Danowski / Viveiros De Castro | Esiste un mondo a venire? | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: saggi | terra

Danowski / Viveiros De Castro Esiste un mondo a venire?

Saggio sulle paure della fine
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7452-666-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Saggio sulle paure della fine

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: saggi | terra

ISBN: 978-88-7452-666-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



I cambiamenti climatici e le estinzioni biologiche sono solo alcuni dei parametri che oggi stanno andando fuori scala, mettendo in scacco l'umanità e determinando una proliferazione discorsiva senza precedenti intorno all'idea della 'fine': dal pensiero all'espressione artistica, una fioritura disforica di mitologie dell'Apocalisse infrange ogni ottimismo umanista e prometeismo dello sviluppo. Ma, nonostante illustri il punto definitivamente critico della storia della Terra cui siamo arrivati, questo non è un libro apocalittico: a ispirarlo è piuttosto la spinta alla rifondazione di un futuro 'altro' per tutta la catena delle esistenze che compongono il pianeta. Che cosa si può opporre a questa virata verso il declino, per non restare 'senza mondo'? Evocando la cosmopolitica degli indios amazzonici, basata su un'inesauribile diplomazia dei rapporti con l''arena internazionale' dell'ambiente in cui vivono, gli autori rovesciano la questione in vista di una possibile resistenza: 'Parlare della fine del mondo non significa parlare della necessità di immaginare un nuovo mondo al posto di quello presente, ma un nuovo popolo; il popolo che manca. Un popolo che crede nel mondo e che lo dovrà creare con ciò che gli lasciamo di esso'.

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E quale rozza bestia…


E quale rozza bestia, giunto infine il suo tempo, striscia verso Betlemme per esser partorita?

W.B. Yeats1

La fine del mondo è un tema apparentemente sconfinato – perlomeno, è chiaro, fino a che non accade. Il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia. Alcune di queste concezioni sembrano aver riguadagnato nuova vita a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, quando si è formato un consenso scientifico sulle trasformazioni in corso nel regime termodinamico del pianeta. I materiali e le analisi sulle cause (antropiche) e le conseguenze (catastrofiche) della “crisi” planetaria si accumulano con estrema rapidità, mobilitando sia la percezione popolare, debitamente influenzata dai media, sia la riflessione accademica.

Mentre la gravità dell’attuale crisi ambientale e della civiltà si fa via via piú evidente2, intorno a questa antichissima idea, che per semplificare ciò che questo saggio intende in parte complicare chiameremo “la fine del mondo”, proliferano nuove variazioni e se ne attualizzano di vecchie. Su questo tema esistono blockbusters di genere fantascientifico3, docu-fiction di History Channel, libri di divulgazione scientifica con vari livelli di complessità, videogiochi, opere musicali e artistiche, blog rappresentativi di ogni sorta di ideologia, congressi scientifici, riviste accademiche e reti di informazione specializzate, rapporti e dichiarazioni di organizzazioni mondiali tra le piú diverse, summit sul clima invariabilmente frustranti, simposi di teologia e pronunciamenti papali, saggi di filosofia, cerimonie new age e di altri movimenti neopagani, un numero esponenzialmente crescente di manifesti politici – ogni genere di testi, contesti, strumenti, oratori e tipi di pubblico. La presenza di questo tema nella cultura contemporanea si è intensificata sempre piú rapidamente, cosí come ciò a cui si riferisce, ovvero il moltiplicarsi dei mutamenti del macro-ambiente terrestre.

Tutta questa fioritura disforica va controcorrente rispetto all’ottimismo “umanista” che predomina nella storia dell’Occidente da tre o quattro secoli a questa parte. Annuncia, o addirittura rispecchia, qualcosa che sembrava escluso dall’orizzonte della storia in quanto epopea dello Spirito: la rovina della nostra civiltà globale in virtú della sua stessa incontrastata egemonia, una caduta che potrebbe coinvolgere considerevoli porzioni di popolazione umana. A cominciare, chiaramente, dalle masse miserabili che vivono nei ghetti e nelle discariche geopolitiche del “sistema mondiale”; ma è nella natura stessa del collasso imminente che esso, in un modo o nell’altro, raggiungerà tutti. Ecco perché non sono solo le società che incarnano la civiltà dominante, di matrice occidentale, cristiana e capitalistico-industriale, a essere chiamate in causa da questa crisi, ma tutta la specie umana, l’idea stessa di specie umana – anche e soprattutto, quei numerosi popoli, culture e società che non sono all’origine della crisi. Per non parlare delle migliaia di altri lignaggi di viventi che si trovano minacciati di estinzione, o che sono già scomparsi dalla superficie della Terra, a causa di modificazioni ambientali dovute alle attività “umane”4.

