nostra natura più profonda. E ci fa sentire liberi. Liberi di esprimere quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo; e il bambino, per un attimo, simile al campione che campeggia nel poster appeso alla nostra parete.
Il percorso di chi vuole conoscere se stesso, il proprio talento e i propri limiti, di chi vuole confrontarsi con la natura e con gli altri ha un sapore particolare, sia per chi arriva fino a essere pagato per divertirsi facendo sport, sia per chi muove i primi passi nella disciplina che ha iniziato ad amare. L’avventura inizia coltivando il desiderio. E poi diventa fatica, sudore, ore e ore di allenamento, perfezionamento ossessivo del gesto tecnico, fallimenti, infortuni, imprevisti, cura maniacale degli stili di vita a partire dall’alimentazione e dal sonno. «Sulla via della virtù, gli dei hanno posto il sudore», scriveva Esiodo. È un’avventura straordinaria, all’inseguimento di un sogno, dove accanto ai successi, assoluti o relativi, si arriva a scoprire, con il passare del tempo, che la strada è interessante almeno quanto il traguardo ed è il cammino a dare un senso alla meta. Diceva bene Eduardo Galeano, grande scrittore uruguaiano e non solo di sport: «L’utopia è là, all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare». Nel gioco, come nell’attività motoria e sportiva, inseguiamo un’utopia che non sappiamo dove ci porterà, ma che, come tale, ha proprio lo scopo di farci camminare, di farci andare avanti, di cogliere la bellezza e l’utilità dell’inutile, il valore inestimabile dei beni immateriali e relazionali di cui abbiamo un’insaziabile bisogno dopo che abbiamo soddisfatto le necessità materiali.
Il gioco e lo sport, che è la sua espressione più organizzata, non sono solo disimpegnata futilità, beata innocenza, spensierato passatempo. Sono una cosa seria, un modello mentale e comportamentale dal quale esce rafforzata la nostra forma di relazione con il mondo. «Lo sport — scriveva Jean Giraudoux, scrittore e commediografo francese — consiste nel delegare al corpo alcune delle più elevate virtù dell’animo». A osservarne le miserie e le contraddizioni (la vittoria a ogni costo, la cultura del no limits, il doping, la truffa, l’agonismo esasperato e precoce, il fanatismo, la violenza e via dicendo) viene da ricredersi sul valore educativo e sociale dello sport. «La storia del calcio — scriveva sempre Galeano, ma vale anche per lo sport in generale — è un triste viaggio dal piacere al dovere: a mano a mano che il calcio si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare».
Ed è divenuto, secondo alcuni, oppio dei popoli, pane e circo, circo senza pane. Lo sport, come fenomeno e processo di globalizzazione, è criticato e accusato di disumanizzazione e alienazione dell’uomo e della comunità umana: il risultato di una manovra imperialista per mantenere i popoli oppressi perché storditi dalla devozione a una divinità inesistente e futile. Alcuni studiosi sostengono l’impossibilità per l’uomo contemporaneo di sfuggire allo sport, alla sua soffocante onnipresenza e al suo monotono persistere, sempre e dovunque. Per essi lo sport invade lo spazio e il tempo umano, se ne impadronisce, conquistando l’immaginazione e condizionando la coscienza umana. Questo condizionamento influisce anche sul corpo umano, che lo sport progressivamente riduce a macchina per il rendimento. Il filosofo Robert Redeker afferma: «Lo sport è del tutto estraneo ai valori che ostenta, ne è la negazione più assoluta. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità». Eppure «Ci si può drogare di cose buone… e una di queste è certamente lo sport», replica Alex Zanardi.
Per i Greci la felicità era sempre la conseguenza di una pratica virtuosa, della saggezza e dell’amore per la verità. La si guadagna e si dispiega nel corso di una vita intera; coincide con la capacità che gli uomini hanno di condurre a realizzazione e a pienezza la loro esistenza. Non una cosa che «capita», occasionale e fugace, ma il frutto di un’arte, di abilità e perizia nel fronteggiare e aggirare le difficoltà. Scrive il filosofo Salvatore Natoli: «Per essere felici bisogna in qualche modo divenire virtuosi dell’esistenza, ma al modo in cui si definisce virtuoso un grande pianista, un acrobata e in genere tutti coloro che, a seguito di un lungo esercizio, sanno rendere facile il difficile — o perlomeno riescono a farlo apparire tale —, che sanno trasformare le difficoltà in stimolo, che sanno tramutare la fatica in bellezza, in opera d’arte».
