E-Book, Italienisch, 690 Seiten
Reihe: Sotterranei
Dantec Le radici del male
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-477-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 690 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-477-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
1959/2016 musicista punk e romanziere, è stato uno dei protagonisti della scena letteraria francese a cavallo dei due millenni. Tra i suoi scritti vanno ricordati i romanzi La sirena rossa, Babylon Babies e il diario polemico e filosofico Théâtre des opérations.
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1
Andreas Schaltzmann si è messo ad ammazzare perché il suo stomaco marciva.
Il fatto non era isolato, tutt’altro: da parecchio tempo le onde emesse dagli Alieni gli scombinavano ogni organo. Il suo cervello era sottoposto a un fuoco di fila di radiazioni destinate a trasformare anche lui, , in un robot senza coscienza al servizio della macchinazione inumana.
Da anni i nazisti e gli abitanti di Vega si erano installati nel suo quartiere, e lui era sicuro che non si fossero limitati solo a quello. Dappertutto, fino ai più imboscati meandri dello Stato, il complotto delle Creature dello Spazio stendeva le sue ramificazioni distruttrici. Andreas poteva rendersene conto ogni giorno, guardando le trasmissioni televisive. C’era quel presentatore di giochi che complottava contro il Papa e il Primo ministro Balladur; tutto lasciava credere che trasformasse la gente in fantocci.
Si era già rasato la testa, all’epoca, per «sorvegliare le ossa del suo cranio che cambiavano di forma», ma dopo qualche tempo si era messo un cappellino da baseball per proteggersi dalle radiazioni psichiche.
Quel mattino, Andreas si era accorto che il suo stomaco marciva quando il tubetto di dentifricio si era messo a luccicare, prima di trasformarsi in carne morta. Una fanghiglia sanguinolenta dall’odore nauseabondo gli era colata fra le dita, sgusciando dal buco del tappo con un rumore di risucchio gigante. Aveva guardato la sua immagine nello specchio, e aveva visto lo spettacolo di un mucchio di carne scorticata che si era frantumata in una moltitudine di schegge, prima di spargersi sul pavimento.
Da mesi non dormiva senza il suo cappellino, aveva tastato il tessuto privo di colore e impregnato di grasso ripetendo la «formula di protezione», più volte prima di scappare da casa. Aveva vagato per tutta la giornata nel circondario, stava facendo notte quando uscì dall’A86 per inforcare la statale 305, ai confini fra Choisy-le-Roi e Vitry. Lì la statale si chiamava avenue Rouget de Lisle, ma più avanti sapeva che sarebbe entrato in una zona controllata dalle creature di Vega.
C’erano dei campi di concentramento, da quelle parti. Camuffati da cittadine di passaggio ed enormi quartieri residenzial-popolari. I grandi casermoni della zona Balzac, dei Marroniers, di Couzy e della Comune di Parigi. Schaltzmann sapeva bene che si trattava di campi dalla morte lenta, dove si marciva piano piano, e gli capitava di chiedersi quando i detenuti si sarebbero rivoltati per davvero, come a Mauthausen e a Sobisor.
Quella sera, allorché la signora Dussoulier aprì l’ombrello, stava uscendo da casa, sul viale di Stalingrado. Un piccolo rovescio, tipico di fine settembre, cominciava a irrorare l’universo.
Andreas guidava piano, un po’ insonnolito dai barbiturici ma con gli occhi vigili, quando la vide distendere l’antenna. Tutto il viale era infestato da nazisti, da Alieni e da tutte le loro numerose creature, camuffate da umani per poterlo spiare meglio. I nazisti avevano divorato molta gente a Stalingrado e vi avevano perduto parecchi dei loro. Era sempre stata una loro piazzaforte.
Quella donna stava comunicando con i satelliti, l’ dei satelliti sguinzagliata ogni anno dalla cospirazione stellare. Quella puttana di spia nazista lo aveva localizzato e trasmetteva le informazioni alle squadre incaricate di catturarlo, vivo se possibile, per spedirlo direttamente nell’inferno orbitante, dove la sua carne sarebbe servita da cibo agli Alieni antropofagi.
Andreas sterzò il volante sulla destra e spinse forte sull’acceleratore. La vecchia carretta si impennò mandando un grido di dolore quando si avventò sul marciapiede. La spiona ebbe appena il tempo di girarsi e di spalancare la bocca.
Il suo corpo risuonò come un sacco di patate, quando la colpì. La testa andò incontro al parabrezza, mentre il resto del corpo compiva un salto carpiato verso l’alto. La sua faccia esprimeva la più totale incredulità quando lui la impattò contro la barriera di plexiglas.
Fece e il corpo si appiattì sul tettuccio, danza effimera di due grosse gambe piene di varici, fasciate da collant marrone sotto una gonna a fiori coperta di sangue. Un rumore sordo sopra la sua testa. Una massa informe sul marciapiede, nella visuale dello specchietto.