Un tale disastro demografico e della civiltà viene a volte immaginato come il risultato di un evento “globale”, per esempio un’estinzione improvvisa della specie umana o di tutta la vita terrestre scatenata da un “atto di Dio” – un supervirus letale, una gigantesca esplosione vulcanica, un impatto con un corpo celeste, una megatempesta solare –, o per l’effetto cumulativo di interventi antropici sul pianeta, come nel film The Day after Tomorrow (2004) di Roland Emmerich o, infine, per una bella guerra nucleare vecchio stile. Altre volte, il disastro tende a essere descritto in maniera piú realistica (soprattutto se si segue l’evoluzione degli scenari proposti dalle scienze che studiano le interazioni tra la geosfera, l’idrosfera, l’atmosfera e la biosfera – il cosiddetto “Sistema Terra”)5 come un processo di degradazione già iniziato, estremamente intenso, sempre piú accelerato e sotto molti aspetti irreversibile, delle condizioni ambientali che accompagnano la vita umana nell’Olocene (epoca del periodo Quaternario, successiva al Pleistocene, iniziata 11.700 anni fa), con siccità seguite da uragani e alluvioni, carestie a cui succedono da pandemie umane e animali, guerre genocide nel mezzo di estinzioni biologiche che raggiungono generi, famiglie e addirittura interi phyla, in una sequenza di effetti perversi di retroazione che spingerebbero progressivamente la specie, secondo un processo di “lenta violenza” (Nixon 2011) – che sembra sempre meno lenta –, verso un’esistenza materialmente e politicamente degradata. Quello che Isabelle Stengers (2009) ha chiamato “la barbarie che viene”, e che sarà, c’è da crederci, ancora piú barbara a mano a mano che il sistema tecno-economico dominante (il capitalismo mondiale integrato) proseguirà la sua fuite en avant.

Non sono solo le scienze naturali e la cultura di massa che se ne alimenta a registrare la deriva del mondo. Persino la metafisica, notoriamente la piú eterea delle discipline filosofiche, comincia a riverberare questa diffusa inquietudine. Negli ultimi anni abbiamo assistito, per esempio, a un’elaborazione di nuovi e sofisticati argomenti concettuali che si propongono, a modo loro, di “farla finita col mondo”6: farla finita col mondo sia in quanto inevitabilmente mondo-per-l’uomo, cosí da giustificare un pieno accesso epistemico a un “mondo-senza-noi” che si articolerà assolutamente prima della giurisdizione dell’Intelletto; ma anche farla finita col mondo-in-quanto-significato, in modo da determinare l’Essere come pura esteriorità indifferente; come se il mondo “reale”, nella sua radicale contingenza e mancanza di significato, dovesse essere “realizzato” contra la Ragione e il Significato.

È vero che molte di queste fini-del-mondo metafisiche hanno una relazione causale solo indiretta con l’evento fisico della catastrofe planetaria, ma non per questo smettono di esprimerlo, di riecheggiare la vertiginosa sensazione di incompatibilità – se non di incompossibilità – tra l’essere umano e il mondo, visto che sono poche le zone dell’immaginazione contemporanea a non essere state scosse, in un vero e inaudito processo di “transdiscendenza”, dalla violenta reintroduzione della noosfera occidentale nell’atmosfera terrestre. Ci credevamo destinati al vasto oceano siderale, ed eccoci di nuovo respinti al porto da cui siamo partiti…

Le distopie, dunque, proliferano; e un certo panico perplesso (chiamato peggiorativamente “catastrofismo”), quando non un macabro entusiasmo (recentemente reso popolare con il nome di “accelerazionismo”), sembra aleggiare sullo spirito del tempo. Il famoso “no future” del movimento punk si vede all’improvviso rivitalizzato – ammesso che il termine sia adatto –, cosí come riemergono profonde inquietudini da dimensioni comparabili alle attuali, come quelle suscitate dalla corsa al nucleare negli anni, non cosí lontani, della Guerra Fredda. Impossibile non ricordare la cupa e secca conclusione di Günther Anders (2007: 112-113), in un testo capitale sulla “metamorfosi metafisica” dell’umanità dopo Hiroshima e Nagasaki: “L’assenza di futuro è già iniziata”.

Questo futuro-che-è-finito è arrivato di nuovo – il che suggerisce che non ha mai smesso di essere iniziato: nel Neolitico? nella Rivoluzione Industriale? a partire dalla Seconda Guerra Mondiale? Se la minaccia della crisi climatica è meno spettacolare di quella degli anni della minaccia nucleare (che, per inciso, non ha cessato di esistere), la sua ontologia è però piú complessa, sia per quanto riguarda le connessioni con l’attività umana, sia per ciò che concerne la sua paradossale cronotopia7. Il suo avvento ha ricevuto il “nostro” nome: “Antropocene”, una denominazione proposta da Paul Crutzen ed Eugene Stoermer per designare la nuova epoca geologica che segue l’Olocene e che sarebbe iniziata con la Rivoluzione Industriale, per poi intensificarsi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

§ Sul rapporto alquanto paradossale tra l’emergere di una coscienza “biosferica”, la prospettiva che parte dallo spazio esteriore, il consolidamento della teoria del cambiamento climatico e la corsa agli armamenti della Guerra Fredda (compreso il programma “Star Wars” di Reagan), il lettore può consultare con interesse i lavori di Joseph Masco (2010, 2012) e il recente libro di Peter Szendy (2011). In una conferenza TED (Technology Entertainment Design) di qualche anno fa, James Hansen (2012), parlando del temporaneo squilibrio energetico del Sistema Terra causato dall’accumulo di gas serra (la differenza tra la quantità di energia o calore che entra nel sistema e la quantità riflessa nello spazio), suggerisce un’eloquente equivalenza tra il calore che si accumula quotidianamente nei “serbatoi” del pianeta (l’oceano, i ghiacciai e la terra), vale a dire 0.58 W/m², e il calore provocato dall’esplosione di quattrocentomila bombe atomiche. A questo proposito, si veda anche l’ottimo blog Skeptical Science, creato da John Cook, secondo cui il nostro clima ha accumulato una quantità di calore equivalente all’esplosione di quattro bombe di Hiroshima al secondo, per un totale di 2.115.122.800 bombe dal 1998 fino al “presente” (cioè fino al 2 luglio 2014 alle 14:45 ora di Brasilia,...



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