E-Book, Italienisch, 233 Seiten
Cyrulnik La comodità del male
1. Auflage 2023
ISBN: 979-12-5982-117-1
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Libertà interiore e servitù confortevole
E-Book, Italienisch, 233 Seiten
ISBN: 979-12-5982-117-1
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nato nel 1937 in Francia. Neuropsichiatra. Scampato bambino alla deportazione, ha in seguito studiato medicina a Parigi. Ambientalista militante, tra i fondatori dell'etologia umana, ha contribuito allo studio del concetto di resilienza. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo: Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi (con Elena Malaguti, 2005); La vergogna (2011); La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah (2014); e Psicoterapia di Dio (2018).
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Preparare i bambini alla guerra
I superuomini spietati, dopo essere stati sconfitti, si trasformarono in piacevoli compagni. Avevo sette anni quando assistetti a questa metamorfosi. Nel 1941 l’esercito tedesco era entrato a Bordeaux da vincitore. Che meraviglia! Una parata impeccabile, l’infilata degli elmetti e delle armi dava un senso di formidabile potenza. La bellezza dei cavalli bardati di piume rosse, la musica guerriera, i tamburi ipnotici promanavano un senso di forza straordinaria. Intorno a me c’era gente che piangeva.
Dopo quattro anni di occupazione, di arresti per strada, di retate all’alba, di divieti e pattugliamenti, i tedeschi si rifugiarono a Castillon-la-Bataille. La occuparono, piazzarono sentinelle nei punti di osservazione e bloccarono gli accessi alla città. La resistenza, i comunisti dell’FTP1 e i gaullisti dell’FFI,2 per una volta uniti, circondarono il battaglione tedesco. Nel 1944 il loro ufficiale era consapevole che il nazismo aveva perso la guerra e che combattere avrebbe portato solo a morti inutili. Depose le armi per proteggere i suoi uomini. Le parole che udii significavano «resa» nella lingua di tutti i giorni: «Ach… ne abbiamo le palle piene della guerra!». Il capitano firmò. Così i temibili superuomini si trasformarono in contadini gentili. Al momento della resa, vidi migliaia di soldati mal in arnese marciare a testa bassa, in fila indiana, sotto gli occhi di una dozzina di ragazzini malarmati che li radunarono nella piazza del paese. I superuomini sporchi, con la barba lunga e la giacca sbottonata, tenevano lo sguardo basso e si sedettero a terra senza una parola, inerti.
Alla firma dell’armistizio, i fieri soldati divenuti «prigionieri di guerra» si tolsero la camicia per lavorare con i contadini che li ospitavano. Si occupavano delle vigne, curavano gli animali e scherzavano con i passanti. Facevano cenni di saluto ai bambini e gli rivolgevano qualche parola, non ricordo più se in francese o in tedesco. Ma sapevo che non dovevo più temerli, perché sorridevano quando parlavano e ci aiutavano a raccogliere i frutti che pendevano da rami troppo alti per noi.
Era bastata una frase, «la guerra è finita», poche parole scritte su un foglio con in calce una firma, per cambiare la nostra visione delle cose. Non avevamo più paura dei tedeschi. I partigiani li proteggevano da insulti e sputi, e chiedevano agli aggressori francesi di mostrare un po’ di dignità. Ai miei occhi di bambino si aprì la possibilità di odiarsi, spararsi addosso con il beneplacito della legge e poi all’improvviso cambiare idea. Bastava una parola per vedere il mondo da un altro punto di vista. È nell’infanzia che ci poniamo i problemi che saranno i più importanti della nostra vita. Ma è con il passare degli anni che scopriamo che bastano due o tre parole a definire il nucleo della nostra esistenza.
Non era il periodo migliore per venire al mondo. Sebastian è nato a Berlino nel 1907, io a Bordeaux nel 1937. La nostra infanzia non è stata molto diversa. I rispettivi paesi si preparavano alla guerra e le parole di chi ci era vicino ci isolavano in una bolla. «[S]apevamo di non poter scambiare neanche una parola con molti dei nostri coetanei, perché noi parlavamo un’altra lingua. Attorno a noi sentivamo nascere il “tedesco bruno”: “mobilitazione”, “garante”, “fanatico”, “compatriota”, “zolla”, “estraneo alla razza”, “essere inferiore”».1
Quando sono approdato al mondo delle narrazioni, intorno ai cinque anni, mia madre mi ha detto: «Non dobbiamo parlare con i tedeschi, potrebbero arrestarci». Se le parole sono armi, per proteggerci tacciamo. Fui arrestato la notte del 10 gennaio 1944, quando avevo sei anni. D’un tratto ho scoperto, dalle parole dell’ufficiale della Gestapo, che appartenevo a un gruppo di pericolosi subumani che dovevano essere uccisi in nome della morale.
Alla fine della Prima guerra mondiale il mio amico Sebastian ha assistito, a undici anni, alla nascita della «vera generazione nazista […], i nati tra il 1900 e il 1910, che hanno vissuto la guerra come un grande gioco, senza essere minimamente disturbati dalla sua effettiva realtà».2 Si erano lasciati incantare da racconti di eroismo, di battaglie infernali, morti redentrici e omicidi in preda all’estasi. Quanto ardimento, quanta bellezza! Gli altri, quelli che avevano sperimentato la realtà della guerra, con le sue giornate squallide, il tormento silenzioso, l’umiliazione della fame, la sofferenza della perdita, l’afflizione degli animi feriti, preferivano tacere per non far sanguinare la memoria.