Il parabrezza era parzialmente crepato intorno al punto d’impatto, coperto da una materia rossa e nerastra. Che si mescolava con la pioggia raccolta dai tergicristalli. Ma già l’automobile frantumava la vetrina di una piccola drogheria araba. Un rumore di legna bagnata, fortissimo. Un diluvio di frutta e di verdura si abbatté sul parabrezza: carote, porri, lattuga, mele, uva, pesche e banane, come tesori di un corno dell’abbondanza santificanti il suo gesto.
Andreas scese dal marciapiede venti metri più avanti e spinse a fondo sull’acceleratore, bruciò il semaforo giallo e lasciò una scia vegetale alle sue spalle.
Il droghiere arabo ebbe appena il tempo di accorrere dal fondo del negozio per constatare i danni e veder sparire una «vettura verde, o marrone, tipo break» proprio alla fine della lunga linea diritta che costeggia i magazzini blu e arancio di Foir’Fouille. Il semaforo era verde. L’auto girò a est, in direzione della pista di pattinaggio.
Geneviève Dussoulier morì al suo arrivo all’ospedale, il 22 settembre 1993, alle ore venti e quindici minuti.
Il fascicolo fu definitivamente archiviato come atto di un «pirata della strada». I poliziotti cercarono distrattamente automobili con tracce sospette, nelle zone dei dintorni, Balzac, Couzy, Comune di Parigi. Interrogarono qualche sospetto che rilasciarono uno dopo l’altro. Il fascicolo si spense lentamente in un classificatore metallico.
Andreas Schaltzmann rientrò a casa in uno stato di inebetimento totale. Si gettò sui medicinali prescritti dal programma dell’ospedale di Villejuif e tracannò un buon litro di alcol. Si addormentò di un sonno di piombo e quando si svegliò, dodici ore più tardi, proseguì con lo stesso ritmo. Secondo la propria stessa testimonianza, in quei momenti perdeva completamente ogni nozione di tempo e finiva per non sapere se i suoi atti passati erano reali oppure la conseguenza di un impianto memoriale che gli Alieni gli programmavano durante il sonno.
Quella notte, quando arrivò davanti alla sua piccola casetta grigiastra, sul lungofiume di Vitry, ai confini della cittadina con la sua vicina settentrionale Ivry-sur-Seine, gettò uno sguardo al quartiere in aspettativa, promesso alla demolizione in un prossimo futuro, e lanciò un’occhiata d’odio al cartellone pubblicitario dell’impresa Bouygues.
Bouygues controllava TF1 così come la più grande compagnia mondiale di lavori pubblici. Era su quella rete televisiva che lavorava il presentatore che cospirava contro il Papa. Bouygues era uno degli ingranaggi chiave del Complotto delle creature di Vega. Voleva radere al suolo il suo quartiere, la sua casa, per obbligarlo a scappare, solo e allo scoperto, in un mondo conquistato dai nazisti, dalle radiazioni e dagli pseudoumani. Ma Bouygues stesso era soltanto una pedina su uno scacchiere ben più vasto e inquietante.
I suoi polmoni erano bucati, su questo non c’era alcun dubbio; la sua milza diventava un blocco di calcare che gli rimbalzava dentro il corpo. Il suo stomaco marciva, come un pezzo di carne morta.
Al termine di diversi giorni di sonno neurolettico, Andreas Schaltzmann rimise piede nella vaga struttura che gli serviva da realtà.
Trascorse la giornata a guardare la televisione, mangiando salatini inzuppati nel latte caldo, pasta e cetriolini sottaceto, le uniche cibarie non contaminate dai virus extraterrestri.
In serata, prese di colpo coscienza che il suo cuore stava rimpicciolendo: la guerra incessante che gli combattevano gli Alieni scattava a un livello superiore. Davanti all’inevitabile, prese una decisione.
Gli ci voleva del sangue.
Solo il sangue avrebbe potuto iniettare la vita nel cuore del suo organismo e combattere l’assalto microbiologico lanciato per distruggerlo. Il sangue era sacro, era ciò che ci univa a Nostro Signore Gesù Cristo, solo il suo potere divino avrebbe potuto interrompere l’odiosa trasformazione subita dal proprio corpo.
Adesso gli sembrava che il suo organismo liberasse delle zaffate pestilenziali, odori simili a quelli dei gatti morti che zia Berthe faceva imputridire come base per i suoi decotti di fattucchiera.
Decise di portare la mascherina antinquinamento, sempre, non soltanto quando usciva a piedi (la vecchia 504 lo proteggeva dai gas e dalle radiazioni propagate dagli Alieni), ma anche dentro l’appartamento, che non voleva infestare. A partire da quell’istante, portò la maschera giorno e notte, dopo averla sottoposta ai raggi che emetteva il tubo catodico del televisore. Le preparò una «formula protettiva».
Andreas Schaltzmann uscì di casa verso le due e quarantacinque. Era...