Nulla di effimero, né, tanto meno, solo emozionale. È bene non farsi ingannare dall’eccitazione e dalla passionalità che lo sport esalta in modo sfrenato, anche a scopi mediatici e commerciali, perciò economici. Coltivare, con serietà e continuità, la pratica sportiva è ben altra cosa. È dare credito, è concedere tempo e spazio all’uomo fatto di corporeità e spirito. «L’uomo — ha scritto il cardinale Godfried Danneels — non è un frammento di “corporeità”, abitato per un momento da una scintilla spirituale. Egli è innanzitutto spirito, persona unica e libera ed è tramite il corpo che il suo spirito si apre un cammino nella materia e nella storia. L’anima non viene ad abitare una casa preesistente, essa si “intesse” la sua “corporeità” a partire dalla materia. Così il corpo umano diventa l’esteriorizzazione dell’anima. Una cosa del tutto diversa da un abito che si indossi». La società dell’immagine ha creato il corpo come immagine di forza, di armonia, di felicità. Apparire è uguale a valere. Per fortuna il gioco e lo sport smascherano la facciata, mettono a nudo, smitizzano e valorizzano, a seconda dei casi, la natura profonda del nostro essere: «Si può scoprire di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione» affermava Platone. Il gioco e lo sport rivelano la personalità nel tempo stesso in cui contribuiscono a costruirla.
Lo sport, lo sappiamo, è definito scuola di vita, uno slogan che gode di notevole fortuna e, occorre ammetterlo, come spiega il filosofo dello sport Luca Grion, è spesso servito con una discreta dose di ipocrisia. Cosa, ad esempio, dovrebbe insegnare? Lo sport deve insegnare a sfidare le proprie debolezze, ad affrontare con coraggio i propri limiti, oppure deve educare a far pace con le proprie fragilità, ad accettare con umiltà la propria imperfezione?
Lo sport è scuola di vita anzitutto perché è un gioco che educa alla vita: «La vita è molto più che un gioco e giocare è un bel modo, divertente e appassionante, per imparare a viverla sul serio», hanno scritto i rugbysti Mirco e Mauro Bergamasco. Lo sport fatto bene, gestito bene, è scuola di vita perché dà la possibilità di essere nel gioco quello che si vuole essere al di fuori del gioco. Ed è proprio la voglia di lavorare sul proprio comportamento per giungere a essere la miglior versione possibile di noi stessi che, alzando progressivamente l’asticella, permette di scoprire ciò di cui si è davvero capaci. Tuttavia, gareggiando e confrontandoci con altri, siamo spinti non solo a esprimere il meglio di noi, ma altresì a far pace con l’idea che ci sarà sempre qualcuno più dotato, più bravo, più veloce di noi, con il fatto che alcuni risultati ci sono preclusi per limiti fisici, di tempo, di testa, obbligandoci a riconoscere l’impossibilità di migliorarsi all’infinito. Proprio questo, paradossalmente, ci rende migliori. Non si tratta, spiega Grion, di dover scegliere tra umiltà e coraggio, poiché tali virtù rappresentano le due facce di una stessa medaglia: saper sfidare con coraggio le nostre debolezze, accettando con umiltà le nostre fragilità. Perché, se è vero che mettendoci alla prova possiamo scoprirci migliori di quanto immaginavamo, è altrettanto vero che non saremo mai, esattamente, come vorremmo essere. E questo far pace con noi stessi è forse la sfida più ardua, ma più appassionante. «Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla», scriveva Pierre de Coubertin.
Di fronte a evidenti esasperazioni, si può affermare che la dimensione agonistica, che lo sport di oggi sembra esaltare oltre misura, sia davvero positiva in termini educativi e...