Io e Sebastian siamo stati testimoni attoniti di due discorsi trascinanti: negli anni Trenta quello vigoroso del nazismo, e dopo il 1945 quello all’insegna della generosità del comunismo. Nella nostra esperienza di bambini iniziati dalla guerra e dal fatto di aver sfiorato la morte, avevamo già capito che l’universo mentale degli uomini era governato da due linguaggi. Uno che elevava al cielo, ed elaborava immagini bellissime o orribili, infarcite di un lessico che instillava eccitazione: «Eroismo… vittoria del popolo… purezza… mille anni di felicità… domani che cantano». Queste parole esaltate ci allontanavano dalla realtà.3 Io (otto anni nel 1945) e Sebastian (undici anni nel 1918) preferivamo le frasi che procurano un sottile piacere, quello degli esploratori che imparano ad apprezzare la realtà andando alla scoperta del mondo. L’enfasi che mira all’utopia è all’opposto del piacere degli aratori, che scoprono la ricchezza del banale. Chi apprezza la grandiosità non si lascia turbare da domande scomode, preferisce la coerenza estatica che isola dalla realtà e perpetua una «logica della follia»,4 un delirio metodico tanto luminoso da accecare il pensiero eludendo il dubbio, vietando una messa in discussione che rischierebbe di diluire la felicità assicurata dai deliri logici.
I bambini sono inevitabilmente affascinati dai discorsi troppo netti, perché hanno bisogno di categorie binarie per cominciare a pensare: tutto ciò che non è buono è cattivo, tutto ciò che non è grande è piccolo, tutto ciò che non è uomo è donna. Grazie a certezze indubitabili acquisiscono un rassicurante attaccamento alla madre, al padre, alla religione, ai compagni di scuola e al campanile del paese. Questo punto di partenza permette di formarsi una prima visione del mondo, l’assoluta sicurezza dà fiducia in se stessi e aiuta a trovare posto nella famiglia e nella cultura.
Attenzione: si tratta di un punto di partenza. Se questa base diventa chiusura all’esterno, cessa la ricerca di ulteriori spiegazioni e il pensiero diventa settario, certezza priva di sfumature: «È così e non in un altro modo… bisogna essere matti per non pensarla come me». Convinzione incrollabile che aumenta la fiducia in se stessi e fa sì che si smetta di pensare, come accade ai fanatici. Ripetizione dopo ripetizione il cambiamento diventa impossibile. Il pensiero settario consente di avere una personalità più solida, accende gli animi e dona immensa felicità a chi prepara la guerra contro chi la pensa diversamente. Le guerre ideologiche sono inesorabili.
Per intraprendere l’avventura umana occorre acquisire sicurezza in sé. Tutti i regimi totalitari hanno sfruttato questo bisogno: «Vi dirò la verità, l’unica» dice il Salvatore. «Seguitemi, obbeditemi, e vi darò la gloria di donare la felicità alle persone che vi circondano». Difficile non credere a un ordine di questo tipo. «La causa dell’infelicità è chi si oppone alla nostra realizzazione», aggiunge il Salvatore. «Chi non la pensa come noi. Chi crede in altri cieli vuole il nostro male, perché turba le nostre certezze».
Quando i regimi dittatoriali conquistano i cuori dei giovani, non è raro vedere bambini opporsi ai genitori che, con i loro dubbi, dilemmi e sfumature smorzano gli entusiasmi e infrangono i sogni. «Ero arrabbiata con papà e non riuscivo a capire perché si rifiutasse di aderire al partito nazista, che tanti vantaggi dava a tutta la famiglia».5 La piccola Annelee è affascinata dalle ragazze della Gioventù hitleriana. «Vorrei essere più grande per mettere una divisa come quella delle mie cugine Erna e Lisl. Organizzano feste, recitano poesie e io sono privata di queste gioie, per colpa dei miei genitori».6
L’universo mentale di un essere umano continua ad ampliarsi per tutta la vita, dalla fecondazione alla tomba. Nel periodo in cui inizia a formarsi, sin dalle prime settimane nell’utero, il cervello gestisce solo informazioni che giungono da ciò che gli sta intorno. Gli ormoni provenienti dall’interno del corpo dell’embrione interagiscono con quelli provenienti dal corpo della madre per portare alla specializzazione degli organi. Al termine della gravidanza, il mondo del feto si espande e comincia a percepire le emozioni materne, filtrate da sostanze che provocano stress (cortisolo, catecolamine) o benessere (endorfine, ossitocina). Dopo la nascita i neonati percepiscono alcuni elementi del corpo della madre (luminosità degli occhi, voce, tocco) associati a un’altra figura di attaccamento, vicina e diversa, un secondo genitore chiamato «padre». Nel momento in cui il bambino accede al mondo delle parole, nel terzo anno di vita, il suo universo mentale si amplia ulteriormente. In un primo tempo, il suo lessico designa elementi del contesto (palla, biberon…), che vanno allontanandosi sempre di più nello spazio (si va a passeggio). Quando il cervello consente di rappresentare il tempo, intorno ai cinque-sei anni, inizia per il bambino l’età delle narrazioni. Diventa in tal modo capace di formulare frasi che si riferiscono a...




