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E-Book, Italienisch, 228 Seiten
Reihe: Figure
Croce / Salvatore Che cos'è lo stato di eccezione
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-961-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 228 Seiten
Reihe: Figure
ISBN: 978-88-7452-961-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Che cos'è lo stato d'emergenza? Che cos'è lo stato d'eccezione? Un'analisi della categoria filosofica più importante degli ultimi anni Dagli attacchi terroristici dell'11 settembre al Covid-19, crisi di enorme portata hanno spinto i governi degli Stati liberal-democratici a impiegare misure d'emergenza che hanno comportato una forte restrizione dei diritti e delle libertà fondamentali. L'ipotesi avanzata da più parti è che si tratti di un processo degenerativo: l'ininterrotta serie di emergenze sta determinando uno stato di eccezione permanente, che rischia di trasformare le democrazie costituzionali in regimi illiberali con l'inconsapevole connivenza dei cittadini. Dietro tale ipotesi incombe l'ombra inquietante di Carl Schmitt, secondo cui l'essenza del potere politico risiede nell'uso spregiudicato delle misure emergenziali. Questo libro, unendo analisi storica e interpretazione filosofica, rigetta tale ipotesi e mostra come non sia di alcun aiuto per individuare risposte adeguate alle grandi sfide che minacciano oggi la tenuta democratica degli Stati liberali.
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Avvertenza
Nel tardo Impero Romano, “la violenza giudiziaria era normale – meglio, meritata (in effetti, persino i testimoni venivano solitamente torturati, a meno che non appartenessero all’élite); e il ricco la passava liscia. Il mondo romano era abituato alla violenza ed all’ingiustizia”1. Così Chris Wickham, nel suo poderoso libro sulla storia europea che va dal V al X secolo, rileva il nesso tra percezione sociale e cultura politica, nesso che non può essere ignorato da chi intenda esaminare la storia politica di un’intera epoca. Wickham insiste su come la vita politica del tardo Impero fosse avvezza a un livello di ingiustizia e di barbarie tale che persone incolpevoli potevano essere pubblicamente torturate o uccise senza che la popolazione vi trovasse nulla di assurdo o di improprio, per cui venivano percepiti come normali eventi che, a distanza di secoli, consideriamo abominevoli e abnormi. In quella cultura politica, i criteri per valutare l’azione di politici e magistrati erano fortemente condizionati dall’esposizione a una violenza diffusa e continua, a cui chi vive nelle democrazie liberali è del tutto disabituato. Eppure, da vent’anni a questa parte, un dubbio inquietante circola tra le coscienze più vive della cultura contemporanea: e se, senza avvedercene, stessimo vivendo una condizione simile? Se le popolazioni degli Stati liberal-democratici stessero imparando a giudicare come ordinarie e normali azioni politiche e pratiche giudiziarie che tra qualche decennio o qualche secolo i posteri giudicheranno come abominevoli e abnormi? Chi ci assicura, insomma, sulla tenuta e sull’integrità del nostro liberalismo e della nostra democrazia costituzionale, che si ritiene possano fiorire solo là dove la cultura politica rende le persone capaci di discriminare il giusto dall’ingiusto, l’autorizzato dal discrezionale?
Il presente libro tratta di questa angoscia circolante e crescente. Il sospetto avanzato da più parti è che una surrettizia tendenza all’autoinganno – una sorta di incantamento che impedisce di percepire le tendenze illiberali proprie della forma politica dei giorni nostri – ci stia abituando a tollerare azioni politiche e pratiche giudiziarie che sfregiano i volti nobili delle comunità liberali e deturpano le loro forme costituzionali. In particolare, metteremo al vaglio l’ipotesi secondo cui, proprio oggi, e più precisamente negli ultimi due decenni, le popolazioni dei paesi liberal-democratici avrebbero via via smarrito quel senso della misura che un tempo consentiva loro di porre un argine allo scivolamento verso la regressione della politica e l’imbarbarimento delle sue forme costituzionali.
Il concetto al centro della nostra indagine sarà quello di : nozione che negli ultimi vent’anni è stata un punto di riferimento costante per chi ha tentato di rimuovere la patina che vela lo sguardo sempre più spento delle cittadine e dei cittadini dei paesi liberal-democratici. Lo stato di eccezione, infatti, viene da più parti presentato come ciò che prende a ostaggio la coscienza e la percezione di intere popolazioni per consegnarle a una nuova concezione del diritto e della politica, in cui i valori liberal-democratici passano in secondo piano. Il termine in questione rimanda a una situazione in cui, a causa di un pericolo incombente e letale (o comunque presentato come tale), una collettività si fa sia teatro sia parte attiva di una sperimentazione sociale senza precedenti, tramite la quale vengono riscritte da cima a fondo le regole con cui gli individui si formano come attori sociali, instaurano relazioni, costruiscono amicizie, amori, famiglie, progetti – insomma, esistono. La circostanza eccezionale è percepita come tanto estrema, come foriera di pericoli tanto distruttivi, che le persone sono indotte a barattare la sacralità dei valori della libertà e della democrazia per aver salva la vita.
Secondo la tesi appena accennata, lo stato di eccezione è una tecnica di governo tra le più redditizie e al contempo tra le meno onerose. La riscrittura di un’intera cultura politica, infatti, non può ottenersi per decreto. Nessuna legge, neppure la più reazionaria, riuscirebbe a imporre un nuovo stile di vita e nuovi criteri di giudizio. L’arbitrio di un tiranno può certo mettere a rischio l’esistenza degli individui, sopprimerne vita e vitalità, inibirne la spinta dinamica, persino seminare terrore per un periodo limitato, ma proprio per questo non si assicura alcuna chance di lunga durata né può mai contare su un’obbedienza senza tentennamenti. La tirannia produce anticorpi capaci di infiltrarne le radici e renderla asfittica – sebbene i costi, come ha mostrato la storia tragica del primo Novecento, possano essere insensatamente alti. Per assicurarsi convinta obbedienza e fedeltà di lungo corso, un regime deve far altro: riscrivere il codice della socialità, rendere i cittadini di uno Stato istintivamente disposti ad abbracciare modelli di vita totalmente nuovi. La normalità è qualcosa che i cittadini devono poter interiorizzare, assorbire, far propria in un contesto in cui siano essi stessi a desiderare di seguire determinati modelli. Secondo ampia parte delle autrici e degli autori di cui si farà menzione in questo libro, lo stato di eccezione consente proprio questo modellamento plastico della normalità senza spargimenti di sangue e senza colpi di Stato, ma semplicemente attraverso la gestione accorta di un pericolo collettivo presentato come incalzante e prossimo.
La tesi che da più fronti viene oggi avanzata è che negli ultimi vent’anni le democrazie liberali siano vissute in uno : crisi di diversa natura – come la lotta al terrorismo, la gestione delle catastrofi umanitarie, la rincorsa al ripianamento dei debiti sovrani e, più di recente, la pandemia da Covid-19 – hanno trasformato le democrazie occidentali in anditi spettrali, zone di saccheggio per governi pronti a montare ogni sorta di pretesto al fine di rendere normale qualcosa che solo alcuni decenni fa le ben più lucide coscienze delle popolazioni dei paesi democratici avrebbero saputo riconoscere e ostacolare in quanto detestabilmente illiberale. La tesi di tali voci critiche, in sostanza, è che l’incarnato pallido ed esangue delle Costituzioni liberal-democratiche di questi ultimi anni sia dovuto a un filtraggio osceno dei suoi fluidi vitali, contaminati dalla paura angosciosa che dietro ogni angolo si celi un rischio più o meno concreto per l’esistenza individuale e collettiva.
L’obiettivo del presente libro è semplice e modesto: smentire questa teoria dello stato di eccezione. Precisiamo sin da subito che non si intende negare con ciò la possibilità che certe circostanze emergenziali possano venire deliberatamente utilizzate per favorire una crescita esponenziale di tecniche di governo sempre più robuste e invasive. Per nostro conto, siamo scettici rispetto a un’ipotesi del genere, ma non è tale scenario l’obiettivo polemico del libro. Il nostro intento, piuttosto, sarà mostrare che le crisi, persino quelle più estese e violente, non sono per loro natura siti di sperimentazioni né sono funzionali alla riscrittura del codice genomico dei regimi costituzionali. Più chiaramente ancora: l’intera impalcatura concettuale che si fonda sull’idea di stato di eccezione non aiuta in alcun modo né a criticare i processi politici in corso né a rinvenire modalità più efficaci e trasparenti di gestione dei vari rischi in cui una popolazione può incorrere in uno o più frangenti della sua storia.
Perseguiremo questo obiettivo attraverso l’analisi della versione più estrema – o, come vedremo, supposta tale – dello stato di eccezione, vale a dire quella del giurista tedesco Carl Schmitt. Proprio cento anni fa, infatti, Schmitt presentava il concetto di stato di eccezione come architrave della teoria del diritto e dello Stato. Nell’opera intitolata , pubblicata per la prima volta nel 19222, Schmitt sostiene che non si può capire cosa sia il potere dello Stato, né su cosa si fondi il suo apparato di leggi, senza quel particolarissimo concetto. In altre parole, lo stato di eccezione è la chiave di volta di tutti i fenomeni politici e giuridici, lo strumento analitico che riesce a spiegare non solo cosa sono davvero lo Stato e il diritto, ma persino qual è il fondamento ultimo della vita sociale. Schmitt è noto al grande pubblico per la riprovevole scelta di aver messo il proprio ingegno a servizio del regime nazista, e di averlo fatto da par suo, cioè con la sua capacità di elaborare idee tutt’altro che superficiali e vuote (al netto delle circostanze in cui indulse alla più squallida propaganda). Ma nel 1922 Adolf Hitler era solo un vociante agitatore che inveiva contro la “Repubblica nata sul furto”, contribuendo, come tanti altri, alle numerose difficoltà dell’imberbe e malcerta Repubblica democratica di Weimar. Schmitt era già, invece, un giurista affermato e, proprio a partire dall’aprile di quell’anno, uno stimato professore di Diritto pubblico presso un ateneo prestigioso come l’Università di Bonn. Nel 1922, con tutta evidenza, il pensiero di Schmitt non poteva essere accusato di collusioni con il regime che avrebbe condotto molti anni dopo la Germania alla catastrofe e...




